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“Da Bach a Rach" il barlettano Frezza racconta i grandi con disincanto

«Spero di poter presto presentare il mio nuovo progetto in pubblico, per ritrovare finalmente dal vivo i miei lettori»

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Mille sfumature di mille vite, il barlettano Fulvio Frezza non è mai pago di sperimentare e di buttarsi a capofitto in nuovi progetti. "Da Bach a Rach" è l'ultimo libro a sua firma nel quale racconta alcuni grandi musicisti con un approccio ironico e disincantato.

Perché è cosi speciale per lei la musica?

«Le risponderò con le parole di un altro mio racconto inserito in "Da Bach a Rach", credo che lo spieghino al meglio»:

"Al principio fu il diapason. Ma forse prima ancora ci fu qualche bicchiere, un paio di bottiglie e un coltello usato per percuoterli. Tante cose intorno a noi producono dei suoni e per me ogni suono si trasforma in musica. Questo stesso rumore dei tasti che schiaccio nel momento in cui scrivo, non può non ricordarmi il Tip Tap, evocando un sottofondo musicale alle mie parole. La vera rivelazione però fu il diapason. Quel suono deciso e prolungato, una sola nota, ma con una gamma infinita di armoniche, mi colpì in maniera particolare. L'insegnante era giovane e bella, pur non chiamandosi Edwige, e questo certamente avrà contribuito alla mia attenzione particolare di quel giorno. Non avrei voluto che smettesse più di suonare il diapason e guardarmi con i suoi occhi blu. Dopo il diapason c'è stato lo scacciapensieri, poi il kazoo, l'armonica a bocca, la prima chitarra, il flauto, il sassofono, la tastiera elettrica, il pianoforte. Con assoluto metodo non ho imparato a suonare nessuno di questi strumenti. Forse devo ancora trovare la mia strada e in un prossimo futuro potreste vedermi alle prese con un violoncello, o più probabilmente con il triangolo. Tuttavia ho continuato a fare musica, anche semplicemente con sette bicchieri riempiti con diversa quantità di acqua e il dito inumidito che ruota leggero sul bordo. E questa musica inventata, che nasce dagli oggetti più impensati e dai suoni più strani, condiziona in maniera determinante tutta la mia vita, assecondandone e amplificandone le emozioni."


Quando ha cominciato il progetto delle monografie?
«Ho cominciato quasi per caso, quando il regista Giampiero Borgia mi ha chiesto di scrivergli un monologo su Domenico Modugno che avrebbe voluto portare al Festival Teatrale di Edimburgo. Completai la scrittura in una serie di lunghe e calde notti estive e a lavoro finito gli chiesi se non fosse il caso di provare a pubblicarlo. Contattai così la casa editrice Florestano Edizioni di Bari, specializzati in libri sulla Musica e spartiti musicali, e trovai subito un consenso entusiasta per il mio "Meraviglioso" vita e amori di Domenico Modugno. Il libro ha avuto finora quattro ristampe e non accenna a fermare la sua corsa, pure dopo sei anni dalla pubblicazione. Altrettanta fortuna ha avuto lo spettacolo, con Domenico Mezzina a interpretare le canzoni del grande Mimmo. A oggi abbiamo fatto quasi cento repliche, memorabile soprattutto quella, commissionataci dal Comune, in una gremitissima piazza di Polignano a Mare».

In cosa differiscono i suoi testi rispetto alle biografie che troviamo in commercio?
«Finora ho pubblicato tre monografie e Canzoni del Tempo, un libro antologico di racconti a tema musicale e gastronomico, sempre per Florestano Edizioni. Le monografie, dopo Modugno sono dedicate a Lucio Battisti (Vento nel Vento dieci anni di Lucio e Giulio) e Fabrizio De Andrè (Furono Baci e Furono sorrisi). Ho cercato, dopo lunghe e puntigliose documentazioni, di trovare una chiave narrativa originale per ognuno di loro. I miei non sono saggi, ma veri e propri racconti romanzati sulla vita di questi autori che hanno reso grande la canzone italiana. Se per Modugno ho costruito, secondo anche quanto mi era richiesto, un monologo in prima persona, per Lucio Battisti ho scelto di raccontare il particolare rapporto con il suo paroliere Mogol, una grande e particolare amicizia interrotta bruscamente con una bruciante separazione. Per inciso a Mogol, che ho avuto il piacere di incontrare, il libro è piaciuto molto. Anzi svelo anche un piccolo segreto che pochissimi conoscono. La segretaria e addetto stampa di Mogol, grande amica anche di Lucio Battisti di cui era coetanea, si chiamava Antonella Gorgoglione ed era nata a Barletta, lasciando poi la nostra città con la famiglia all'età di dieci anni. Ora è in pensione, ma ho avuto modo di chiacchierare più volte con lei. L'approccio non è stato dei più facili, perché come tutti quelli che hanno frequentato Lucio aveva una sorta di consegna di silenzio assoluto. Quando però ha letto il libro mi ha telefonato commossa, ringraziandomi per aver raccontato quegli anni con amore e riuscendo a centrare esattamente tutto quello che era sottinteso e di cui nessuno aveva mai più voluto parlare. E' stata per me la soddisfazione più grande da quando scrivo e ancora oggi mi sento con Antonella cercando di convincerla a tornare a visitare la sua Barletta.
Di De Andrè, il libro è stato ai primi posti della classifica di vendita di settore di IBS. Ho scelto di raccontare, attraverso i suoi versi poetici, gli anni di formazione, fino ai primi veri grandi successi, quando ha imparato ad accettarsi e ad accettare, a perdonare e perdonarsi.
Questi ultimi due libri sono anche corredati di consigli per l'ascolto e di una cronologia, sempre raccontata da me, dei principali eventi di quegli anni, che sono poi i 60 per Fabrizio e i 70 per Lucio, perché chi leggesse potesse meglio contestualizzare la narrazione».

Ha lavorato ad altro in questi due mesi di quarantena?
«Stavo già lavorando, e quindi ho rapidamente concluso la prossima monografia che posso, segretamente anticipare, è dedicata a Giorgio Gaber. È un lavoro del quale sono molto orgoglioso, perché credo di aver trovato ancora una volta una chiave narrativa originale e divertente, ma questa permettimi ancora di tenerla riservata. Sto comunque preparando la parte spettacolare delle presentazioni di "Da Bach a Rach" che presenta un approccio alla Musica Classica che forse farà storcere il naso ai puristi, ma che divertirà tutti con improbabili accostamenti, come quelli fra Mozart e Maradona, Chopin e John Lennon, Schubert e Al Bano o Liszt e Eros Ramazzoti. Leggendolo si imparano tante cose, tutte documentate, sul mondo della Musica, ma si sorride e spero che si rida anche tanto. Non mancano all'interno racconti in tono più serio, come "Liebstod" che mi ha permesso lo scorso anno di vincere il prestigioso Concorso dei Racconti Plot Machine di Radio1 RAI. Spero di poter presto presentarlo in pubblico per ritrovare finalmente dal vivo i miei lettori».
Estratto:
Tutto nel mondo è burla ovvero una breve introduzione

"Tutto nel mondo è burla". Con queste argute parole di sfida, scritte dal poeta e librettista Arrigo Boito, Giuseppe Verdi ha scelto di concludere il suo "Falstaff ", e con esso l'intera sua carriera operistica. Si trattava in realtà di una duplice sfida, e quindi di una duplice burla. La prima: comporre un'opera buffa, come non aveva più fatto dal fallimento di "Un giorno di regno", rappresentata più di cinquant'anni prima. Seconda, e ancora più ardua sfida, fu scrivere per questo testo una Fuga, che con i suoi modelli schematici, fatti di ripetizioni, sovrapposizioni e trasformazioni, gli parve il miglior modo per rivendicare. la superiorità sempre e comunque della musica sui versi. Le singole parole infatti, man mano che le armonie del gruppo di cantanti si fanno sempre più complesse, diventano quasi inintelligibili, asservendosi completamente alla costruzione musicale, fino alla liberatoria "risata finale". Giunto al termine della sua vita, musicale e terrena, Verdi sente quasi il bisogno di liberarsi da quelle regole di convenienza che tutti in qualche modo subiamo e di guardare il mondo finalmente con gli occhi e il sorriso del bambino che era. Io, più modestamente, ho cercato quello sguardo infantile per raccontare le mie storie, i miei ascolti musicali. Non ho mai pensato che esistessero tipi diversi di Musica.
Per questo motivo ho da sempre ascoltato tutto senza farmi condizionare da inutili preconcetti. Allo stesso modo penso che su ogni argomento si possa, e sia utile, ironizzare. La vita di tutti noi, e quindi anche quella di famosi musicisti, è fatta di momenti diversi. Guardarli con occhio disincantato permette di trovare, nelle pieghe di ogni episodio, spunti di divertimento.
Accanto alle creazioni artistiche che hanno concesso loro l'immortalità, tutti, da Bach a Mozart, da Beethoven a Schubert, da Chopin a Liszt, hanno vissuto la nostra stessa quotidianità fra amori e disavventure, successi e bollette da pagare. Osservarli da questo punto di vista consente di liberarli dal mito, rendendoli umani e quindi a noi più vicini.
Bach, per esempio, aveva un temperamento deciso e focoso, che lo portò persino a fare a botte con un allievo, o a battersi in duello.
Da giovane fu accusato di "intrattenersi" sconvenientemente in chiesa con una signorina, per inciso una sua cugina, che comunque poi sposò. Volendo avere tutto il tempo a disposizione per la Musica, aveva delegato a lei qualsiasi occupazione pratica, dalle faccende di casa ai conti da pagare. Così alla morte dell'amata, quando il becchino gli chiese un velo bianco per coprirne il volto durante i funerali, rispose serafico:
"Chiedetelo a mia moglie". Da Maria Barbara, la cugina, sua prima moglie, ebbe sette figli. Da Anna Magdalena, sua seconda consorte, ne ebbe tredici, per un mirabolante totale di ben venti. Prolifico in tutto, il buon Giovanni Sebastiano, anche se va considerato che all'epoca non c'era la televisione e lui mica poteva sempre e soltanto suonare il clavicembalo!
Haendel, musicista barocco contemporaneo di Bach, era un instancabile divoratore di cibo. Una volta, in osteria, ordinò un pranzo per tre e visto che l'oste tardava a portargli quanto ordinato, pensando di dover attendere gli altri due commensali, lo rassicurò prontamente: "Non si preoccupi, porti pure. Gli altri due sono sempre io". Naturalmente amava pure il buon vino. Ospite di un Lord inglese, che dopo avergliene fatto assaggiare uno di gran pregio gli domandò se voleva gustarne altri dalla sua cantina, rispose gioiosamente: "Portateli tutti! Non c'è vera cantata senza un buon coro".
Mozart, dal canto suo, scriveva lettere alla madre e alla sorella nelle quali mostrava la sua forte inclinazione per la coprolalia, disquisendo, fra l'altro, allegramente della sua arte di scoreggiare.
Amava lo scherzo, Wolfie, quello volgare e quello più nobile e dotto. Invitato a scrivere qualcosa per il collega e amico Franz Joseph Haydn gli portò uno spartito nel quale, durante l'esecuzione al fortepiano, mentre le due mani erano agli estremi della tastiera si sarebbero dovute suonare tre impossibili note centrali. Quando Haydn, arrivato a quel punto, si interruppe, guardando perplesso Mozart, questi prese rapidamente il suo posto e arrivato al momento critico suonò le tre note con la punta del naso.
Beethoven, prototipo del musicista burbero e collerico, era un gran casinista e non si preoccupava troppo di igiene e del disordine domestico, lasciando che piatti sporchi e abiti smessi si accumulassero in ogni angolo della sua casa, salvo poi dare in escandescenze con la malcapitata domestica di turno. La collera che manifestava in questi casi era talmente violenta che nessuno volle più andare al suo servizio. Il risultato fu che in casa si potevano facilmente trovare maleodoranti avanzi di cibo di giorni e giorni precedenti. Non avrei accettato di buon grado, almeno per questo motivo, un suo invito a cena. Schubert amava passare il tempo in osteria bevendo grandi quantità di birra e mangiando wurstel, incurante del suo aspetto fisico, scialbo, trasandato e sempre più pingue. Pare avesse contratto la sifilide che gli chiazzava il viso con orrende macchie rossastre delle quali si vergognava molto, rinunciando a uscire di casa quando erano troppo evidenti. Gli "amici" lo chiamavano Shwammerl, piccolo fungo. Non propriamente un adone, quindi, e questo, forse, giustifica la sua sfortuna in amore.
Chopin, nonostante un grande naso adunco e una salute decisamente cagionevole, piaceva alle donne, certo soprattutto per la sua musica sognante e per lo scintillante virtuosismo. Aveva anche lui le sue manie, però. Credeva nei fantasmi e una volta interruppe un concerto dicendo di averne visto uno uscire dal piano. Quando poi gli dissero che Georges Sand, da cui era stato appena abbandonato, aveva scritto un libro di memorie, commentò sarcastico: "Impossibile! Quella donna in vita sua non ha fatto altro che dimenticare".
Liszt, al contrario di tanti suoi predecessori, godeva di enorme favore da parte del gentil sesso. In un certo senso, insieme al violinista Paganini, fu il primo vero grande divo da concerto, una specie di Vasco Rossi dell'epoca. Numerosi sono i ritratti che lo raffigurano al pianoforte, i lunghi capelli fluenti sulle spalle, circondato da signore e signorine in adorazione. Riceveva così tante richieste di ciocche di quei capelli dalle sue ammiratrici che comprò un cane per servirsi alla bisogna del suo ricco e folto pelo. Se qualcuno, perciò, vi dovesse mostrare con orgoglio una sua ciocca racchiusa in una teca come reliquia, ostentate pure, con grazia, il vostro motivato scetticismo.
Anche di altri noti musicisti che non compaiono, se non di sfuggita, nei miei racconti, ci sono tanti aneddoti che mostrano la loro inclinazione all'umorismo, a volte involontario, o a singolari e divertenti stranezze.
Accompagnando un mediocre violoncellista al piano Brahms si sentì chiedere: "La prego signor Brahms, suoni più piano, non riesco nemmeno a sentirmi" e lui seraficamente rispose: "Beato lei!". E a una cantante ancora più incapace che aveva eseguito alcuni suoi lieder disse. "Cara Signora, lo so, cantare è difficile, ma mi creda, a volte è assai più arduo ascoltare".
Quando un ammiratore chiese a Rossini se avesse mai pianto in vita sua, questi pronto rispose: "Sì, una volta sola. Ero in gita in barca sul lago di Como, stavamo per cenare e avevo preso dalla mia cesta un meraviglioso tacchino con tartufi, quando un'onda improvvisa mosse la barca facendomi perdere la presa e il tacchino cadde in acqua. Quella volta ho pianto davvero di gusto e tanto!".
In conclusione nella vita dei più grandi artisti, come in quella di tutti noi, convivono miserie e nobiltà, gioie e dolori, il riso e il pianto. Raccontarli nella quotidianità e attraverso impossibili confronti empatici con personaggi contemporanei, o che comunque hanno attraversato da protagonisti o da meteore la nostra epoca, è solo un modo per sentirli più vicini e per meglio comprendere la loro Musica.
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