La Disfida di Barletta nell'album dei ricordi di Vittorio Palumbieri
La Disfida di Barletta nell'album dei ricordi di Vittorio Palumbieri
Cara Barletta ti scrivo

«Barletta marinara: una fondazione tra plastilina e ritorno di pirati caserecci?»

Una lettera di Nicola Palmitessa (Centro studi: La cittadella Innova)

«Nelle città della nostra Provincia, mentre si rimodulano i rinforzi della sicurezza, a Barletta sul piccolo cantiere del Trabucco in ricostruzione sono state portate via una decina di tavole di legno per i lavori di carpenteria necessari alla ricostruzione. Il Sindaco a tal proposito ha vivamente ammonito: «La mia contrarietà e il mio disappunto siano condivisi dalla città, cui spetta, oltre a chi di competenza, vigilare e collaborare con senso civico a questa azione di recupero dell'identità, della storia e delle tradizioni di Barletta». Recupero del Trabucco di Barletta, secondo Mennea a proposito del trabucco, il 25 settembre 2019, sosteneva che, per realizzare un «Museo del mare occorre individuare un modello di gestione che coinvolga le associazioni del territorio, al fine di preservare la struttura ed evitare nuovi atti vandalici». Ma come evitare atti vandalici se si lascia un cantiere a cielo aperto e senza sicurezza? Troppa grazia per la fiducia accordata ai barlettani? Oppure non sarebbe stato meglio, prima restaurare l'infrastruttura del Molo di Levante e, successivamente costruire la sovrastruttura del Trabucco? In realtà - direbbe il Sindaco - il recupero dell'identità marinara passa attraverso le sfide culturali, economiche e sociali, dei traffici portuali marittimi nazionali e globalizzati (nuova via della seta, le Zes, etc.).

Un tempo la città marinara era difesa per mare dal guardiano del faro e ancor prima, dall'alto del campanile della cattedrale Santa Maria; mentre la difesa da terra, era sorvegliata dalle guardie sulle alte torri delle mura cittadine. Dopo la battaglia navale del Normanno Roberto il Guiscardo (sul finire del X secolo), per estromettere definitivamente le flotte dei Bizantini dal reame, se ne verificarono altre ancora, già descritte nei nostri volumi. Poi seguirono altri secoli di piccole e grandi battaglie, per la difesa dalle aggressioni dei saraceni con infine quella dei turchi dell'impero Ottomano. Non meno decisivo fu il ruolo apportato alla famosa e vittoriosa Battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571) da parte delle forze militari navali della città marinara di Barletta. La città era talmente forte e munita, da non essere mai battuta, vinta o conquistata, come invece accadde a tante altre città marittime o isole del reame di Puglia o del regno di Napoli.

Che il mare sia rimasto come protagonista, a latere, ce lo ricorda lo stesso romanzo sulla Disfida di Massimo d'Azeglio (Ettore Fieramosca, 1833), con la sua isola di sant'Orsola ove Ginevra fidanzata di Ettore Fieramosca si sarebbe rifugiata (sulla costa di Ponente, dai marinari ricordata come Paghiarulo di mare). Tale ambientazione marinara ha poi trovato conferma in tutto l'Ottocento nella interminabile iconografia (da Michele De Napoli, Nanin Pietro, Massimo D'Azeglio-Zambini, e sul Fieramosca sul Gargano Filippo Palizzi, Massimo d'Azeglio). Bellezza del mito a parte, ogni gloria ha il suo contrario, benché alcuni politici locali, oggi si sciacquino la bocca con la locuzione Barletta "Città marinara", in realtà la confondono come banale città del mare. In altri termini non si cerca il vero significato di senso culturale, né quello storico, né l'effettivo orientamento strategico del proprio futuro. Le fatiche intellettive sarebbero improbe o superiori anche a quelle del grande navigatore Ulisse di Omero. Di fatto la città marinara trova piena cittadinanza se concepita solo di rematori senza un capitano che dia la dritta? Sarebbe dedita solo alla pura immanenza delle cose, al semplice lavoro manuale? Invece al lavoro culturale ed intellettivo lo spazio rimane scarno e marginale. La sfiducia e diffidenza tra cittadini e istituzione, tra il senso del bene pubblico e quello privato, oggi si fa reciproca? Ripercorriamo a ritroso tale identità per giungere a quella nuova con possibili prospettive.

La città e i masnadieri. Le ascendenze storiche della città sono anche quelle a forte popolazione di militari masnadieri (dal 1348-50 in poi con l'esercito ungaro e 7000 masnadieri alemanni) da cui ebbe a difendersi con grande valore e sicura dignità, ma restandone invischiata da una generazione all'altra. In quei tempi molta gente e popoli erano dediti all'arte della spada, delle conquiste di difesa e di offesa; mentre i religiosi (dei conventi, tutti o quasi extramoenia) alla preghiera e al lavoro, ne pagavano le spese con la propria vita. La parte del leone, a lungo andare, la facevano i masnadieri che nel '500 divenivano come compagnie di ventura al soldo del signore di turno. Al popolo militare di masnadieri, si aggiunse poi quello delle piraterie ottomane.

La città e i pirati. Per tutto il '500, le inossidabili difese militari e marinare di Barletta (sia per l'impero Ottomano che per la Serenissima Venezia), saranno messa alla prova, da continui piccoli e grandi furti di navigli e di persone catturati da parte della pirateria turco-ottomana, dietro cospicui riscatti in moneta. Mamma arrivano li turchi! Non è stato quindi uno slogan di una fantasia epica, ma un timore sociale reale, sedimentatesi da una generazione all'altra di barlettani, di fatto mischiatisi con quei predatori del mare. Storielle di corsari narrate e tramandate alle nostre generazioni sino alla seconda metà del '900, che hanno fatto cultura e diffusa mentalità socialmente reattiva. Si pensi che in Barletta quella dei "Pirati", tra gli anni '50-'60, era la famosissima pizzeria in via Canosa: una sorta di vivace museo del mare nato dagli antichi retaggi culturali stranamente riemersi dalla notte dei tempi. La nobile città regia di un tempo ha i suoi risvolti popolari fatti anche di piccoli furti e grandi angherie verso il popolo minuto.

Assenza degli spazi simboli e storico-identitari della città marinara. Se la ricerca storica da alcuni decenni ha fatto grandi passi avanti, proponendo di aggiornare grandi eventi della storia di Barletta al punto da evocarli simbolicamente negli spazi urbani con piccoli monumenti, arredi storici, lapidi commemorative etc., d'altro canto con il modernismo ateo che senso civico e civile offrire alla ormai sopita mentalità di masnadieri e pirati di ritorno? La sicurezza personale e comunitaria coinciderebbe dunque con la banale arte del fare per fare, cioè del fare senza un vero pensare? Praticamente, in questa società forse troverebbe cittadinanza e sicuro appagamento mentale anche il piccolo furto? Perché questo sarebbe lavoro manuale o di appropriazione del bene altrui (personale, pubblico o privato). In antitesi quello degli intellettuali sarebbe lavoro per codardi e piagnoni. Oggi tutti credono di fare politica forse perché giova il non pensare troppo. Perciò in quella che oggi Barletta apparirebbe città di ex-masnadieri, il bene comune (pubblico) è visto come bene di cui appropriarsi personalmente (fosse anche il patrimonio delle idee). L'arte della sicurezza pervade l'agire del senso di vita: dalla cattura del consenso sociale e politico, alla sicurezza materiale e materialistica della persona. Nella città marinara, un tempo a forte autonomia dal governo centrale (o ex regno), la diffidenza verso il governo cittadino viene da lontano, per riproporsi in termini differenti di allora.

Alcune prospettive. Allora, la dignità della ex-città marinara andrebbe ricostruita: prima sul piano sociale (dal mondo scolastico e culturale a quello della ricerca scientifica ed editoriale); poi su quello politico e amministrativo. Quindi non al contrario. Sul piano concreto: perché le celebrazioni della Disfida di Barletta, fanno flop ogni anno? Perché il politico di turno si crede sempre più furbo e scaltro di quello precedente? Semplicemente perché crede di vedere le cose dall'alto in basso. Altri, finalmente reclamano, a ragione, una Disfida governata da un'apposita e agognata Fondazione (già computata dall'ex sindaco Cascella). Ma che fine farebbe la stessa fondazione della Disfida senza contemplare l'effettiva storicità e identità marinara di Barletta? Che senso avrebbe dividere il passato dal presente e il presente dal futuro marinaro che sarebbe già passato? Alla proposta di dare vita a una fondazione della Disfida aggiungiamo quella della Città marinara, che non siano però continuamente rimodellate a piacere come una plastilina casereccia. Pirati e masnadieri, vecchi e nuovi, sono sempre allertati. Con una fondazione, dobbiamo ridare la Disfida e la città marinara e un museo marinaro, in primis ai suoi naturali artefici: ai barlettani, al governo della Città e alle istituzioni preposte».
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