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Politica
Situazione della sanità pugliese, il commento di Coalizione Civica
La nota degli attivisti
Barletta - venerdì 12 giugno 2026
Comunicato Stampa
«In queste settimane il bersaglio preferito del centrodestra è Antonio Decaro. La sua colpa? Aver sostenuto la necessità di misure fiscali straordinarie per fronteggiare il pesante disavanzo della sanità pugliese. È una posizione legittima. Meno legittimo è fingere che il problema sia nato ieri mattina». Così gli attivisti di Coalizione Civica Michele Napoletano e Antonio Rizzi.
«Una narrazione semplice, efficace, elettoralmente redditizia. Peccato che abbia un difetto: ignora vent'anni di storia. Per capire perché oggi la Puglia si ritrova a discutere di tasse e deficit sanitario bisogna tornare indietro, molto indietro. Bisogna tornare agli anni in cui la Regione era guidata da Raffaele Fitto.
Non si tratta di un'opinione, ma della storia dei conti pubblici regionali. In politica la memoria è spesso selettiva. Si ricordano gli effetti, si dimenticano le cause. Si punta il dito contro chi oggi è chiamato a chiudere i conti, evitando accuratamente di parlare di chi quei conti ha contribuito ad aprirli.
La verità, per chi ha la pazienza di guardare i numeri e non solo gli slogan, è che il problema della sanità pugliese non nasce ieri. I nodi vennero al pettine nel 2010, quando la Puglia fu costretta a sottoscrivere il Piano di rientro sanitario. Un piano che non sarebbe mai stato imposto ad una regione con i conti in ordine. In quella fase, come in molte altre regioni italiane, la crescita della spesa sanitaria procedeva più velocemente della capacità di programmazione e controllo, generando progressivamente uno squilibrio strutturale. Questo squilibrio non esplose immediatamente, ma si manifestò con maggiore evidenza tra il 2006 e il 2009, quando il sistema sanitario pugliese entrò in una fase di forte tensione finanziaria, con un aumento della mobilità sanitaria verso altre regioni, una crescita dei costi complessivi e difficoltà sempre più evidenti nel mantenere in equilibrio i conti della sanità regionale.
Quando nel 2010 la Puglia fu costretta a sottoscrivere il Piano di rientro sanitario con il Governo, l'accordo prevedeva misure drastiche: chiusura o riconversione di 18 ospedali, soppressione di oltre 2.200 posti letto, blocco del turnover del personale e una pesante riorganizzazione dell'intera rete sanitaria regionale. Il 29 novembre 2010 il Piano di rientro venne firmato dal presidente della Regione Nichi Vendola. In quella fase il Governo nazionale era guidato dal centrodestra e il Ministero per i Rapporti con le Regioni era affidato a Raffaele Fitto, già presidente della Regione Puglia nei primi anni Duemila.
Alla firma era presente proprio lui, Raffaele Fitto, che espresse pubblicamente soddisfazione per l'accordo e per l'impegno della Regione a riordinare una sanità che evidentemente necessitava di una profonda ristrutturazione.
Quindi nel 2010 Fitto non era un osservatore esterno. Era ministro della Repubblica nel quarto Governo Berlusconi, sostenuto da Popolo della Libertà e Lega Nord. Lo stesso Governo che seguì l'intera trattativa sul Piano di rientro pugliese attraverso i ministeri dell'Economia, della Salute e dei Rapporti con le Regioni.
Quel passaggio segnò un punto di non ritorno nella gestione della sanità pugliese, perché certificava formalmente che il sistema non era più sostenibile senza interventi strutturali. Se si ebbe la necessità di arrivare ad una cura così drastica, significa che la malattia era già in stato avanzato. Ed è qui che la memoria selettiva diventa imbarazzante.
Il Piano di rientro venne definito e attuato all'interno di un quadro istituzionale condiviso tra Regione e Stato, a conferma del fatto che lo squilibrio non è il risultato di una sola stagione politica recente, ma l'esito di un processo accumulato nel tempo. Ma procediamo con ordine, proprio per non lasciare nulla al caso e per riportare i fatti di ciò che realmente è avvenuto. Tra il 2010 e il 2013 il sistema venne sottoposto a una forte operazione di risanamento. Il disavanzo si ridusse in modo significativo, fino a raggiungere livelli prossimi al pareggio, ma questo risultato fu ottenuto attraverso una compressione del sistema, quindi meno posti letto, meno personale, accorpamenti e riorganizzazioni che incisero profondamente sull'accesso ai servizi e sulla capacità operativa della sanità pubblica.
Negli anni successivi, fino al 2019, la situazione si stabilizzò sul piano contabile, ma emersero e si consolidarono nuove criticità strutturali, tra cui le liste d'attesa, la carenza di personale, l'aumento della mobilità passiva e di conseguenza la difficoltà crescente nel trattenere i pazienti all'interno del sistema sanitario regionale. Si trattava di problemi che non nascevano in questa fase, ma che derivavano direttamente dalla struttura costruita negli anni precedenti e dalle riorganizzazioni imposte dal piano di rientro. Negli anni più recenti, dal 2022 in avanti, il disavanzo è tornato a crescere per effetto combinato dell'aumento dei costi sanitari, dei rinnovi contrattuali del personale, della spesa farmaceutica e sempre e soprattutto della mobilità passiva verso altre regioni, che ha continuato a rappresentare una delle principali voci di uscita finanziaria per la sanità pugliese.
Nel 2025 il disavanzo torna su livelli molto elevati, confermando che il problema non è mai stato realmente risolto alla radice, ma solo contenuto in alcune fasi attraverso interventi correttivi successivi.
La domanda allora è semplice. Se nel 2010 servivano chiusure di ospedali, tagli ai posti letto, blocco delle assunzioni e un Piano di rientro da centinaia di milioni di euro, davvero qualcuno può sostenere seriamente che le responsabilità siano nate nel 2025? Davvero si può raccontare ai pugliesi che tutto dipenda da Decaro o dalle scelte degli ultimi mesi? Naturalmente no.
È evidente che i problemi erano già maturati negli anni precedenti.
Sarebbe intellettualmente disonesto attribuire ogni responsabilità a un solo governo regionale. Vendola prima ed Emiliano poi hanno governato la sanità pugliese per anni e sicuramente hanno la loro quota di responsabilità per ciò che non ha funzionato o che non è stato migliorato in termini di servizi offerti ai cittadini tra cui le liste d'attesa e proprio quella mobilità passiva che oggi pesa tanto sul bilancio della sanità pugliese. Per questo motivo il dibattito di oggi rischia di essere ipocrita. Ma c'è una differenza sostanziale tra chi eredita un problema e chi contribuisce a crearne le condizioni. Chi oggi usa il deficit sanitario come arma politica contro Decaro dovrebbe spiegare ai cittadini perché la Puglia arrivò al Piano di rientro del 2010. Dovrebbe spiegare perché fu necessario smantellare una parte significativa della rete ospedaliera regionale. Dovrebbe spiegare come si sono accumulati gli squilibri che hanno condizionato la sanità pugliese per oltre un decennio.
Si può discutere se l'aumento delle tasse sia la scelta giusta o sbagliata. Si può contestare la gestione attuale della sanità pugliese. Si può criticare Emiliano, Decaro o chiunque altro. Non si può affermare però che la sanità pugliese sia entrata in crisi nel 2025 o nel 2026.
Questa situazione è il risultato di una lunga storia fatta di errori, rinvii e scelte politiche che attraversano almeno due decenni. E tra queste pagine della storia c'è anche e soprattutto il capitolo scritto durante gli anni del governo regionale di Raffaele Fitto. La memoria corta può essere utile in campagna elettorale. Molto meno quando si tratta di raccontare la verità ai cittadini. Ma chi oggi urla contro le tasse dovrebbe prima spiegare ai pugliesi come si è arrivati al punto di doverle aumentare. Perché le tasse possono essere impopolari. E possono certamente essere contestate. Ma la ricostruzione della verità dovrebbe esserlo molto meno. E la verità è che il conto che oggi arriva nelle case dei pugliesi non è la conseguenza di una sola stagione politica. È il risultato di una lunga catena di decisioni che parte da lontano. Talmente lontano da arrivare fino agli anni in cui la Regione Puglia era guidata proprio dalla corrente politica alla quale appartiene chi oggi siede tra i banchi degli accusatori».
«Una narrazione semplice, efficace, elettoralmente redditizia. Peccato che abbia un difetto: ignora vent'anni di storia. Per capire perché oggi la Puglia si ritrova a discutere di tasse e deficit sanitario bisogna tornare indietro, molto indietro. Bisogna tornare agli anni in cui la Regione era guidata da Raffaele Fitto.
Non si tratta di un'opinione, ma della storia dei conti pubblici regionali. In politica la memoria è spesso selettiva. Si ricordano gli effetti, si dimenticano le cause. Si punta il dito contro chi oggi è chiamato a chiudere i conti, evitando accuratamente di parlare di chi quei conti ha contribuito ad aprirli.
La verità, per chi ha la pazienza di guardare i numeri e non solo gli slogan, è che il problema della sanità pugliese non nasce ieri. I nodi vennero al pettine nel 2010, quando la Puglia fu costretta a sottoscrivere il Piano di rientro sanitario. Un piano che non sarebbe mai stato imposto ad una regione con i conti in ordine. In quella fase, come in molte altre regioni italiane, la crescita della spesa sanitaria procedeva più velocemente della capacità di programmazione e controllo, generando progressivamente uno squilibrio strutturale. Questo squilibrio non esplose immediatamente, ma si manifestò con maggiore evidenza tra il 2006 e il 2009, quando il sistema sanitario pugliese entrò in una fase di forte tensione finanziaria, con un aumento della mobilità sanitaria verso altre regioni, una crescita dei costi complessivi e difficoltà sempre più evidenti nel mantenere in equilibrio i conti della sanità regionale.
Quando nel 2010 la Puglia fu costretta a sottoscrivere il Piano di rientro sanitario con il Governo, l'accordo prevedeva misure drastiche: chiusura o riconversione di 18 ospedali, soppressione di oltre 2.200 posti letto, blocco del turnover del personale e una pesante riorganizzazione dell'intera rete sanitaria regionale. Il 29 novembre 2010 il Piano di rientro venne firmato dal presidente della Regione Nichi Vendola. In quella fase il Governo nazionale era guidato dal centrodestra e il Ministero per i Rapporti con le Regioni era affidato a Raffaele Fitto, già presidente della Regione Puglia nei primi anni Duemila.
Alla firma era presente proprio lui, Raffaele Fitto, che espresse pubblicamente soddisfazione per l'accordo e per l'impegno della Regione a riordinare una sanità che evidentemente necessitava di una profonda ristrutturazione.
Quindi nel 2010 Fitto non era un osservatore esterno. Era ministro della Repubblica nel quarto Governo Berlusconi, sostenuto da Popolo della Libertà e Lega Nord. Lo stesso Governo che seguì l'intera trattativa sul Piano di rientro pugliese attraverso i ministeri dell'Economia, della Salute e dei Rapporti con le Regioni.
Quel passaggio segnò un punto di non ritorno nella gestione della sanità pugliese, perché certificava formalmente che il sistema non era più sostenibile senza interventi strutturali. Se si ebbe la necessità di arrivare ad una cura così drastica, significa che la malattia era già in stato avanzato. Ed è qui che la memoria selettiva diventa imbarazzante.
Il Piano di rientro venne definito e attuato all'interno di un quadro istituzionale condiviso tra Regione e Stato, a conferma del fatto che lo squilibrio non è il risultato di una sola stagione politica recente, ma l'esito di un processo accumulato nel tempo. Ma procediamo con ordine, proprio per non lasciare nulla al caso e per riportare i fatti di ciò che realmente è avvenuto. Tra il 2010 e il 2013 il sistema venne sottoposto a una forte operazione di risanamento. Il disavanzo si ridusse in modo significativo, fino a raggiungere livelli prossimi al pareggio, ma questo risultato fu ottenuto attraverso una compressione del sistema, quindi meno posti letto, meno personale, accorpamenti e riorganizzazioni che incisero profondamente sull'accesso ai servizi e sulla capacità operativa della sanità pubblica.
Negli anni successivi, fino al 2019, la situazione si stabilizzò sul piano contabile, ma emersero e si consolidarono nuove criticità strutturali, tra cui le liste d'attesa, la carenza di personale, l'aumento della mobilità passiva e di conseguenza la difficoltà crescente nel trattenere i pazienti all'interno del sistema sanitario regionale. Si trattava di problemi che non nascevano in questa fase, ma che derivavano direttamente dalla struttura costruita negli anni precedenti e dalle riorganizzazioni imposte dal piano di rientro. Negli anni più recenti, dal 2022 in avanti, il disavanzo è tornato a crescere per effetto combinato dell'aumento dei costi sanitari, dei rinnovi contrattuali del personale, della spesa farmaceutica e sempre e soprattutto della mobilità passiva verso altre regioni, che ha continuato a rappresentare una delle principali voci di uscita finanziaria per la sanità pugliese.
Nel 2025 il disavanzo torna su livelli molto elevati, confermando che il problema non è mai stato realmente risolto alla radice, ma solo contenuto in alcune fasi attraverso interventi correttivi successivi.
La domanda allora è semplice. Se nel 2010 servivano chiusure di ospedali, tagli ai posti letto, blocco delle assunzioni e un Piano di rientro da centinaia di milioni di euro, davvero qualcuno può sostenere seriamente che le responsabilità siano nate nel 2025? Davvero si può raccontare ai pugliesi che tutto dipenda da Decaro o dalle scelte degli ultimi mesi? Naturalmente no.
È evidente che i problemi erano già maturati negli anni precedenti.
Sarebbe intellettualmente disonesto attribuire ogni responsabilità a un solo governo regionale. Vendola prima ed Emiliano poi hanno governato la sanità pugliese per anni e sicuramente hanno la loro quota di responsabilità per ciò che non ha funzionato o che non è stato migliorato in termini di servizi offerti ai cittadini tra cui le liste d'attesa e proprio quella mobilità passiva che oggi pesa tanto sul bilancio della sanità pugliese. Per questo motivo il dibattito di oggi rischia di essere ipocrita. Ma c'è una differenza sostanziale tra chi eredita un problema e chi contribuisce a crearne le condizioni. Chi oggi usa il deficit sanitario come arma politica contro Decaro dovrebbe spiegare ai cittadini perché la Puglia arrivò al Piano di rientro del 2010. Dovrebbe spiegare perché fu necessario smantellare una parte significativa della rete ospedaliera regionale. Dovrebbe spiegare come si sono accumulati gli squilibri che hanno condizionato la sanità pugliese per oltre un decennio.
Si può discutere se l'aumento delle tasse sia la scelta giusta o sbagliata. Si può contestare la gestione attuale della sanità pugliese. Si può criticare Emiliano, Decaro o chiunque altro. Non si può affermare però che la sanità pugliese sia entrata in crisi nel 2025 o nel 2026.
Questa situazione è il risultato di una lunga storia fatta di errori, rinvii e scelte politiche che attraversano almeno due decenni. E tra queste pagine della storia c'è anche e soprattutto il capitolo scritto durante gli anni del governo regionale di Raffaele Fitto. La memoria corta può essere utile in campagna elettorale. Molto meno quando si tratta di raccontare la verità ai cittadini. Ma chi oggi urla contro le tasse dovrebbe prima spiegare ai pugliesi come si è arrivati al punto di doverle aumentare. Perché le tasse possono essere impopolari. E possono certamente essere contestate. Ma la ricostruzione della verità dovrebbe esserlo molto meno. E la verità è che il conto che oggi arriva nelle case dei pugliesi non è la conseguenza di una sola stagione politica. È il risultato di una lunga catena di decisioni che parte da lontano. Talmente lontano da arrivare fino agli anni in cui la Regione Puglia era guidata proprio dalla corrente politica alla quale appartiene chi oggi siede tra i banchi degli accusatori».
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