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"The danish girl", alla riscoperta della natura sincera

Il film, come un dipinto, racconta un amore disperato e incantevole

A 15 anni di distanza dall'uscita dell'omonimo romanzo di David Ebershoff, The Danish Girl, candidato a quattro premi Oscar e diretto da Tom Hooper con un cast meraviglioso, conquista il grande schermo. Eddie Redmayne, attore espressionista dalle tinte forti, premiato all'Oscar lo scorso anno per aver vestito i panni di Stephen Hawkings, ritorna nella sale con un film dal delicato tocco retroguardista sotto la regia di un Tom Hooper, profondo conoscitore dei meccanismi poco concilianti con la frangia meno progressista del suo pubblico. Un film piuttosto insolito dopo I miserabili o Il Discorso del Re ma pare che proprio in esso riveli una grande carica emotiva capace di affrontare un tema alquanto delicato e discusso, così intimo e profondo senza eccedere nell'estro. È così che il regista punta tutto sull'occhio interiore, più discreto ma più forte tanto da renderlo tra i più fervidi ed appassionanti dei nostri giorni.

Immerso in un'armonia di scenografie, costumi e fotografia, The Danish Girl regala allo spettatore un piacere visivo grazie a sfondi ed interni meravigliosi in una elegante composizione, delicata come pennellate appena accennate su tela. Un film che dimostra come il sesso non sia altro che una questione di spirito che regala 120 minuti in cui lo spettatore, completamente immerso nella dimensione drammatica delle scene, sembra compiere un viaggio extracorporeo per immergersi nelle congetture mentali del protagonista. È la storia di Einar Wegener, pittore paesaggista vissuto nella Danimarca dei primi decenni del Novecento e di uno spirito ingabbiato in un corpo a sé estraneo, in cui sembra non essere più a proprio agio e in cui via via si riconoscerà sempre meno fino a far morire l'uomo che è stato per lasciar spazio a Lili Elbe, una donna.

Cauto anche agli occhi dei più intransigenti moralisti, è la storia del cammino del primo uomo che si sottopose ad un intervento chirurgico di cambiamento di sesso, pur di non fingere, pur di lasciare libera la Lili di cui parla in terza persona , che c'è sempre stata e che un'esperienza apparentemente giocosa voluta dalla moglie Gerda ha liberato. Così un'anima femminile tanto taciuta e dolce si impossessa delle sua vita conducendolo in un viaggio di mera accettazione e scoperta dell'io. Androgino nei lineamenti e perfettamente calato nella vita del primo, emozionante e fragile transgender della storia, dalla postura all'elegante e sofisticata femminilità dei movimenti, Eddie Redmayne regala emozioni al grande pubblico al fianco di Alicia Vikander, nei panni della moglie Gerda. Quello della Vikander è un ruolo complesso di moglie e compagna perfetta, combattuta da una storia d'amore d'altri tempi tanto incondizionato e puro quanto spaventato e fragile, che lo lega a lui in un'essenza di rispetto e condivisione. Gerda accompagnerà Einar nel percorso di trasformazione che lo renderà donna senza abbandonarlo e subendone gravemente il lutto. È una sincerità urlata, esagerata e per questo più viva ed intensa nonostante i toni smorzarti dalla delicatezza, che lascia poco spazio alle pulsioni sessuali.

Piace dunque perché è la sensuale e fragile tramutazione in immagini di un percorso interiore alla riscoperta della propria candida e sincera natura e allo stesso tempo la storia di un amore disperato, incantevole. Ed è forse proprio in periodi come questi in cui serpeggia un mare di sordida ipocrisia sul tema, che un film come questo andrebbe visto più di una sola volta.
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