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La cultura si ri-forma. Volpe e Palumbo a Barletta per capirne di più

Il «conservatorismo della sinistra» va contro la riforma Mibact

Quando la politica si serve dell'ancella della cultura, la cultura le chiede un'ottica politica. La visione che sta amministrando il futuro della cultura è una visione innovativa, che vuole scavalcare l'ostacolo del conservatorismo per far spazio a un'idea che nel management si fa azione. Questo non significa minor competenza artistica, bensì maggior capacità applicative dei pensieri che soffocano l'ambito culturale in un astrattismo rovinoso. Se ne parla nell'anfiteatro del Castello svevo di Barletta, in occasione della festa del Pd, attorno al quale ha strategicamente ruotato il frame della Disfida.

Ad illustrare la riforma Mibact è Giuliano Volpe, archeologo, rettore dell'Università di Foggia e presidente del consiglio superiore dei Beni culturali e paesaggistici: «Il nostro Ministero per i beni culturali è in stato comatoso. 50 anni fa, la Commissione Franceschini sottolineava che per uscire dalla situazione di degrado non è sufficiente ottenere più soldi, bensì rendeva evidente la necessità di cambiare l'idea del patrimonio culturale. Adesso, continuiamo a pensare con le stesse categorie interpretative di 50 anni fa e, mi dispiace dirlo, ma il conservatorismo più bieco si trova proprio nella sinistra italiana. L'articolo 9 della nostra Costituzione assicura che la Repubblica italiana si fa carico della promozione della cultura, scienza e tecnica, e della tutela del paesaggio e del patrimonio storico della Nazione. E' un articolo estremamente moderno, che va oltre la visione statalista, soffermandosi su due concetti più vitali: Repubblica e Nazione. La riforma Mibact con le nuove direzioni generali dà risalto alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio e intensifica il rapporto centro-periferia. Si prospetta la nascita di strutture miste (policlinici dei beni culturali dove formazione, istruzione e valorizzazione stiano insieme), di direzioni generali per la Dignità dei musei, di nuove sinergie tra musei diocesani e civici. Queste direzioni generali saranno autonome, svincolate dalle soprintendenze; non ci saranno più funzionari, ma addetti ai lavori detentori di un potere decisionale che snellirà tutto il sistema organizzativo. Si accorpano le sovrintendenze ai beni storico-artistici e archeologiche (paesaggio), una per regione. Ci sarà un Polo museale regionale con l'obiettivo di omogeneizzare l'offerta e i servizi con-per esempio-la bigliettazione unica. Nascono le commissioni regionali ai beni culturali».

A sostenere le parole di Volpe, interviene Francesco Palumbo, direttore dell'Area Politiche per la promozione del territorio, dei saperi e dei talenti della regione Puglia: «Questa riforma non è ingenerata, né ingenerosa. Al ministero è stato chiesto di tagliare 12-19 figure dirigenziali e, con il depauperamento delle risorse umane che caratterizza i ministeri italiani d'oggi, sarebbe difficile pensare ad altro che non sia una riforma come questa. Ogni cittadino ha diritto a fruire di un servizio culturale, così come fruisce di quello sanitario. Non è dal patrimonio culturale che possiamo fare cassa, ma i cash flow nascono nella misura in cui vengono implementate le grandi opere pubbliche e urbanistiche; nella misura in cui i flussi turistici sono generati dalla comunicazione ottimale tra i servizi. Non mi sembra sia questa la direzione del ministero. Siamo sicuri che a livello territoriale sono i musei, le biblioteche e le associazioni a favorire i processi di valorizzazione culturale? Il vento che ci fa remare verso il prossimo anno è di forte incertezza. La commissione europea ha già stabilito che la cultura è un affare che va affidato ai privati e noi in Italia ancora non sappiamo spalmarci su questi assi».

E mentre Barletta ha la dimostrazione che la sua identità culturale sta prendendo vita nello spettacolo medievale della Disfida, interviene l'assessore alla cultura Giusy Caroppo: «Data la mia esperienza da privato, ho cercato di portare in questa città un sistema che imbrigliasse il patrimonio autoctono all'identità culturale. I nostri monumenti non sono dei contenitori vuoti, ma sono degli ingranaggi che appartengono all'industria culturale centrale. Immaginiamoli come delle filiali che, profit o no profit, devono essere degli attrattori turistici affascinanti, prima ancora che delle macchine affaristiche. Quest'anno i tempi non ci hanno permesso di vendere la Disfida a un privato, ma molto probabilmente l'anno prossimo potremo farlo perché abbiamo già da oggi un'idea di fondo e un bilancio approvato».

Ma tutto questo come si attua? «Per scegliere il personale idoneo a tale riforma, che entrerà in vigore da gennaio 2015-rassicura Volpe-saranno banditi concorsi aperti, possibilmente commissariati da specialisti internazionali. Il modello di management culturale a cui ci si ispira è quello del Museo Egizio di Torino, che è da anni nelle mani di un 35enne egittologo». Se per anni abbiamo avuto il pane, ma non i denti, sarà il manager a disvelare l'anima di bronzi, pitture a olio, pietra bianca e bassorilievi della nazione Italia?
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