Padre Saverio Paolillo con stendardo Barletta
Padre Saverio Paolillo con stendardo Barletta
Religioni

Padre Saverio Paolillo: «Dio mi ha sempre colto di sorpresa»

Una lunga lettera per i 25 anni di servizio sacerdotale

Scrive una lunga lettera Padre Saverio Paolillo, in occasione dei suoi 25 anni di servizio sacerdotale nella Congregazione dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù: «Era il 16 novembre 1985 quando, proveniente dall´Italia, atterrai all'aeroporto di Campinas, a circa 80 km da San Paolo. Ad attendermi c´era un seminarista comboniano che mi portò fino ad un´umile casa di Parque Santa Madalena, un quartiere povero della zona orientale di San Paolo. Ci vollero quasi quattro ore di autobus e metropolitana per raggiungere la destinazione. Confesso che sul momento rimasi confuso e un po' spaventato. La facciata della casa era sotto il livello della strada principale. Il resto della struttura era in discesa, lungo il pendio di una collina di terra friabile da cui si poteva vedere parte delle vaste baraccopoli che circondavano il quartiere. Il rischio di crollo era molto alto. La casa sembrava stringersi alle altre per non scivolare giù. Era lì che funzionava il "seminario di teologia" dei Missionari Comboniani. La struttura era simile alle residenze della gente comune. Non aveva niente a che vedere con le case religiose conosciute in Italia durante i primi anni di formazione alla vita missionaria. Non c'era nessuna comodità. Poteva ospitare al massimo dodici seminaristi, divisi in tre stanze, ciascuna con due letti a castello, distribuite su tre rampe di scale esterne. C'erano anche la cucina, una sala e una piccola cappella. I mobili erano molto semplici. Ricordo che, al posto dei comodino, c´erano delle cassette della frutta.

Era l'epoca delle comunità religiose inserite in mezzo alla gente. In risposta ad un appello di dom Paulo Evaristo Arns, Arcivescovo di San Paolo, molti religiosi e religiose abbandonarono le loro strutture nei quartieri di classe media e alta per andare ad abitare tra i poveri, condividendone la vita e sentendo sulla propria pelle quell´odore di periferia di cui parla tanto papa Francesco. Era anche la primavera delle Comunità Ecclesiali di Base, una maniera nuova di essere chiesa povera tra i poveri, coniugando fede e vita, ascolto della Parola e impegno nel sociale, preghiera e azione in difesa della vita e della dignità umana. È stato in quella periferia e in quel contesto ecclesiale, che ho fatto i quattro anni di teologia, prima di essere ordinato sacerdote. È stato lì che Dio mi ha dato la grazia di "scendere dal muro", di prendere posizione in favore degli esclusi e di fare del loro "punto di vista" e del loro clamore i riferimenti decisivi per ogni mia riflessione e azione. Tutto ciò non sempre era ben visto in Roma. Oggi sono felice di testimoniare che l´appello ad andare verso le periferie parte dal cuore della Chiesa attraverso la voce di papa Francesco. Dopo lo shock iniziale, mi abituai subito a quel ritmo di vita, dividendo il tempo tra gli studi presso l'Istituto Teologico di São Paulo (Itesp), la vita comunitaria e il lavoro pastorale nelle baraccopoli. In alcuni ambienti della chiesa parrocchiale funzionava un progetto per i bambini e gli adolescenti delle favelas. Serviva ad occupare il tempo libero dalla scuola con attività pedagogiche, sportive e culturali. La coordinatrice era Valdênia, allora studentessa di pedagogia che, nonostante la sua apparente fragilità, ha sempre avuto una forza straordinaria. L´inserimento nel progetto mi fu utile anche per imparare la lingua. Durante le prime vacanze estive decisi di fare un´esperienza forte sulla strada. Affittai uno di quei carrettini utilizzati dai raccoglitori di materiali riciclabili (catadores) e mi misi a raccogliere i cartoni. Volevo sentire sulla pelle quello che provavano i ragazzi che facevano questo mestiere per sopravvivere. All´inizio mi faceva schifo. Bisognava mettere le mani nei sacchi dei rifiuti per strapparne tutto ciò che poteva essere rivenduto. Gli stessi ragazzi non vedevano di buon occhio quello che facevo. Alcuni erano molto diffidenti. Altri mi sentivano un intruso e un rivale. Temevano che occupassi il loro spazio e facessi loro concorrenza. Ma alla fine tutti si abituarono. L´iniziativa fu fondamentale per superare la diffidenza dei ragazzi, avvicinarli e cominciare un lavoro pastorale con loro. Le esperienze vissute erano quelle tipiche della strada: i rottamai dove i ragazzi vendevano i materiali raccolti rubavano sul peso. I ragazzi, a loro volta, bagnavano i cartoni e nascondevano pietre tra i rottami per recuperare il peso rubato. C'erano ragazzi che arrotondavano il reddito commettendo piccoli furti e quelli che nascondevano la droga sotto la spazzatura. Ogni tanto qualcuno era arrestato. Molti furono uccisi dagli spacciatori o fucilati dalla polizia.

Ma fu proprio in quelle strade che Dio mi diede appuntamento, mi fece sentire sulla pelle la sua indignazione di fronte alle ingiustizie praticate contro l´infanzia e mi sedusse ad impegnarmi nella Pastorale dei Minori. Fu come mettere i piedi nelle sabbie mobili. Fui "inghiottito" molto prima di rendermi conto dei guai in cui mi stavo infilando. Il punto culminante di questo coinvolgimento avvenne quando Zuzinha, un ragazzo di 14 anni, fu arrestato e rinchiuso nella famigerata FEBEM, una struttura per recuperare ragazzi coinvolti nella malavita, ma che in realtá era un campo di concentramento in cui si ammucchiavano, divisi in padiglioni, quasi 5 mila ragazzi e ragazze tra i 12 e 21 anni. La madre ci chiese aiuto. Insieme agli altri educatori, decidemmo di accompagnarla il giorno della prima visita. La direzione non ci permise di entrare. Chiedemmo aiuto a Padre Julio Lancellotti, coordinatore diocesano della Pastorale di Minori. Il suo intervento fu decisivo per addentrarci nel mondo delle carceri minorili. Grazie a lui ottenemmo l'autorizzazione a svolgere visite settimanali, durante le quali, oltre ad offrire l´assistenza spirituale, diventammo testimoni oculari delle più atroci violazioni ai diritti umani. Da quel giorno, con l´apertura dei portoni della FEBEM, mi immersi anima e corpo nel mondo della delinquenza giovanile con l´ardua missione di aiutare coloro che volevano venirne fuori. La prima sfida fu quella di creare un nucleo di libertà vigilata. Sin dal 1977 la Pastorale dei Minori realizza un lavoro di recupero dei ragazzi coinvolti nella malavita attraverso un progetto chiamato "Libertà Assistita Comunitaria" (LAC). Fu un´ intuizione profetica di Mons. Luciano Mendes de Almeida (vescovo ausiliare di San Paolo), Suor Maria do Rosario, Ruth Pistori e padre Júlio. I ragazzi in libertà vigilata non sono seguiti dagli organi di polizia o dal Tribunale dei Minori, ma da gruppi di educatori, professionisti e volontari inseriti nel territorio che, oltre a proporre percorsi di formazione etica, di educazione alla cittadinanza e di soluzione non violenta dei conflitti, cercano di coinvolgere la famiglia e la comunità nel recupero dei ragazzi. Sino ad oggi, la Libertá Assistita Comunitaria si è rivelata come la proposta più efficace per ridurre il rischio della recidiva. Attraverso la tessitura di una rete di servizi e l´adozione della pedagogia della presenza, la L.A.C. è riuscita ad impedire che migliaia di ragazzi ricadessero nelle maglie della malavita. Decidemmo di cominciare questo lavoro nella regione di Sapopemba, nella zona est di San Paolo, conosciuta come il territorio con il più alto indice di adolescenti e giovani coinvolti nella criminalità. Inizialmente non avemmo l´aiuto di nessuno. Dovemmo arrangiarci con la solidarietà di alcuni amici italiani. Entravamo nelle favelas e percorrevamo i posti più malfamati per raggiungere i ragazzi nel loro territorio e cominciare con loro una vera e propria "inversione di marcia". Affrontammo l´ostilità degli spacciatori e la diffidenza della stessa comunità che non riusciva a capire il senso del nostro lavoro. Varie volte dovemmo mettere in salvo ragazzi minacciati di morte. Allora non c'era nessun programma di protezione. La nostra salvezza era dom Luciano che, con la sua influenza, riusciva sempre a trovare un posto per nascondere i ragazzi che correvano il rischio di morire. Molti adolescenti e giovani riuscirono a venirne fuori. Vari furono uccisi. Altri preferirono restare nella criminalità, passando dalle carceri minorili alle prigioni. Fu così che cominciò anche il mio impegno nella pastorale penitenziaria. Mi fu affidata la missione di assistere i detenuti ammucchiati nei commissariati della zona orientale di San Paolo e quelli rinchiusi nel Padiglione 8 del Carandirú, che, all´epoca, era considerato il più grande carcere dell´America Latina con 6.500 detenuti.

Nel 1987 decidemmo di intensificare il nostro lavoro con le ragazze, soprattutto quelle che finivano nella rete dello sfruttamento della prostituzione. Fondammo la Casa Azzurra, una struttura di accoglienza provvisoria nella speranza di inserire nuovamente le ragazze nelle loro famiglie e nelle loro comunità. Non fu facile convincere i miei superiori sull´emergenza di questo lavoro. Alla fine dei conti ero ancora un seminarista. L´assistenza alle ragazze prostituite poteva trasformarsi in una "pericolosa tentazione". C´era il rischio della dispersione. La mia priorità doveva essere la preparazione spirituale e accademica al sacerdozio. Mi feci in quattro per non trascurare i miei impegni e per integrare armoniosamente tutte queste dimensioni. In realtà il lavoro pastorale sulla strada a diretto contatto con i ragazzi di strada, le prostitute e i "delinquenti" fu la miglior "cattedra" della mia formazione al sacerdozio e il "luogo santo" per eccellenza del mio incontro personale con Dio che smascherò il mio farisaismo, frantumò la mia maniera legalista di vivere la fede e mi affascinò con la sua infinita misericordia. Sfidato dal lavoro pastorale, mi appassionai per lo studio della cristologia. Attraverso i Vangeli sinottici mi avvicinai sempre di più a Gesù di Nazareth, alla sua maniera di annunciare il Regno e di vivere la fedeltà al Padre. Le sue parole, i suoi gesti e la sua predilezione per i piccoli e i poveri divennero le pietre miliari del mio cammino missionario. Le figure del Buon Pastore, del Padre misericordioso che non perde mai di vista il figlio prodigo e del Buon Samaritano passarono ad essere i miei punti di riferimento nel contatto con le persone. L´esercizio della misericordia divenne la mia metodologia missionaria. Capì, per ispirazione dello Spirito, che, in un mondo di "condannati", solo il balsamo del perdono poteva mitigare il dolore e cominciare a curare le ferite. Il primo ad essere accolto nella Casa Azzurra, in realtà, fu Alemão, un adolescente proveniente dalla FEBEM che era sieropositivo. Con l'apparizione dei primi casi di AIDS prorompeva un´ulteriore sfida che rendeva ancora più difficile il nostro lavoro. Alemão non sopravvisse, ma non fu il virus HIV a farlo fuori. Furono i proiettili della polizia. Gestire la Casa Azzurra non fu facile. Ma decine di ragazze vi trovarono un rifugio sicuro per liberarsi dallo sfruttamento sessuale e ricominciare una nuova vita.

Nel 1988, con l´approvazione della nuova Costituzione Federale, soprattutto dell´Art. 227 in cui si ribadisce il dovere dello Stato, della Società e della Famiglia di garantire, in regime di priorità assoluta, la protezione integrale ai bambini e agli adolescenti, ebbe inizio la costruzione collettiva del nuovo Codice dei Minori che divenne realtà nel 1990 con il nome di Statuto dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti (ECRIAD). Il nuovo dispositivo legale raccoglieva e adattava al Brasile tutte le normative internazionali a cominciare dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti fino ad arrivare alla Convenzione Internazionale approvata il 20 novembre 1989 e sancita dal Brasile l´anno successivo. Per rendere lo Statuto effettivo, nel 1989 chiudemmo la Casa Azzurra e fondammo il Centro di Difesa dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti - CEDECA SAPOPEMBA – dedicato a Mônica Paião Trevisan, una nostra adolescente che fu uccisa e il cui corpo fu fatto a pezzi. "Voglio vivere" – continuava a ripetere Mônica tutte le volte in cui le si chiedeva di costruire il suo progetto di vita. Il suo sogno, troncato bruscamente dalla furia assassina, divenne la nostra missione. Raccogliemmo il suo grito e lo trasformammo in un piano di lavoro in difesa della vita. Il CEDECA Sapopemba divenne un vulcano di iniziative. All´inizio, come sempre, non fu facile. Non avevamo fondi sufficienti per organizzare molte attività. L´equipe era ridotta, ma si faceva in quattro per garantire l´assistenza necessaria ai minori a rischio, i cui diritti erano violati. Lavoravamo 24 ore al giorno. A volte avevamo la sensazione di essere dei "pompieri" chiamati a "spegnere incendi" che scoppiavano da tutte le parti. Ma poco alla volta riuscimmo a organizare il lavoro e a eseguire azioni continuate ed efficaci. Nel giugno del 1989, subito dopo la mia ordinazione diaconale avvenuta nella favela in San Paolo, fui trasferito in Italia. Fu un momento difficile. Avrei voluto continuare il mio lavoro con i ragazzi, ma i miei superiori mi chiesero di assumere la redazione del PIEMME (Piccolo Missionario). Arrivato in Italia mi misi a disposizione della Caritas di Barletta, coordinata all´epoca da Gino Mascolo, per aiutare a creare e gestire un servizio di accoglienza per gli immigrati. Fu una grande opportunità per animare missionariamente la mia chiesa di origine e aiutarla a crescere nell´accoglienza. Il 30 settembre dello stesso anno fui ordinato sacerdote nella Parrocchia di San Giacomo Maggiore in Barletta. Celebrai la Prima Messa il 1º ottobre, memoria di santa Teresa del Bambino Gesù, patrona delle missioni. Rimasi ancora per qualche settimana a Barletta in servizio al centro Caritas. A novembre mi stabilì a Verona per assumere l´incarico di redattore del Piemme. Vi rimasi per quattro anni durante i quali, oltre a scrivere, percorsi l´Italia per "convincere" i bambini e gli adolescenti italiani a non riunchiudersi nel loro piccolo mondo, a non ridurre la vita soltanto al ristretto ambito della soddisfazione dei propri piaceri, a non cedere alla tentazione dell´individualismo e dell´egoismo, ma ad uscire all´incontro degli altri, ad aprirsi alla mondialità e a vivere la solidarietà. Nel 1993 tornai a San Paolo, dove, oltre a dirigere Alô Mundo, una rivista missionaria per adolescenti, ripresi il lavoro nel CEDECA, nella Pastorale dei Minori e nella Pastorale Penitenziaria.

Nel frattempo il lavoro era cresciuto molto. Grazie alle sovvenzioni del comune e a una rete di solidarietà creata in Italia, avevamo fondi sufficienti per organizzare numerose attività. La provvidenza di Dio non ci abbandonò mai. "I ragazzi che ci hai affidato sono figli tuoi" – dicevo abitualmente nelle mie preghiere -. "Datti una mossa per fornirci gli strumenti per assisterli degnamente". E la risposta è sempre venuta. Fu subito dopo il mio ritorno in Brasile che ebbi l´opportunità di conoscere la Fondazione Fossati che cominciò a finanziare i nostri corsi di formazione professionale e che continua a sostenerci fino ad oggi. All´epoca il responsabile era Luca Fossati. Fu lui a cercarmi dopo aver letto un articolo sul nostro lavoro in un settimanale italiano. In uno dei suoi viaggi di lavoro, venne a trovarmi. Diventammo amici. Tutte le volte che veniva in Brasile, ci teneva a visitarci personalmente. Con grande semplicità entrava nella favela e visitava le famiglie. I suoi occhi lucidi di commozione esprimevano il dolore di fronte a tanta sofferenza e una voglia matta di fare qualcosa per superare la miseria. Ci teneva tanto ai bambini. Non sopportava l´idea di vederli soffrire. Appena sentiva parlare di problemi che afliggevano l´infanzia in qualsiasi parte del mondo sentiva un desiderio grande di fare un intervento per contribuire ad amenizzare la sofferenza. Con la Fondazione Fossati si stabilì un rapporto affettivo che andava oltre alla cooperazione finanziaria. La Fondazione ci prese a cuore e continua a farlo ancora oggi. Un tragico incidente aereo ci portò via Luca. Ma il suo cuore continua a battere tra di noi. Con la sua semplicità e il suo entusiasmo giovanile insegnò che il capitale può avere un cuore quando lo si mette a servizo della vita. A lui subentrarono Marco e Daniela che con grande generosità continuano a seguire e ad appoggiare le nostre attività. Quante cose abbiamo potuto fare e stiamo facendo grazie a loro. La mia gratitudine e quella dei ragazzi è eterna. Marco, Daniela e tutta la famiglia Fossati si sentano ricompensati dal sapere che in ogni vita salvata c´è anche l´ impronta digitale della loro tenerezza.

Rimasi in San Paolo fino alla fine del 1999. Sono tanti i ricordi. Ho una voglia matta di raccontarli tutti anche per svuotare un poco il mio cuore. Un giorno lo farò dettagliatamente. Sento ancora il rumore delle pietre buttate dai ragazzi dietro la mia finestra per svegliarmi, le notti in bianco, l´approccio ai tossicodipendenti, le corse all´ospedale, i conflitti con i poliziotti che torturavano e uccidevano a sangue freddo, le trattative con gli spacciatori per salvare la vita di chi era stato condannato a morte per non pagare i debiti di droga, le lunghe veglie al lato dei corpi esanimi di ragazzi assassinati in attesa che la scientifica venisse a ritirarli e le pratiche nell´obitorio per dare ai ragazzi una sepoltura decente. La notte e le strade malfamate divennero il tempo e il luogo del mio lavoro missionario. La contemplazione quotidiana del mistero pasquale attraverso la celebrazione dell´Eucarestia diventava la fonte del mio impegno. Ogni giorno, guardando al crocifisso, ero chiamato a morire a me stesso, a mettermi da parte, a realizzare un doloroso percorso di svuotamento personale per dare spazio all´altro. Tutto ciò non è mai stato facile per me. La tentazione del protagonismo è sempre stata forte nella mia vita. Rimanere aggrappato all´altare nella comoda posizione del celebrante principale, usufruindo dei "benefici e dei privilegi" di un sacerdozio vissuto all´insegna del potere è una seduzione costante. Con l´aiuto di Dio ho dovuto lottare contro me stesso per avere la forza di "alzarmi dalla tavola eucaristica, vestire il grembiule" e mettermi al servizio degli altri per poi tornare all´altare e porre su di esso tutto ciò che avevo incontrato per strada. La strada finiva sull´altare e l´altare usciva per la strada per una celebrazione permanente dell´Eucaristia. Chi celebra intensamente l´Eucarestia non può fare a meno di estenderla a tutta la sua vita. Vivere all´insegna del dono di sè è il certificato di garanzia della celebrazione eucaristica. Negli anni vissuti in San Paolo Dio mi diede la grazia di riconoscere che il Cristo incontrato nell´Eucarestia si rivelava nei bambini delle favelas, nei drogati, nelle prostitute, nei detenuti e in tutti coloro che Dio mi faceva incontrare. La contemplazione dell´Eucarestia mi insegnò a trattare le persone, indipendentemente dal loro stato sociale e dalla loro situazione morale, con la stessa venerazione con cui tratto l´Ostia consacrata.

Non riesco a ricordare tutti i ragazzi e le ragazze che Dio mi ha fatto incontrare nel corso degli anni che ho trascorso a San Paolo. A nome di tutti voglio ricordare un gruppo di adolescenti, guidati da Marcelo, che crearono la prima squadra di calcio chiamata Esplosione. Da questo gruppo "esplodirono" decine di attività culturali, sportive e professionali che mobilizzarono la regione di Sapopemba. Sono stati anni anni di esperienze ricche che hanno segnato la mia vita. Ancora oggi, a distanza di quindici anni, mantengo forti legami con la gente della favela di Santa Madalena.
Sono felice di vedere che Il CEDECA Sapopemba esiste ancora. Molte persone donano tempo, energie, risorse e amore per il lavoro in difesa della vita. Centinaia di ragazzi e ragazze continuano a trovare nel CEDECA un punto di riferimento per la costruzione di un nuovo progetto di vita all´insegna dei valori umani e della cittadinanza. Alla fine del 1999 fui trasferito a Serra, comune della regione metropolitana di Vitoria, nello stato dello Spirito Santo a circa 1.200 km a nord di San Paolo. Io pensavo di riposarmi e miei superiori credevano che mi sarei dedicato ad attività più tranquille. Ma non c'è verso. La Pastorale dei Minori non è un mestiere. È una vocazione che coinvolge totalmente chi accetta la sfida. È una missione che sgorga dal cuore traboccante d´amore di un Dio che ama preferenzialmente i più poveri. È un´ irresistibile seduzione divina. È una maniera radicale di vivere la fedeltà al Vangelo e la sequela del Maestro. Inserito nella comunità comboniana di Carapina iniziai la mia attività nel quartiere di Novo Horizonte, famoso per avere un grande numero di case di prostituzione. Mi fu chiesto di continuare il Progetto Cidadão, fondato da Padre Giampietro Baresi e da un gruppo di laici delle comunità ecclesiali di base della nostra parrocchia. Ricordo con affetto padre Lello Gasperoni con cui condivisi i primi anni di questa nuova esperienza e che fu di grande aiuto nell´ampliazione del Progetto Cidadão e nella fondazione degli altri progetti che oggi costituiscono la Rete AICA – Assistenza Integrale ai Bambini e agli Adolescenti. Attualmente la Rete è composta da dieci progetti che assistono quasi 2.000 bambini e adolescenti. La Rete AICA non è mai stata pianificata. È nata ed è cresciuta spontaneamente a partire dalla generositá di chi si rifiutava a restare indifferente alle sofferenze dei bambini e degli adolescenti. È stata partorita dalle viscere impregnate di speranza e di fede nel nuovo mondo possibile a partire dal protagonismo dei piccoli. È stato il risultato di una costruzione collettiva che ha coinvolto e continua a coinvolgere tante persone, vicine e lontane, ma unite dalla voglia matta di difendere e promuovere la vita. La sua storia e le sue attività costituiscono un punto di riferimento nella difesa e promozione dei diritti dei bambini e degli adolescenti. Non riesco a ricordare tutti quelli che hanno fatto parte e continuano a far parte di questa storia che porta in sé, come marchio di qualità, l´amore di Dio. In nome di tutti, rendo omaggio a Padre Pietro Settin, Dilma, Mary, Claudimar, Sonia, Nice, Luciana, Solange, Edilene, Marcelo e tutti gli altri compagni di viaggio che hanno fatto delle loro vite un servizio alla vita. Grazie anche a tutti gli amici italiani che sempre ci hanno sostenuto. Oltre alla Fondazione Fossati che, como ho già detto, continua a sostenerci, ringrazio di cuore l´ Associazione Ricorboli Solidale, gli Amici di Fano e Rimini, l´Associazione Amici di Padre Lello, le scuole e le parrocchie di Sant´Andrea, San Pasquale, Buon Pastore, Spirito Santo e San Giacomo in Barletta e tutti gli altri che individualmente o in gruppo sostengono il nostro lavoro. Pur avendo già molto lavoro con la RETE AICA, continuai anche in Vitória il mio servizio pastorale in difesa dei diritti umani, soprattuto nelle carceri. Non fu facile. Incomprensioni, persecuzioni, minacce, tensioni e sfide hanno fatto parte di questo periodo della mia vita. Ricordo la tragica morte di Ricardo ucciso barbaramente dai suoi compagni di cella il giorno prima di uscire dal carcere minorile. Il suo corpo fu fatto a pezzi e i suoi occhi, ritrovati dopo una settimana durante la pulizia del cortile, in un gesto crudele della direzione, furono consegnati alla mamma Esmeralda in un sacchettino di plastica accentuando ancora di più il suo dolore. Il giorno prima di morire, durante la consueta visita alle carceri, Ricardo mi aveva promesso che sarebbe andato a trovarmi al Progetto Cidadão e che avrebbe fatto il corso di panettiere. Ce lo consegnarono morto mentre era sotto la tutela dello Stato. Se già era forte il mio impegno in difesa della dignità umana, in quel giorno giurai sulla bara di Ricardo che non mi sarei dato pace finchè non avessi visto con i miei propri occhi la demolizione di quel carcere disumano in cui lui e tanti altri ragazzi perdevano la vita.

Non fu facile. L´8 ottobre 2003, per causa di un conflitto con la polizia durante una rivolta nelle carceri minorili avvenuta il giorno precedente, ricevetti una telefonata con minacce di morte. "La tua Fiat Uno bianca diventerà rossa di tanto sangue che strapperò dal tuo corpo crivellato di proiettili", ripeteva una voce anonima dall´altra parte della linea. Fui messo sotto scorta della polizia. Fu uno dei periodi più duri della mia vita. Solo potevo muovermi con due poliziotti alle calcagne. Ero scortato perfino durante la celebrazione della Messa. Ricordo che proprio in quei giorni inaugurammo la cappella della nostra casa di accoglienza in montagna. La messa fu celebrata all´aperto in uno spazio circondato da poliziotti fortemente armati per paura di un attentato nei mei confronti. Sulla porta del tabernacolo in legno feci scolpire la scena dei discepoli di Emmaus perchè la loro preghiera divenne mia per molto tempo. "Resta con noi, Signore perchè si fa sera", continuavo a ripetere in quella lunga esperienza della notte che durò quasi due anni. Il Signore mi diede la forza di continuare. Ringrazio Farias e Luis, i due poliziotti che si presero cura di me. Quando passate le minacce, sembrava essere tornata la calma, nel 2006 infuriò una terribile persecuzione contro la pastorale penitenziaria. Nel mese di giugno di quell´anno, i detenuti si ribellarono contemporaneamente in cinque carceri dello Stato dello Spirito Santo mantenendo sotto controllo decine di ostaggi. La coordinatrice della pastorale penitenziaria e io fummo chiamati per aiutare nelle trattative. Riuscimmo a porre fine a tutte le rivolte senza spargimento di sangue. Buona parte della negoziazione avvenne via cellulare. Tutte le telefonate erano intercettate dalla polizia. Non avremmo mai immaginato che, pur collaborando con le autorità per porre fine alle rivolte, eravamo monitorati dalla polizia alla ricerca di motivi per criminalizare il nostro lavoro. Una frase pronunciata dalla coordinatrice della pastorale penitenziaria, ritirata dal contesto, fu il pretesto per accusare lei e la pastorale di connubio con la malavita organizzata. La coordinatrice finì sulle prime pagine dei giornali e fu trattata come una criminale, nonostante avesse dedicato 25 anni della sua vita al servizio dell´Evangelizzazione e della promozione dei diritti umani nelle carceri. Fu il primo atto di una lunga e dolorosa Via Crucis che durò sei anni. Alla fine delle indagini fu dichiarata innocente, ma quella dura esperienza lasciò ferite difficili da cicatrizzare.

In tutte queste vicende Dio non mi abbandonò mai. Pose sulla mia strada persone che condivisero i miei sogni e le mie battaglie. Decisivo fu l'incontro con Marta, Gilmar, Veronica, Reis, Bruno, Vanda, Lena, Sandrinha, pe.Kelder, Isabel, Celia, Severino e molti altri compagni che mi arricchirono con la loro testimonianza, mi sostennero nei momenti difficili e mi edificarono con la loro totale dedicazione alla causa della dignità umana. Nonostante la nostra fragilità, ottenemmo grandi vittorie. Mediammo conflitti. Ci impegnammo a seminare la cultura della pace. Realizzammo interventi in beneficio delle vittime della violenza. Facemmo risuonare in tutte le sedi nazionali e internazionali le grida dei poveri e degli oppressi. Ci recammo alla Corte Interamericana dei Diritti Umani e alla sede della Commissione di Diritti Umani dell´ONU in Ginevra per mostrare le violazioni ai diritti umani perpetrate nel sistema carcerario e minorile brasiliano. Sostenemmo le lotte delle comunità indigene e degli afrodiscendenti. Insieme facemmo cadere i simobli medievali del sistema carcerario dello stato dello Spirito Santo e ottenemmo la costruzione di carceri nuove che mitizassero il problema del sovraffollamento e offrissero migliori opportunità di socializzazione.

C´è ancora molto da fare, ma passi importanti sono stati realizzati grazie alla nostra caparbietà nel difendere la tesi che solo l´umanizzazione del sistema penitenziario e la valorizzazione del ruolo rieducativo della pena contribuiscono al recupero dell'essere umano e alla diminuzione dei tassi di violenza. La dura esperienza in Vitória dello Spirito Santo mi portò ad avvicinarmi sempre di più a Gesù e alla sua missione. Tre aspetti dell´esperienza del Nazareno divennero i cardini del mio servizio missionario: il Deserto, la Gallilea e Gerusalemme. Alla scuola del Maestro riscoprì l´importanza del silenzio e della preghiera contemplativa per ascoltare sempre di più la volontà del Padre e adequarmi al Suo progetto anche se la tentazione di fare di testa mia molte volte mi incalzò e mise alla prova la mia fiducia nei Suoi confronti. Seguendo le orme di Gesù per la Gallilea mi appassionai sempre di più alla sua maniera di vivere tra i poveri, caricando su di sè i dolori del mondo e promuovendo la liberazione integrale delle persone da tutte le forme di schiavitù. Infine salendo con Gesù verso Gerusalemme nei momenti di persecuzione sentì sulla mia pelle i conflitti della missione, lo scontro decisivo tra la proposta del Regno e quella del mondo, la brutalità del sistema e il prezzo che si paga quando ci si mette dalla parte dei poveri. Dalla mia esperienza mi convinsi sempre di più che il Deserto, la Gallilea e Gerusalemme sono tre tappe della missione inseparabili tra di loro. L´opzione per i poveri nella Gallilea dei nostri giorni non è autentica se non nasce dal cuore di Dio e dall´ascolto obbediente della sua volontà attraverso una profonda esperienza di preghiera. Il missionario ama i poveri perché Dio li preferisce e si dedica ad essi alla Sua stessa maniera. Tutto ciò lo si impara nei momenti di intimità con il Maestro. Ma attenzione al rischio dell´intimismo.Se é vero che l´amore per i poveri sgorga dalla convivenza con Gesù, é anche vero che è autentica la preghiera che porta ad uscire da se stessi per andare all´incontro dell´altro con gli stessi sentimenti di Cristo. Chi, come Maria, siede ai piedi del Maestro per ascoltarlo, non può fare a meno di porsi a servizo come Marta. Vice-versa, chi vuole esercitare un autentico al servizo ai poveri non può fare a meno di "perdere tempo" alla scuola del Maestro. Chi dice di amare i poveri senza passare per il Deserto non li amerà fino in fondo, al punto di dare la propria vita per loro. Sarà sempre sedotto dalla tentazione di servirsi dei poveri a beneficio di se stesso e del culto alla sua persona. Allo stesso tempo chi va nel deserto e vi si nasconde per non mettersi in gioco, vive un cristianesimo alienato lontano dalla sensibilitá di Gesù che sentiva compassione per "le pecore disorientate, senza pastore". Infine, chi accetta la sfida di essere discepolo di Gesù e come Lui osa mettersi dalla parte dei poveri deve sapere che finirá per mettersi nei guai. Il Vangelo, quando è autenticamente professato e vissuto, crea inevitabilmente conflitti. Sulla strada del missionario sempre ci sarà l´ombra della croce. Il discepolo di Gesù, infatti, facendosi prossimo dei poveri, non si limita a fasciarne le ferite, ma sente una indignazione profonda che lo porta a smascherare e denunciare il sistema che produce ingiustizie e morte. Chi va verso la Gallilea con il cuore di Dio non può fare a meno di salire a Gerusalemme per evangelizzare il potere politico, economico e religioso che non sono a servizo della vita. Chi va verso i poveri senza assumere il rischio di cambiare le strutture si limita a fare assitenzialismo e chi va verso Gerusalemme senza passare per il Deserto e la Gallilea finisce per lasciarsi sedurre dal potere.

Dopo tredici anni nello Stato dello Spirito Santo e un anno sabbatico a Roma per recuperare le forze fisiche e spirituali, sono ora a Santa Rita, comune della Paraíba, nel nord-est brasiliano per condividere con fratel Francesco D´Aiuto un'esperienza di inserimento tra famiglie povere che sopravvivono grazie alla raccolta di rifiuti riciclabili. Oltre ad aiutare in parrocchia, continuo ad occuparmi della pastorale dei minori e del centro di Diritti Umani Dom Oscar Romero. È la terza volta che sono chiamato a ricominciare tutto di nuovo. Come ho già scritto in un´altra lettera, è faticoso. Siamo portati naturalmente a mettere le radici e ad andare sul sicuro. Siamo "conservatori". Costruiamo le nostre "zone di conforto" e cerchiamo di mantenerci al riparo dagli imprevisti. Preferiamo rimanere nelle nostre abitudini e in contesti conosciuti e collaudati piuttosto che lasciarci sfidare da nuove situazioni. Creamo le nostre sicurezze da cui facciamo fatica a staccarci perché abbiamo paura di affrontare il rischio Cambiare addolora perché separa dagli affetti, fa perdere la sicurezza di ció che si conosce e di cui si ha il controllo, allontana da realtá giá familiari in cui ci si sente a proprio agio. Obbliga a uscire dalla "protezione del guscio" per immergersi in un mare di insicurezza. È evidente che tutto ció aumenta i livelli di ansia e di stress. Ma il cambiamento è anche opportunitá di crescita per se stessi e per gli altri. Nel cammino personale ci preserva dal rischio dell´appiattimento e del comodismo. Approfondisce la conoscenza di noi stessi mettendoci a confronto con aspetti della nostra personalitá che credevamo di non possedere. Contribuisce alla conoscenza e allo sviluppo di nuove potenzialitá. Ci fa maturare e, meglio ancora, ci fa vivere. Allo stesso tempo fa crescere anche gli altri. Li libera dal rischio del soffocamento da parte nostra. Mantiene sotto controllo il nostro protagonismo per promuovere quello degli altri. Apre spazio perché gli altri possano camminare con le proprie gambe ed essere i primi responsabili della propria storia. Per questo, nonostante la dose di sofferenza che porta con sé, il cambiamento vale la pena. Ogni tentativo di modificare qualcosa nella nostra vita, di creare nuove amicizie, di intraprendere un´esperienza nuova crea disagio, paura e insicurezza. Sono questi i sentimenti che anch´io sto provando in questo momento. Ma quando si ha il coraggio di osare questo passo, la realtá, che un attimo prima era percepita come minacciosa, ci sorprende positivamente perché ci dona la possibilità di apprendere nuovi elementi, di costruire nuove relazioni e di acquisire sempre piú competenze.

Se tutto ció è importante nella vita di qualsiasi persona, lo è ancora di piú nella vita del missionario. La vocazione missionaria è essenzialmente itinerante. "Gesù non si concentra esclusivamente in un luogo. La sua attività missionaria è itinerante: non si installa. Una volta che ha fatto dei discepoli in una città, passa in un'altra a fare lo stesso. Su più vasta scala il carattere itinerante della missione di Gesù sarà riprodotto in seguito dai primi Apostoli, in particolare da S. Paolo: una volta fondata una Chiesa, se ne partivano per fondarne un'altra. Le Chiese fondate non venivano abbandonate; sorgevano in esse ministeri che le aiutavano a crescere e a diventare missionarie a loro volta." (P. Stefano Camerlengo).
Riprendere lo stile itinerante e provvisorio di Gesú è una grande sfida per la missione. Sulla scia del Maestro, il missionario è chiamato ad uscire continuamente da se stesso, ad abbandonare le sue sicurezze, a prendere le distanze dalla tentazione di rinchiudersi nel proprio mondo e a mettersi continuamente in cammino, vivendo, come scriveva P. Franco Masserdotti in un atteggiamento di esodo permanente. Se Dio mi ha aiutato finora, sicuramente continuerà a farlo.

Ringrazio Lui per tutto quello che ho ricevuto durante i miei 25 anni di servizio sacerdotale. Dio è sempre stato fedele con me. La sua provvidenza non ha mai fatto mancare il necessario per portare avanti tutte le attività pastorali. La sua tenerezza mi ha confortato nei momenti di difficoltà e il suo abbraccio caloroso mi è stato di rifugio nei momenti di scoraggiamento. La sua misericordia mi ha aiutato a guarire le mie ferite e quelle deli altri. La sua indignazione davanti ai sorprusi e alle violenze mi ha spinto a cercare di garantire una vita dignitosa a tutti coloro che mi ha affidato. Dio è stato e continua ad essere il mio compagno di viaggio. Affido alle sue mani misericordiose le mie colpe e chiedo scusa a tutti coloro che ho offeso. Grazie di cuore a tutti voi per l'amicizia, il sostegno e l'affetto. Grazie ai mei genitori per avermi messo al mondo ed educato secondo i valori cristiani. Grazie alla mia famiglia che mi circonda di affetto. Grazie alla famiglia Comboniana, soprattutto a coloro che mi hanno seguito nel cammino formativo e che hanno fatto parte delle comunità per le quali sono passato. Grazie a tutti i benefattori e agli amici. Un grande grazie ai bambini e agli adolescenti che mi hanno insegnato tanto e che mi hanno arricchito in tutti questi anni. Ogni vita preservata dalla cultura della morte e restituita alla sua dignità è una luce che passa ad illuminare la nostra esistenza e a farla diventare sempre più significativa.

Chiedo al Signore la forza di perseverare. Dio mi mantenga lontano dallo scoraggiamento, dalla rassegnazione, dalla passività e dalla tentazione di battere in ritirata. Spero che non cada mai nella rete dell´alienazione del cristianesimo, che ci sta portando lontano dalla proposta di Gesù che, vedendo la folla affamata disse: 'Ho pietà di questa gente perché è come pecore senza pastore'. Il Vangelo di Gesù Cristo è una proposta di salvezza e di liberazione della persona da tutto ciò che le impedisce di vivere intensamente. Pregate per me. Mi affido alle mani di San Daniele Comboni perchè interceda per me e per voi. Voglio continuare a prendermi cura di voi come voi vi siete sempre presi cura di me. Dio dica bene di tutti noi».
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