Viviana intervista Erica Mou
Viviana intervista Erica Mou
Nightlife

Erica Mou si racconta: un percorso musicale tra passione e ispirazione

La semplicità e la caparbietà che permettono di andare “contro le onde”

Il talento raramente si sposa con il successo, più spesso e volentieri per conseguire quest'ultimo giocano ruoli primari altri e secondari fattori. Il successo poi raramente si sposa con l'umiltà e la semplicità, ma quando questo accade si crea una bellezza incomparabile come quella che appartiene alla giovane cantante Erica Mou. Freschezza e voglia di fare sono un mix perfetto in quella che è una tra le voci più affascinanti del panorama musicale italiano, una semplicità unica e una concretezza di fondo sono la base dei testi che la cantautrice biscegliese elabora accorpandoli ad un sound altrettanto leggero ed incisivo, su tematiche che vanno dalle difficoltà della vita quotidiana al superamento delle apparenze, dal tempo che passa alle rievocazioni epiche in chiave moderna. Abbiamo intervistato la cantante nel corso della sua partecipazione all'esibizione musicale all'interno del Green Village di Barletta.

Erica Mou, artista affermata già a 24 anni, quando hai iniziato a coltivare questa passione?
«Volevo fare la cantante fin da quando avevo tre anni, fin da quando ho memoria ho sempre voluto cantare, suonare e poi scrivere. E' sempre stato un mio obiettivo e lavoro costantemente per fare in modo che sia sempre così».

Cosa ti ispira solitamente nei tuoi lavori da cantautrice?
«La vita quotidiana prima di tutto, anche nel momento in cui io debba parlare di un concetto astratto inizio ad argomentare facendo un paragone con la vita di tutti i giorni, considerando sempre le cose che mi hanno toccato da vicino. Ovviamente poi ogni canzone ha la sua storia, però può capitare di avere anche momenti d'ispirazione comune, come ad esempio il mio ultimo disco, "Contro le onde", che è abbastanza legato al mare e alla volontà di attraversare queste onde, che rappresentano in realtà i momenti della vita, quelli veri e difficili che vanno affrontati ogni giorno».

La tua città: in che modo te la porti dietro nel tuo percorso musicale?
«Innanzitutto vivendoci, è abbastanza presente nella mia vita, è la base, il campo base di ogni spedizione. So di tornare lì dove ritrovo sempre le mie sicurezze. Talvolta è anche fonte d'ispirazione negativa, infine i rapporti che abbiamo con le nostre città del sud sono sempre di amore-odio. Si ha voglia di superare delle barriere che credi ci siano, molte volte limiti solo immaginati ma qualche volta oggettivi e reali. Infine però realizzi la certezza che non c'è posto al mondo in cui potresti vivere meglio e questo nelle mie canzoni è molto presente. Ad esempio in "Mettiti la maschera" il concetto base è proprio questo, il posto in cui viviamo non ci piace, che fare? Andiamo via oppure andiamo a vedere il fondo di questo mare buio? Andiamo a vedere il fondo».

Cosa diresti ai giovani barlettani che nutrono la tua stessa passione e magari vorrebbero entrare nel mondo della musica?
«Il mondo della musica vuol dire "suonare". Suoniamo, suoniamo tanto, poi tutto il resto è noia».
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