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«La mafia si combatte ancora a partire dall'educazione nelle scuole»

Le parole di Alessandro Cobianchi, responsabile di Libera Puglia. Nel giorno del ventesimo anniversario dalla strage di Capaci

Venti anni fa l'Italia intera perdeva grandi, grandissimi uomini, prima ancora che esemplari professionisti, e parte del suo coraggio. Quel maledetto 23 maggio 1992 tutta la penisola veniva colpita al cuore dalla "strage di Capaci", sull'autostrada A29, a pochi chilometri da Palermo, nella quale persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, gli ultimi due pugliesi. Gli esecutori materiali del delitto furono almeno cinque, tra cui Pietro Rampulla che confezionò e posizionò l'esplosivo e Giovanni Brusca, che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando al momento del passaggio dell'auto blindata del magistrato, che tornava da Roma. Oggi l'intera Italia ricorda la figura esemplare di Falcone, del suo collega Borsellino, ucciso 150 giorni dopo, e di tutti coloro che diedero la vita per lo stato. Abbiamo parlato dell'importanza di questa data e abbiamo parlato del grande "vuoto" che la scomparsa di questi giganti nella legge e nella vita ha lasciato in eredità con Alessandro Cobianchi, referente di Libera in Puglia, coordinatore della Carovana e responsabile dell'area Legalità e antimafia sociale dell'Associazione ricreativa e culturale italiana (ARCI):


23 maggio 1992-23 maggio 2012: vent'anni sono trascorsi dalla tragica strage di Capaci. Alessandro, voi di Libera Puglia come omaggerete la memoria di Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e dei 3 uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro?
« Saremo presenti su tutto il territorio regionale. In particolare a Bari, dove dalle 15.30 saremo in Piazza del Ferrarese con una mostra sulla legalità allestita attraverso i ragazzi delle scuole, poi tra le 17.40 e le 17.58 daremo vita a una catena umana in memoria delle 5 vittime».

Ieri mattina a Barletta è arrivata la Carovana Antimafia di Don Ciotti. Qual è stato il bilancio della manifestazione in Piazza Aldo Moro?
« Io non ero purtroppo presente, ma ho parlato con gli organizzatori e mi hanno detto di essere stati davvero soddisfatti per la partecipazione di tutta la cittadinanza, che ha sostenuto e incoraggiato volentieri la causa. Certamente l'episodio di Brindisi ha suscitato una maggiore presenza della comunità».

Nella scorta del giudice Falcone erano presenti due pugliesi, Dicillo e Montinaro. A volte le famiglie dei due militari deceduti hanno lamentato la scarsa vicinanza delle istituzioni: voi di Libera Puglia come li avete sostenuti?
«Le situazioni sono diverse tra loro. La famiglia Dicillo è stata avvicinata da noi diverse volte: io domani sarò a Triggiano, dove risiede la famiglia, e sarà un'occasione in più per manifestare la nostra vicinanza. Con la famiglia Montinaro, con fratelli e sorelle in particolare, c'è una stretta collaborazione: ci hanno dato una grossa mano anche nel sostegno delle altre famiglie vittime di episodi di mafia e sono vicini a Libera Puglia».

Che coscienza hanno i ragazzi, pur giovani, che stanno partecipando agli eventi dell'importanza di questa giornata?
« Vedo tanto interesse verso le attività in atto: credo che oggi la coscienza democratica e la consapevolezza nei giovani siano aumentate. Oggi c'è bisogno di alimentare la memoria e tradurla in impegno. Solo in questo modo potremo dire che siamo sulla buona strada. Certamente, rispetto a 20 anni fa, abbiamo compiuto evidenti passi in avanti».

Il territorio italiano e pugliese è stato fortemente scosso negli ultimi giorni dal truce attentato di Brindisi: voi eravate presenti sul posto poco dopo l'attentato, visto che l'arrivo della Carovana Antimafia in Salento era in programma proprio il 19 maggio, che idea ti sei fatto circa le modalità dell'attentato? Riecheggiano in qualche modo l'azione mafiosa?
« Noi siamo arrivati sul posto un'ora e mezza dopo l'attentato. Io all'inizio, a caldo, avevo subito notato troppe coincidenze tra la data e l'episodio. Però il materiale utilizzato per questa vigliacca strage è inusuale per le mafie: mi sono subito chiesto a chi giovasse questo turpe gesto. Ho subito pensato a un attentato alla vita proprio delle ragazze».

Come ha cambiato il suo modo di operare il sistema mafioso dal 1992 ad oggi?
«Si è certamente trasformato, ma non so dire se si sia "evoluto" o meno. Oggi le attività mafiose sono sicuramente presenti in tanti settori. C'è tantissimo riciclaggio di denaro, il che non solo condiziona ciò che a noi appare, come le nostre vite, ma anche quello che non ci si manifesta apertamente».

E se l'obiettivo fosse stato invece la scuola? Da anni la cultura è il principale nemico della mafia…
« E' una possibile lettura. La prima è che il killer volesse scatenare il terrore: però le tante coincidenze possono fare credere a una strategia nella strategia, quella di lasciare un segno nella società attraverso un attentato individuale. Io sin dalle prima ore ho detto che non era un delitto di mafia, ma era un delitto mafioso, non scelto direttamente da un'organizzazione criminale ma costruito all'interno di un'organizzazione criminale: chi ha colpito ha agito nell'ombra, approfittando di questo momento di impunità che si spera duri ancora poco. Ci sono tante coincidenze che fanno riflettere: la provenienza delle ragazze da Mesagne, sede della Sacra Corona Unita, il fresco insediamento della giunta a Brindisi, la prossimità con il tribunale. E' chiaro che c'era una volontà destabilizzante, e io dubito che questo gesto lo abbia commesso e soprattutto ideato una sola persona».

La Carovana Antimafia sta per chiudere la prima parte del suo viaggio. Quali saranno le prossime tappe?
« Il 5 giugno arriveremo a Catania per chiudere la prima parte del nostro cammino. Quello di ieri a Barletta è stato il giorno numero 43; in realtà la Carovana riprenderà il suo viaggio a settembre, attraversando Piemonte, Liguria, Valle d'Aosta fino alla Francia e la Tunisia, con la chiusura definitiva l'11 ottobre a Trapani».

Durante il vostro percorso avete respirato una voglia di ripristino della legalità? E soprattutto, quali sono gli esempi di legalità oggi per voi?
« I capisaldi da cui partire sono tre: la scuola, che non dev'essere fine a sé stessa nell'educazione alla legalità ma dev'essere democratica, preoccupandosi non solo delle forme ma anche delle leggi. Bisogna poi esportare la pratica dei beni confiscati, che ricoprono una forte simbologia di liberazione e riscatto, inoltre creano posti di lavoro nel concreto. Il terzo punto riguarda il lavoro che è svolto quotidianamente dai familiari delle vittime di mafia, che svolgono un'attività di raccordo tra i primi due punti e spesso permettono anche di visitare le attività confiscate, per costruire qualcosa di migliore».

Come auspicio finale, vogliamo proprio indicare nei ragazzi e nella scuola il fulcro sul quale poggiare la ripartenza del nostro Paese?
« Questi ragazzi rappresentano il futuro: se oggi riescono a mettersi in discussione e superare il rischio del qualunquismo che ha presidiato la generazione precedente, sono capaci di dar vita a una nuova stagione di impegno e riscatto, come i tanti ragazzi che partecipano ai campi antimafia dimostrano. Da loro e dalla scuola bisogna ripartire».
Come Francisco Goya traspose su acquatinta e acquaforte, "Il sonno della ragione genera mostri"...e criminalità. Ricordarlo, sempre!
(Twitter: @GuerraLuca88)
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