Paolo Rossi
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Addio a Paolo Rossi: l’eroe di Spagna ’82 e non solo

Un male incurabile si porta via il calciatore italiano più discusso e più amato di sempre

E così dopo l'immenso Diego Armando Maradona ci ha lasciato anche il grande Paolo Rossi. L'eroe per definizione dell'Italia campione del mondo 1982. L'idolo di una generazione che ha cominciato a tirare calci ad un pallone grazie a lui e agli altri leggendari campioni di quella Nazionale.

Prima "El Diez", anzi "D10s", poi "Pablito" Rossi. Evidentemente da qualche parte lassù nel cielo (per chi crede) qualcuno ha ben pensato di organizzare una partita di calcio di livello assoluto se pensiamo che questo infausto 2020 ci ha portato via anche Jack Charlton e Nobby Stiles (campioni del mondo con l'Inghilterra nel 1966), Ray Clemence, grande portiere del Liverpool pluricampione d'Europa a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta e Rob Rensenbrink, splendido attaccante della grande Olanda degli anni Settanta, anch'essi venuti a mancare in questo vero e proprio annus horribilis.
Descrivere cosa è stato Paolo Rossi per lo sport italiano, e per chi da bambino proprio in quegli anni cominciava per strada a tirare calci ad un pallone, è qualcosa di semplice e di maledettamente difficile allo stesso tempo.

Per noi nati negli anni Settanta Paolo Rossi è stato semplicemente un mito. Un idolo indiscusso. L'eroe che ci ha fatto innamorare del calcio in quel torrido pomeriggio del 5 luglio 1982 quando - dopo aver sopportato critiche e maldicenze di ogni genere, oltre a una squalifica di due anni che più che di giustizia sportiva sapeva e sa di giustizia spettacolo (mondo era, mondo è e mondo sarà) – d'improvviso si destò e con tre gol dei suoi, di furbizia e di rapina, mandò a casa forse il Brasile più forte di sempre dopo quello di Messico '70, proiettando così l'Italia di Bearzot verso il titolo mondiale più bello. La prima vera ed autentica gioia nazionale dopo gli anni bui del terrorismo politico e delle stragi. Una grande festa di popolo che contribuì fortemente in quegli splendidi e tanto superficialmente vituperati anni Ottanta a renderci un po' più ottimisti, un po' più felici e soprattutto un po' più benestanti (per la cosiddetta "esplosione del debito pubblico" rivolgersi a chi nel 1981 pensò di toglierlo dalle mani dei nostri nonni per consegnarlo agli squali dell'alta finanza).

Paolo Rossi rappresentò la personificazione della gioia e della spensieratezza già nel 1978 ai mondiali d'Argentina, quando appena 21enne fece sognare un'Italia ancora prostrata e ferita dalla strage di via Fani e dall'assassinio di Aldo Moro. Lo splendido quarto posto finale della fantastica nazionale di Bearzot non fu che l'anticipo dell'apoteosi spagnola di quattro anni dopo.

L'Italia tifò per Rossi anche nel suo periodo più difficile, quello della squalifica di due anni culminatagli nell'ambito del primo scandalo del "Totonero". Due anni per una semplice omessa denuncia. Due anni per non essersi esposto al facile rischio di subire una querela denunciando un proprio compagno di squadra dalle amicizie un tantino discutibili. Due anni di squalifica per un'accusa poi ritrattata da parte dei suoi stessi accusatori. Due anni lontano dai campi di calcio per due gol all'Avellino che solo chi non ha mai toccato un pallone in vita sua può credere siano stati concordati.

Naturalmente anche all'epoca, specialmente dopo le prime partite del "mundial" spagnolo non certo memorabili da parte di Pablito, non mancarono i moralisti d'accatto. Quelli secondo cui chi indossa una toga ha sempre ragione manco fosse un'antica divinità greca. Paolo Rossi riuscì a zittirli nell'arco dei sei giorni che vanno dalla memorabile tripletta al Brasile al gol con cui aprì le danze in finale contro la Germania Occidentale, quando con un guizzo dei suoi lasciò di sale i vari Kaltz, Forster, Stielike, Dremmler, ecc. prima che Tardelli col suo leggendario urlo, Bruno Conti con le sue proverbiali serpentine, e Altobelli (riserva di extralusso) col suo colpo da ko completassero il più grande capolavoro della storia del calcio italiano.

Grazie Pablito per averci regalato un'infanzia felice.
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