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Buoni pasto e commercio locale: un benefit che sostiene anche ristoranti e negozi del territorio

Approfondimento sul tema

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La pausa pranzo di un lavoratore può sembrare una voce minima nell'economia di una città. Moltiplicata per migliaia di persone e centinaia di giornate lavorative, però, diventa un flusso di spesa capace di interessare bar, ristoranti, gastronomie, supermercati e altri esercizi alimentari convenzionati. È anche da questa prospettiva che vale la pena osservare i buoni pasto: un benefit destinato ai dipendenti che, attraverso una rete diffusa di attività, mette in relazione aziende, lavoratori e commercio. In Italia il valore del settore supera i 4 miliardi di euro. La sua rilevanza, quindi, va oltre la singola pausa pranzo e riguarda anche la capacità di distribuire consumi tra attività di dimensioni e caratteristiche molto diverse.

Quanto vale davvero il mercato dei buoni pasto in Italia?

I numeri mostrano che i buoni pasto rappresentano ormai una componente significativa dei consumi legati alla giornata lavorativa. FIPE-Confcommercio indica per il settore un valore superiore ai 4 miliardi di euro, una dimensione che aiuta a comprendere perché il tema interessi direttamente pubblici esercizi e attività commerciali.
Un'altra fotografia arriva dalla ricerca "L'impatto sociale ed economico dei buoni pasto", promossa da ANSEB insieme ad ALTIS Graduate School dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. L'indagine è stata condotta su un universo stimato di circa 3 milioni di utilizzatori e 150 mila esercenti, con 15.957 lavoratori e 2.379 attività coinvolti direttamente nella rilevazione. Le cinque società emettitrici partecipanti rappresentavano circa il 90% del mercato.
Sono cifre che trasformano il buono da semplice strumento aziendale a fenomeno economico diffuso. Ogni utilizzo corrisponde infatti a un acquisto effettuato presso un esercizio convenzionato. A seconda della rete disponibile e delle abitudini individuali, quella spesa può finire in una grande struttura commerciale oppure nel bar, nella tavola calda o nel negozio alimentare vicino al posto di lavoro o all'abitazione.

Perché i buoni pasto possono favorire ristoranti e negozi di prossimità?

Il vantaggio principale per un esercente consiste nella possibilità di intercettare una clientela che dispone già di una quota di spesa destinata all'alimentazione. L'accettazione del ticket può quindi incidere sulla scelta del locale, soprattutto nelle zone con una forte presenza di uffici, attività produttive e servizi.
La ricerca ANSEB-ALTIS evidenzia un dato particolarmente significativo: tra gli esercenti intervistati prevale la percezione del buono pasto come un servizio utile ad aumentare la clientela. Il 51% associa inoltre card e applicazioni digitali a una maggiore garanzia di incasso.
Un'indagine internazionale citata da FIPE offre un'altra indicazione. Nel Barometro FOOD 2025, condotto su oltre 52 mila dipendenti e 1.100 ristoratori in 21 Paesi, il 67% dei ristoratori intervistati collega l'accettazione dei ticket a un aumento del fatturato, il 50% a una maggiore frequenza dei clienti e il 33% alla possibilità di acquisirne di nuovi.
Naturalmente questi dati non significano che aderire a una rete produca automaticamente gli stessi risultati per ogni attività. Posizione, offerta, numero di lavoratori presenti nella zona e condizioni di convenzionamento restano determinanti. Indicano però che il buono può agire come uno strumento capace di orientare una parte della domanda verso gli esercizi che lo accettano.

La pausa pranzo sta diventando sempre più un consumo fuori casa?

Le abitudini dei lavoratori spiegano perché il rapporto tra ticket e territorio sia diventato così rilevante. Secondo i dati Istat richiamati da FIPE, nel 2024 circa 10 milioni di lavoratori pranzavano fuori casa, in mensa, al ristorante, al bar oppure direttamente sul posto di lavoro con un pasto portato o acquistato. Nell'arco di dieci anni questo insieme è cresciuto del 18,7%. Nello stesso periodo la quota di chi pranza a casa è scesa dal 54% del 2014 al 50,4% del 2024.
Dietro queste percentuali ci sono comportamenti quotidiani molto concreti. Chi dispone di tempi ridotti tende a scegliere esercizi facilmente raggiungibili e compatibili con i ritmi della giornata lavorativa. Un bar vicino all'ufficio, una gastronomia lungo il tragitto verso casa o un piccolo supermercato possono quindi inserirsi nella routine del lavoratore.
Questo meccanismo assume un peso particolare nelle città di medie dimensioni e nei quartieri dove il commercio è distribuito lungo le strade anziché concentrato esclusivamente nei grandi poli commerciali. Anche in realtà come Barletta, la presenza di una rete convenzionata abbastanza ampia può tradurre il benefit aziendale in acquisti effettuati presso operatori presenti sul territorio.

Il buono pasto si usa soltanto al ristorante?

No. Il sistema comprende diverse tipologie di esercizi convenzionati legati alla somministrazione e alla vendita di alimenti, quindi la spendibilità può andare ben oltre il pranzo consumato seduti al tavolo.
Per il lavoratore questo significa maggiore libertà nell'organizzare le proprie giornate. Chi ha poco tempo può comprare qualcosa da consumare in ufficio; chi lavora da remoto può utilizzare il ticket presso un esercizio convenzionato vicino casa; chi accumula i titoli secondo le modalità consentite può destinarli all'acquisto di prodotti alimentari.
La varietà della rete è importante anche dal punto di vista commerciale. Se la possibilità di utilizzo fosse limitata a poche categorie o concentrata in pochi punti vendita, gran parte del valore economico finirebbe inevitabilmente su un numero ristretto di operatori. Una rete più capillare consente invece di distribuire le occasioni di acquisto tra ristorazione, commercio alimentare e altri esercizi ammessi.
È proprio questa flessibilità a spiegare parte della diffusione dello strumento. Nell'indagine ANSEB-ALTIS, per il 66% degli utilizzatori intervistati i ticket coprivano mediamente tra il 50% e l'80% del costo di un pasto.

Quanto incidono le commissioni sulla scelta degli esercenti?

Le commissioni sono state per anni uno dei punti più delicati del rapporto tra società emettitrici ed esercizi convenzionati. Per un piccolo ristorante o un bar, infatti, conta la quantità di clienti acquisiti, ma conta altrettanto il costo necessario per accettare quella forma di pagamento.
Su questo fronte il quadro è cambiato. Dal 2026 è pienamente operativo anche nel settore privato il limite massimo del 5% alle commissioni applicate agli esercenti, comprensivo delle operazioni e dei servizi direttamente connessi alla gestione del buono. Il limite era già stato introdotto nel settore pubblico ed è stato successivamente esteso al mercato privato dalla Legge n. 193/2024.
Per comprendere la portata della misura è utile guardare a un precedente concreto. FIPE ha calcolato che nella gara Consip BP10, dove era già stato applicato il limite, gli esercenti hanno ottenuto un risparmio stimato di circa 134 milioni di euro rispetto alla precedente gara BP9, nella quale la commissione media era pari al 16,78%. Per il mercato privato la stessa federazione aveva stimato un risparmio potenziale di circa 240 milioni di euro annui tra commissioni e costi accessori.
Un costo di accettazione più prevedibile può quindi rendere il sistema maggiormente accessibile anche alle attività con margini ridotti, condizione frequente nella ristorazione e nel piccolo commercio alimentare.

Quanto conta avere una rete di esercizi davvero capillare?

La capillarità determina buona parte dell'utilità concreta di un buono pasto. Un ticket vale di più per il lavoratore quando può essere utilizzato senza modificare le proprie abitudini quotidiane, scegliendo tra più esercizi vicini al luogo di lavoro, alla propria abitazione o lungo gli spostamenti abituali.
La questione interessa direttamente le società che costruiscono e gestiscono le reti convenzionate. Tra gli operatori presenti nel settore c'è Welfare Pellegrini: nel sistema di servizi del gruppo Pellegrini welfare rientrano strumenti per le aziende come buoni pasto, buoni acquisto, flexible benefit e fuel voucher. Per i ticket dedicati alla pausa pranzo, il brand mette a disposizione formati elettronici e digitali collegati a una rete dichiarata di oltre 100.000 punti fisici e online.
Dal punto di vista del territorio, il dato interessante non è semplicemente la grandezza complessiva di una rete. Conta soprattutto la sua distribuzione concreta. Per un dipendente che lavora in un comune di provincia, avere dieci opzioni raggiungibili in pochi minuti può essere più utile di centinaia di convenzioni concentrate in altre aree.
Lo stesso vale per gli esercenti. Una rete diffusa consente a ristoranti e negozi indipendenti di comparire tra le alternative disponibili per chi utilizza il servizio e può generare occasioni di primo contatto con nuovi clienti.

Perché il valore fiscale del benefit conta anche per i consumi?

Il trattamento fiscale è una delle ragioni che rendono il buono pasto interessante per imprese e lavoratori. La Legge di Bilancio 2026 ha portato da 8 a 10 euro al giorno la soglia dei ticket elettronici che non concorre alla formazione del reddito da lavoro dipendente, mentre il limite per quelli cartacei è rimasto a 4 euro. La modifica è riportata sia dal Ministero del Lavoro sia nel testo della legge pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
La conseguenza economica è intuitiva: una quota maggiore destinabile alla pausa pranzo o agli acquisti alimentari amplia la capacità di spesa del lavoratore all'interno della rete convenzionata.
L'effetto effettivo sul singolo territorio dipende poi dalle scelte delle aziende, dal valore dei ticket assegnati e dalla presenza di attività aderenti. Il collegamento tra benefit e commercio, però, resta evidente: il denaro destinato al servizio sostitutivo di mensa entra in un circuito che termina presso gli esercenti.

Un piccolo pagamento che, moltiplicato, diventa economia di territorio

Il singolo caffè con pranzo veloce, la spesa in gastronomia o l'acquisto di prodotti alimentari possono apparire operazioni di valore limitato. Su una platea di milioni di lavoratori, questi gesti quotidiani generano invece un mercato superiore ai 4 miliardi di euro. Una parte di questa cifra passa attraverso ristoranti, bar e negozi situati nelle città in cui le persone lavorano e vivono.
Per questo osservare i buoni pasto soltanto dal punto di vista del benefit aziendale restituisce una fotografia incompleta. La loro funzione coinvolge almeno tre soggetti: l'impresa che li mette a disposizione, il lavoratore che decide dove utilizzarli e l'esercente che li accetta.
Quando la rete è ampia, i costi di gestione sono proporzionati e l'esperienza di pagamento è semplice, il sistema può contribuire a distribuire una parte dei consumi quotidiani tra attività diverse. Per un ristorante o un negozio alimentare di quartiere, entrare nelle abitudini di chi lavora nelle vicinanze può significare acquisire un cliente che tornerà anche fuori dall'orario della pausa pranzo. È in questa relazione ripetuta, più che nel valore del singolo ticket, che emerge il legame più interessante tra buoni pasto e commercio locale.
  • Economia
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