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Il fenomeno planetario di "Avatar" tra applausi e dissensi

Tra realtà e immaginazione la fiaba ecologista del regista di Titanic

Sbanca i botteghini di tutto il mondo e comincia a fare incetta di premi (due Golden Globes per Miglior film e Miglior regia): l'epopea fantascientifica di James Cameron alla conquista del mondo.

Entusiastiche le critiche che spopolano su stampa e web, pubblico in delirio che si spreca in elogi, c'è perfino chi grida al miracolo per il nuovo azzeccatissimo successo di James Cameron, Avatar, osannato già come film che cambierà per sempre la storia del cinema.
In un futuro imprecisato e non troppo lontano, nuove tecnologie sperimentali permettono a Jake Sully, ex marine paraplegico, di trasferire la propria coscienza e manipolare il corpo di un Avatar, costruito ad personam col DNA dei Na'vi, popolazione indigena e pacifica che popola l'incontaminato pianeta Pandora. Compito di Jack sarà infiltrarsi nella loro arcaica società di guerrieri e permettere lo sfruttamento incontrollato delle loro risorse minerarie, da rivendere su una Terra inerte e desolata. Tutto cambierà quando il giovane soldato si innamora dell'indigena Neytiri e della pacifica cultura dei Na'vi.

Avatar conquista il pubblico con una fiaba ecologista senza tempo, una versione ultra tecnologica del mito di Pocahontas, in cui gli spietati conquistadores sono bellicosi uomini avidi di sangue e denaro. E affascina la magia di una popolazione in perfetta simbiosi col proprio pianeta e la natura rigogliosa che la ricopre. Come in una futuristica Terra di Mezzo, il regista inventa paesaggi, creature e persino una lingua aliena con cui far comunicare la sua utopistica società di Na'vi.
La pellicola racconta l'eterna lotta tra il Bene e il Male in una prospettiva fin troppo dicotomica, in cui gli uomini sono ridotti a macchiette di crudeltà e l'unica speranza di civiltà è in un altrove immaginifico. «Il cinema americano si è ridotto a fiabe schematiche e puerili» accusa Paolo Mereghetti, illustre critico del Corriere della Sera, ed è proprio sul piano contenutistico che Avatar mostra le sue maggiori pecche: la pretesa è di affrontare grandi temi in maniera superficiale, ed è forse questa filosofia positiva ma spicciola a trovare il consenso del grande pubblico. Non a caso a storcere il naso sono stati soprattutto i critici, che con occhio più esperto hanno sottolineato falle narrative e un intreccio fin troppo retorico, che non ha nulla a che fare con «l'affetto e la fiducia per gli uomini di Spielberg, né con la capacità di fondere epica e minimalismo di Jackson» come scrive Federico Gironi su ComingSoon.it.

Senza dubbio la rivoluzione di Avatar è a livello formale: la tecnologia del 3D viene condotta al massimo splendore, colori e visionarietà animano le 2 ore e 46 minuti di immersione totale su Pandora, e togliersi gli occhialetti è come un freddo ritorno alla realtà.
Il progetto di Cameron era già disegnato nella sua mente quattordici anni fa, ma come confessa il regista «non c'erano ancora le tecnologie per realizzarlo». Attraverso la tecnica della performance caption, gli attori hanno recitato in set spogli, davanti a loro una telecamera in alta definizione riprendeva ogni ruga delle loro espressioni, per poi riversarle in formato digitale e dar vita ai loro corrispettivi avatar. Notevoli passi in avanti da quando, pochi anni fa, si chiedeva un riconoscimento speciale agli Oscar per il Gollum de Il Signore degli Anelli. La tecnologia è la stessa, ma perfezionata ed estesa a tutto il cast. Continua Cameron: «Costretti spesso a recitare da soli, in una stanza vuota, gli attori recuperano la dimensione più pura della finzione. Come i bambini, devono immaginare cose e creature che non ci sono».
C'è chi invece non ci sta, come il regista italiano Roberto Faenza, che controbatte a voce alta «Film come Avatar uccidono gli attori e il nostro cinema […] Il computer ha preso il sopravvento sulla macchina da presa». Autoconsolazione che ha tuttavia un fondamento di verità. Se il carrozzone colorato di Avatar affascina per il suo ampio respiro su scenari immaginari e per l'uso avanguardistico delle nuove tecnologie, a catturare il pubblico sono essenzialmente le grandi storie. Le due cose però possono camminare di pari passo: anche senza occhialini l'epopea di Pandora fa sognare e commuovere alla stregua delle grandi mitologie, così come il segreto dei sempreverdi capolavori della Pixar è nelle grandi narrazioni che toccano le più profonde corde dell'animo, e non nelle avvenieristiche tecniche di animazione. Centinaia saranno gli elogi e le critiche, soprattutto quando si genera un fenomeno sopravvalutato e controverso, e ancora per molto ne sentiremo parlare: fanatici del 3D contro intenditori di cinema d'essai, pubblico delle grandi occasioni contro cinefili solitari. Il botteghino, ancora una volta, ha detto la sua. Per il panorama italiano potrebbe forse diventare l'occasione giusta per educare gli spettatori ad un certo tipo di cinema di qualità, e risvegliare i sonnecchianti consumatori di cinepanettoni dal torpore. Quando a farla da padrone sono grandi sogni ad occhi aperti come quello di Cameron, che ben venga.

Non sarà certo Avatar a cambiare la storia del cinema, ma è sempre bello perdersi per qualche ora in un universo parallelo a lieto fine. Almeno per loro.
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