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“Lincoln”, la saggezza della politica

Compromessi e attualità nella biografia firmata Spielberg

Non è la storia di Abramo Lincoln. Bisogna avere le giuste aspettative prima di accostarsi alla visione di "Lincoln", regia del pluripremiato Steven Spielberg, che è tutt'altro che una banale biografia del sedicesimo presidente degli Stati Uniti d'America. E' il racconto degli ultimi mesi di mandato (prima del suo assassinio) di Abramo Lincoln, uno dei presidenti più amati e venerati della storia americana, e della sua strenua lotta per l'approvazione alla Camera del Tredicesimo emendamento alla Costituzione, con il quale si aboliva la schiavitù mentre nel paese si combatteva la sanguinosa guerra civile fra Nordisti e Sudisti. Una federazione divisa in due, e al centro il presidente Lincoln, figura autoritaria ma umana, mito americano ma politico senza remore, fermamente deciso nel suo obiettivo tanto che non esita a comprare i mancanti voti favorevoli al suo emendamento corrompendo e distribuendo cariche nella pubblica amministrazione.

Il timore di un'opera maestosa come questa, che riprende alcune delle più grandi leggende del passato americano, era la facile caduta nell'agiografia e nel patriottismo: Spielberg è riuscito a far da parte questi timori attraverso una narrazione serrata, intelligente, addirittura complessa, che scardina la leggenda per rivelarne i più amari compromessi. Lincoln, nella magistrale interpretazione di Daniel Day-Lewis, è anche un padre di famiglia e un marito: mentre ostinatamente temporeggia e ritarda l'arrivo degli emissari di pace, lotta contro suo figlio Robert, il suo primogenito, che vuole arruolarsi e contribuire alla guerra in corso; mentre contratta con gli avversari politici, deve condividere la vita quotidiana con sua moglie Mary, schizofrenica e perseguitata dal rimorso per la morte precoce del figlioletto Edward.



Dal privato al pubblico, il film viaggia sulle parole, sui dialoghi, nel chiuso delle camere della politica, dove le uniche scene corali sono i dibattiti alla Camera: è lì che Spielberg condensa il senso di una pellicola che non è mera ricostruzione storica, ma è parafrasi della nostra attualità politica. Le strategie politiche, le perorazioni populistiche, le accuse violente tra schieramenti opposti, la riduzione dei grandi ideali in più semplici compromessi, sono il racconto del mondo di oggi. Non sembra del tutto casuale, infatti, l'uscita di questa pellicola che parla di politica, schiavitù, guerra e diritti civili, proprio nel momento storico in cui la Casa Bianca è per la prima volta abitata da un presidente di colore, che ha riportato quella lotta per la parità fra bianchi e neri nell'apice più elevato della simbologia americana.

Il vero protagonista del biopic spielberghiano in realtà non è il presidente Lincoln, né la guerra civile america, né la lotta contro la schiavitù: meravigliosa e assoluta protagonista è la politica. Il film è effettivamente la storia del Tredicesimo Emendamento, che prima della conclusione della guerra pose fine alla schiavitù in ogni sua forma direttamente correggendo il testo della costituzione americana, segnando così la storia per sempre. La fedele ricostruzione storica è particolareggiata (quasi difficile da seguire) in un film classico, con ritratti caravaggeschi fra luci e ombre, tecnicamente sobrio e ineccepibile, così da lasciar spazio alla solitaria figura del presidente Lincoln e alla sua visione della politica.

Allora è giusto omaggiare la grandezza della figura storica dell'uomo Lincoln: il suo viso scolpito ad aeternam sul monte Rushmore, impresso sulle banconote e sulle monete che circolano ogni giorno delle mani degli americani, non sono feticci di patriottico populismo, ma rispetto verso un uomo vero, forgiato nel fuoco della politica di un tempo, pronto a sporcarsi le mani per perseguire un ideale più alto. Per questo Lincoln è la Storia, come forse nessun altro politico del nuovo millennio potrà più esserlo, e il film di Spielberg è un'opera che degnamente lo racconterà anche alle prossime generazioni.
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