Michela Diviccaro. <span>Foto Ida Vinella</span>
Michela Diviccaro. Foto Ida Vinella
Attualità

«Mi chiami consigliera», episodio sessista in consiglio comunale

Protagonisti il presidente del consiglio Marcello Lanotte e la consigliera Michela Diviccaro

«Mi chiami consigliera, ci tengo». L'invito, rivolto dalla consigliera comunale di Coalizione Civica Michela Diviccaro resta inascoltato, il presidente del consiglio comunale Marcello Lanotte continua a rivolgersi a lei indicando in "consigliere" la sua carica. L'episodio, avvenuto nel corso del consiglio comunale del 12 dicembre, non è passato inosservato ed ha provocato varie reazioni, tra le quali quella di Grazia Corcella Responsabile pari opportunità di "Azione Barletta" e dell'intero direttivo del partito di Calenda.

«È stato divulgato, nelle ultime ore - scrive Corcella - un video riproducente un passo del consiglio comunale tenutosi lunedì, in cui si è aperto e consumato il solito siparietto sessista, a cui siamo tristemente abituat*, senza che, tuttavia, l'abitudine ci impedisca di procedere con la pubblica denuncia di un abuso che non deve continuare a perpetrarsi ai danni delle donne che siedono in consiglio, che invitiamo a fare fronte comune e trasversale affinchè cessi una condotta di cui siamo oltremodo stanch*. Infatti, è accaduto che, a fronte della legittima richiesta della consigliera Michela Diviccaro di essere definita -appunto- "consigliera", avanzata (peraltro con modi molto cortesi) al presidente del consiglio, Marcello Lanotte, il quale l'aveva apostrofata quale "consigliere", quest'ultimo abbia risposto piccato: "Posso decidere io come definirla?". Ovviamente, ha deciso di continuare a definirla "consigliere".

Così operando, il presidente ha esercitato sulla persona della consigliera Diviccaro il suo potere maschile e maschilista di imporre alla stessa una definizione che riguarda il suo corpo, alla stessa evidentemente non gradita, dando chiaro il segnale che a comandare perfino sull'uso di appellativi che riguardano personalmente la consigliera, non sia affatto quest'ultima, bensì il suo interlocutore. Si tratta di una forma sottile di violenza che non può passare inosservata e che non deve ripetersi. La lingua italiana è molto chiara in proposito: se il femminile di operaio è operaia, se quello di impiegato è impiegata, se quello di cuoco è cuoca, non è dato di intendere perchè mai i termini che si riferiscono a ruoli sociali di maggior prestigio non debbano essere parimenti declinati al femminile. A questo punto è evidente come l'ostacolo non sia di carattere linguistico, bensì di carattere socio-culturale, figlio di una cultura patriarcale che ricorda alle donne che la poltrona su cui siedono in consiglio comunale non appartiene ad una consigliera bensì ad un consigliere.
Che sia chiaro che ogni passo, ogni parola, ogni comportamento tenuti a livello istituzionale saranno d'ora innanzi attentamente vagliati e denunziati, se lesivi della parità di genere, perchè è ora che ignoranza e pregiudizio siano definitivamente superati ed accantonati».
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