Fratelli Immesi Pupi Siciliani Allestimento
Fratelli Immesi Pupi Siciliani Allestimento
Cara Barletta ti scrivo

Abbandonata a se stessa la collezione Immesi dei pupi siciliani al castello

Una nota del giornalista Nino Vinella: «Come una vergogna da tenere nascosta»

«Come una vergogna da tenere chiusa e nascosta alla cittadinanza, anche nelle Giornate europee del patrimonio dimenticata e abbandonata a se stessa la collezione Immesi dei pupi siciliani al Castello in quella sua parte più remota e meno frequentata. E' qui che questo pezzo importante dell'identità storico-culturale contemporanea di Barletta versa nel più completo stato di abbandono. Durante il recente tour nelle attività di "Intra Moenia" al Castello, la dolorosa visione apparsa ai visitatori più curiosi (e meno distratti) è stata quella che si può giudicare nelle foto pubblicate.

Dietro la vetrata della Sala degli Artificieri, nella parte più alta della fortezza moderna (com'è stata definita) e quasi come una vergogna da tenere nascosta, ecco l'eredità della famiglia Immesi al Comune di Barletta. I pupi giganti, alti appunto quanto una persona, malinconicamente e scandalosamente chiusi a chiave fra un lavandino rotto e le mura sgretolate. Pensando alla cifra stanziata per il ristoro alle forze dello spettacolo durante l'emergenza Coronavirus (200.000 euro fra iniziative teatrali, musicali e perfino turistico-culturali) che non si sia potuto ricavare nemmeno un solo centesimo per ridare vita a questo piccolo patrimonio dell'identità culturale italiana è raccapricciante. Ma il paradosso più grande è che la toponomastica cittadina riporta nella zona 167 una strada intitolata di recente "Fratelli Immesi"…

Perfino a sfogliare il sito web sotto la dicitura musei del Comune di Barletta https://www.comune.barletta.bt.it/luoghi/musei/immesi.html essa viene tuttora riportata erroneamente in questi termini: "La collezione allocata nelle sale della pinacoteca comunale raccoglie le marionette del teatro popolare siciliano utilizzate dalla compagnia dell'Opera dei pupi diretta da Michele Immesi a cominciare dalla fine del 1800. La compagnia si trasformò in teatro stabile e scelse Barletta come propria sede, questo giustifica la donazione alla città delle grandi marionette. I "pupi", alti più di un metro dipinti a tinte vivaci e coperti da armature costruite minuziosamente, costituiscono un insieme assai prezioso se si considera che il genere è ormai quasi del tutto dimenticato". Nelle sale della pinacoteca comunale: si, avete letto bene. Nemmeno a correggere. Nemmeno a rendersi conto delle cavolate scritte e che scritte restano da anni.

Solo nella neonata pagina che avrebbe dovuto fare da trampolino di rilancio al ritorno in grande stile delle opportunità turistiche in quel territorio dove prima brillava Puglia Imperiale http://www.visitbat.it/prodotto/collezione-immesi-barletta/ si legge un accenno del genere: "Dal 1998 la cosiddetta Sala Artificieri del Castello Svevo di Barletta ospita la storica collezione di marionette del teatro popolare siciliano utilizzate dalla compagnia dell'Opera dei pupi diretta da Michele Immesi a cominciare dal 1890, quando si stabilirono definitivamente in città. Il successo degli spettacoli, curati nei minimi particolari, fu inarrestabile e tanti furono i riconoscimenti e i premi che la compagnia Immesi raccolse per il mondo. Tappe di successo furono, nel 1909, Vienna e Parigi e Barletta ricevette medaglia, croce e diploma dell'Esposizione delle Industrie di Genova. L'attuale esposizione mostra 25 pupi tra paladini e cavalieri, 8 scene di quinta e svariati pezzi di armature e armi da combattimento. Si distinguono i paladini più famosi: Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, ma anche gli eroi della tradizione locale, come Ettore Fieramosca e Guy La Motte. Il pupo che realizzava Don Michele Immesi, oltre ad avere un'altezza insolita, tra il m. 1,40 – 1,50, possedeva anche una estrema mobilità. La compagnia non si occupava solo della recitazione ma provvedeva da sola tutto, dalla meccanica alla pittura dei personaggi, dal confezionamento degli abiti a tutto il corredo metallico dei guerrieri: spade, elmi, armature. La collezione si è successivamente arricchita di teste di marionette in legno, realizzate artigianalmente e donate all'Amministrazione Comunale dalla famiglia Lauroia".

La storia della collezione di pupi detta di "don" Michele Immesi è la storia di quanto una tradizione tutta siciliana possa essere trapiantata qui da noi, in Puglia, e proprio a Barletta. In un articolo del "Messaggero della Puglia" del 1963 si legge che "nel 1890, quando in Sicilia fioriva il Teatro delle Marionette, i fratelli Michele e Giuseppe Immesi, nativi del Comune di Bisacquino (Palermo), essendo ormai sature le piazze dell'isola decisero di portare in Puglia la loro Compagnia e tentare lì la fortuna. Essi arrivarono dalla Sicilia a bordo di un bastimento che veniva a scaricare arance". Qui, in terra pugliese, i "pupari" Immesi erano assurti ad autentiche "star": la loro "Grandiosa Compagnia Marionettistica" (era questa la denominazione ufficiale) era stata premiata in Italia ed all'estero, ed il suo titolare, ossia il Cav. Filippo Immesi, era stato insignito di prestigiose onorificenze a Parigi, Vienna e Genova. Il repertorio che proponevano andava oltre la tradizionale Commedia dell'Arte (quella di Pulcinella ed Arlecchino) e la classica Opera dei Pupi siciliana perché spaziava dai capolavori di Shakespeare (Amleto, Giulietta e Romeo, ecc.) alle opere del melodramma (Cavalleria Rusticana, Vespri Siciliani, ecc.), dalle sacre rappresentazioni (Nascita di Gesù Bambino, Passione e Morte di Nostro Signore, ecc.) ad altre messe in scena particolarmente impegnative. A curare tali allestimenti ed a manovrare le marionette dando loro la voce provvedevano tutti i membri della famiglia Immesi (Rosa, Nina, Lucia, Ada, Rosetta, Carlo e Michele) sotto la sapiente guida, nel ruolo di direttore artistico, del Cav. Filippo. La "gloriosa" Compagnia Immesi, insomma, ha rappresentato un "mito" in questo particolare genere teatrale popolare; ed ancora oggi, inserendo sui motori di ricerca di Internet i termini "Immesi" e "Marionette", ci si può agevolmente rendere conto del significativo ruolo avuto da questa famiglia di origine siciliana (cui sono dedicati musei e mostre permanenti) nell'affermazione di quest'antica forma di intrattenimento.

Quando a maggio del 2009 la Gazzetta pubblicò questa notizia, il filo magico ed affascinante cominciò a indebolirsi fino a spezzarsi del tutto: " È scomparso, all'età di 82 anni, Giuseppe Chiumeo, noto a Barletta per l'impegno nel campo sociale, politico e culturale. Non vedente dagli anni della giovinezza, Chiumeo era presidente della locale rappresentanza dell'Unione italiana ciechi: la sua cecità non gli era affatto un ostacolo. Per tutta una vita ha sempre rivendicato con orgoglio l'attaccamento a Barletta, alla sua storia e alla cultura popolare. Anche nella storia delle marionette, quell'opera dei pupi che aveva ereditato dal suocero siciliano, quel don Michele Immesi arrivato a Barletta ai primi del Novecento su di una zattera carica di arance. Chiumeo era Orlando, era il paladino Rinaldo: recitava a memoria, col copione stampato in mente, dando appunto voce ad interpretazioni di enorme successo popolare e grosso temperamento, un carico di emozioni che la sua famiglia ha immesso nel patrimonio culturale della città donando al Comune quella collezione Immesi che oggi (magari) nessuno può più visitare nella parte alta del Castello ma di cui tutti sono gelosi".

Destino. Pur avendo consegnato ai posteri il libro intitolato "I Pupi di Don Michele", scritto da Filippo Chiumeo (figlio del defunto Giuseppe e battezzato col suo nome proprio in onore a quel glorioso antenato siciliano) e Francesca Scommegna, questa collezione ha avuto un suo passeggero momento di gloria nel 2015, quando fu esposta con grande successo e consenso di pubblico a Palazzo San Domenico per le iniziative collaterali alla rievocazione del 512° della Disfida di quell'anno. Ed in quella occasione, il Comune finanziò anche un intervento di restauro per la modica cifra di 8.000 euro. Poi il nulla…»
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