Giuseppe De Nittis. <span>Foto Angelo Marzocca</span>
Giuseppe De Nittis. Foto Angelo Marzocca
La città

Giuseppe De Nittis. Parigi, Lettera alla madre

Il testo dello scrittore e saggista Giuseppe Lagrasta

"Giuseppe De Nittis. Romanzo Epistolare" del prof. Giuseppe Lagrasta è strutturato, in avvio, dalla "Lettera da Parigi sulla bellezza", dalla "Lettera d'amore a Léontine", dalla "Lettera al padre", e si arricchisce, ulteriormente, con la " Lettera alla madre", che qui pubblichiamo. Il "Romanzo Epistolare", dedicato da Giuseppe Lagrasta al grande pittore barlettano, è formalizzato dagli elementi compositivi del racconto pittorico che Giuseppe De Nittis ha costruito con le sue opere, dal "Taccuino 1870/1884" e "dall'Epistolario." Nella "Lettera alla madre" il prof. Giuseppe Lagrasta, propone una lettera immaginaria di Giuseppe De Nittis in cui l'artista immagina di aver ritrovato la lettera mai spedita, in un cassetto della sua scrivania parigina nella casa di Jonchère, tra Bougival e Rueil. Avendo perduto la madre in tenera età e sentendo un legame molto forte e imprescindibile con lei, l'artista le scrive una lettera, la inserisce in una bottiglia e l'affida alla Senna.

Parigi, Casetta della Jonchère, Senza data
Cara mamma, provare e riprovare a ricordare l'unico sogno, che mi tornava di continuo nei giorni passati e che poi, ho quasi del tutto dimenticato, mi ha profondamente turbato. Difatti, all'alba, in dormiveglia, ricordavo tutto di quel sogno, ma poi, al risveglio mattutino, il sogno era stato del tutto rimosso. Provavo e riprovavo a ricordare, ma tornavano alla mente solo frammenti d'immagini, trucioli di parole, suoni imprevisti e improvvisi. E così, pur di averti qui con me, ho deciso di mettere in parola ciò che non ha avuto voce, scrivendoti una lettera da inviarti come messaggio in bottiglia, che lascerò andare nella Senna in una notte di luna, e che per miracolo, vorrei raggiungesse il mare e che un'anima benevola, trovandosi per caso sulla spiaggia, potesse raccoglierla, quale messaggio d'amore, a te dedicato, e arrivato dalle rive d'un fiume francese.

Cara mamma, volevo parlarti di questo sogno, che adesso, quasi per incanto, mi riporta a te, ai tuoi occhi, al tuo dolce sguardo. E in questa lettera, ritrovata in un cassetto della mia confusa scrivania, nella casetta della Jonchère, a te mai spedita, e che adesso, lascerò andare nel fiume, scrivevo, di questo sogno. Ecco il sogno: Eravamo in riva a un fiume, e tu osservavi le nuvole arrivare. Il cielo, qualche istante prima, dolce di sole, in un attimo, si era rannuvolato. E tu preoccupata dicesti che la pioggia, da un momento all'altro, ci avrebbe sorpresi. E con attenzione mi prendesti per mano e mi conducesti in una casupola lì, nella campagna, e d'un tratto, dopo la pioggia, passeggiando sulle rive, tu dicesti, Peppino mio, vedi quel gorgo, lì, nel fiume, ricorda, è l'esempio della la vita e della sorte. La vita, figlio mio, è come un gorgo, un vortice d'acqua, è un gomitolo di situazioni spesso opache, mi dicesti. Ed io, mai ho dimenticato quelle parole e l'immagine di quel groviglio d'onde è entrato nel mio teatro del mondo. E passeggiando lungo il fiume tu mi parlasti di fiori e foglie, era di primavera, ricordo, e mi raccontasti dei profumi e dei colori dell'Ofantino invernale e delle gioie che portava d'estate, dei ramarri, delle serpi e delle vipere contente. E io t'ascoltai, felice d'averti tutta per me. E questo sentimento è rimasto indenne nel cuore, e ora che vivo a Parigi, quando con Léontine e Jacques passeggiamo sulle rive della Senna, io, nel mio silenzio, penso a te e a papà, ma anche le passeggiate ch'io immagino d'aver fatto con te, mi hanno procurato gioia e mi hanno fatto amare la natura. E un tempo, vivendo a Posillipo, impegnandomi a dipingere una tela, decisi di descrivere la felicità azzurra del mare immaginando di stare con te. E come immagino, or ora di stare accanto a te, cara mamma, quel mio sogno si è concluso con l'immagine di un tuo viaggio a Parigi, con papà, ed è stato allora, dopo la vostra partenza, che scrivendo questa lettera mi sono commosso, svegliandomi, all'improvviso.

Cara mamma, devo dirti però, che quando mi verrà l'idea di dipingere donne che andranno a teatro, ad una di loro, darò il volto che tu avresti posseduto negli anni, se fossi stata con noi. E quel volto, mi darà serenità, per me che sono rimasto folgorato dal teatro d'ombre, per me, farti dono e cuore, rivedendoti a teatro, mi darà una gioia immensa. Perché, cara mamma, dovrò dirti che, per un certo periodo della vita, ma anche adesso, è come se vivessi in un teatro d'ombre, fatto di figure, scomparse dalla mia vita, troppo in fretta, e anche se, il dolore ha deturpato il desiderio di vivere, mi sento un sopravvissuto che ha lottato contro un destino avverso. E tale energia contraria, ha generato in me, una forza di volontà che mi ha aiutato a non soccombere.

Cara mamma, anche a te dovrò confessare l'essermi sentito abbandonato. Amore mio, ti ho amato, profondamente, anche se per anni, ho avuto il cuore pieno di lacrime. E quale bambino non sente l'abbandono quando rimane orfano? Ma chissà per quale motivo non riesco a terminare questa lettera. C'è in me, un groviglio di sentimenti che non so esprimere con le parole. Ma posso dirti, che nella mia mente, appena giovane e non ancora maturo, creai un teatro d'ombre e quell'immaginazione familiare, mi ha consentito di far apparire, su quel palcoscenico della vita, volti e volti di persone care che vivevano lontane da Parigi oppure che erano scomparse.
Così il teatro d'ombre nel corso del tempo, mi ha permesso di mettere il mio cuore a nudo, raccontando le metamorfosi quotidiane e le figure interiori e i sentimenti urgenti che, da tempo, hanno travolto il mio cuore. Resta, tra le mani, un pugno di sabbia, stretto con amore, come se quei granelli fossero gli ultimi granelli di vita nascosti nella mia clessidra. Cara mamma, sempre ho sentito la tua mancanza ma ora salutandoti, vorrei dirti che, grazie a te e alla mia solitudine, mi sono sentito un poeta, l'ho detto spesso a papà, e con il mio spirito letterario, che tu, d'altronde avresti ammirato, ti saluto con questi versi: "Ricordo di te, madre, il tuo velo di tristezza che copriva i tuoi occhi di luce e le tue mani carezzevoli e gli infiniti abbracci quando mi lasciasti con un ultimo bacio. Mai scorderò i tuoi baci, e la tua anima luminosa, e la voce dolce d'armonie con cui mi cantavi le ninne nanna d'infinito amore, mentre mi cullavi tra le tue braccia. E io d'amore infinito vissi mentre ti vidi volare come allodola radiosa nel cielo azzurro". E con questi versi la memoria delle tue ninne nanne risuona e ammalia il mio cuore e così, ritorno con animo bambino a dipingere figure suggestive a te dedicate, a Lèontine e a Jacques, ben sapendo che il tempo è come l'acqua di un fiume, che scorre, scorre e scorre, cancellando le tracce dei suoi nuotatori, e lasciando nei loro animi, il profumo dell'amore materno e paterno e le immagini della natura, tutta splendente nella sua luce sacra.

Abbracci, mamma, e ancora baci e carezze dal tuo Peppino.

Riproduzione Riservata. "Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare", Giuseppe Lagrasta, Copyright, marzo 2026.
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