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“Per non morire di mafia” anche a Barletta

Al Curci va in scena il libro del procuratore Pietro Grasso interpretato da Sebastiano Lomonaco. Parole da meditare anche nella nostra città, alla luce dei recenti eventi

«Finchè la mafia esiste bisogna parlarne, discuterne, reagire.
Il silenzio è l'ossigeno grazie al quale i sistemi criminali si riorganizzano
e la pericolosissima simbiosi di mafia, economia e potere si rafforza.
I silenzi di oggi siamo destinati duramente a pagarli domani,
con una mafia sempre più forte,
con cittadini sempre meno liberi.»

(Pietro Grasso)

Parole che inchiodano ogni cittadino alla sua coscienza, alla sua responsabilità. Questi e altri passaggi così densi di verità di significato, sono al centro di "Per non morire di Mafia", spettacolo teatrale portato in scena da Sebastiano Lomonaco, tratto dall'omonimo libro scritto dal procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Al centro è proprio la vita e la carriera di Grasso: i momenti di svolta, come la partecipazione nella veste di giudice a latere nel maxi-processo istruito da Giovanni Falcone, e più di recente il lavoro alla procura nazionale antimafia; i momenti privati e familiari, nel rapporto con la moglie e il figlio, e i momenti drammatici, dalle intimidazioni subite fino alla tragica uccisione di Falcone e Borsellino. Una vita che l'ha pienamente formato nella convinzione dell'importanza della democrazia, della necessità di abbattere ogni forma di connivenza tra mafia e politica, dell'indispensabilità di coltivare una cultura della legalità, come «forza dei deboli», contro la mafia che è «eclissi della legalità».

Al termine dello spettacolo, Sebastiano Lomonaco ha aperto le porte del suo camerino per salutare il pubblico, ed è stata l'occasione per porgergli alcune domande e fare delle riflessioni.

Un'interpretazione forte, e densa di colori emotivi. Qual è stato il suo intento: dare voce al lato privato del procuratore Grasso, che, sulla scena pubblica, è solito apparire nella sua mitezza e nel suo essere equilibrato?
«Il mio intento è stato dare voce alle sue parole. Io, personalmente, ho dato la mia interpretazione. Non ho voluto mettere in scena l'immagine della persona Pietro Grasso. Le sue parole esprimono contenuti sempre validi, che hanno e devono avere sempre senso, aldilà della persona e del fatto, per uno spettatore, di conoscerla o meno».

Come è nata l'idea e la possibilità di far nascere dal libro, questo spettacolo?
«E' nata per caso. Avevo già incontrato in varie occasioni il procuratore Grasso. E' stato alla presentazione del suo libro al Teatro Greco di Siracusa, che gli ho chiesto di poter mettere in scena le pagine del suo libro. All'inizio si è mostrato restio e incredulo all'idea, ma in seguito ha accettato positivamente la mia proposta. E da lì è partito tutto».

«Non dobbiamo pensare alla mafia e avere semplicemente in mente l'immagine dei Riina o Provenzano - ha detto poi Lomonaco, rivolgendosi ad alcuni studenti e docenti del liceo classico "Casardi" coinvolti in un progetto sulla legalità - Ciò che dobbiamo contrastare è la mentalità mafiosa con cui possiamo scontrarci nella società, nella vita di tutti i giorni.»

Una profonda riflessione sul vero senso da dover cogliere da questo spettacolo (peccato che il teatro Curci fosse mezzo vuoto, nel dispiacere dello stesso Lomonaco). Riflessione ovviamente valida anche nella nostra Barletta, alla luce dei fatti più o meno recenti avvenuti. Non bisogna aspettare che le ferite del degrado mafioso vengano impresse sulla nostra pelle, poiché è invece in una situazione di apparente invisibilità del fenomeno mafioso, accompagnato da segnali più o meno frequenti (purtroppo sempre più frequenti), come può essere lo scenario di Barletta, che l'essere vigili è più che mai d'obbligo.

Le intimidazioni divenute pubbliche, come la serie di bombe esplose davanti ad alcuni esercizi commerciali cittadini, che non sembrano fermarsi, e la scoperta tardiva, causa abbassamento volontario della vista nella nostra città, del fatto che esistano ancora vere e proprie "terre di nessuno", terre di invisibili ed emarginati che fanno gola a malviventi, nelle quali le persone possono essere ammazzate nella maniera più efferata, sono il segno che la nostra comunità ha ancora molta strada da fare. Una strada difficile ma inevitabile da percorrere. Una scelta obbligata per impedire la deriva di questo degrado. Un degrado che se non fermato è destinato sempre e comunque a ritorcersi contro l'intera cittadinanza, soprattutto contro le persone oneste.
11 fotoPer non morire di mafia
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