Delegazione barlettana al Quirinale
Delegazione barlettana al Quirinale
Istituzionale

Le famiglie delle vittime del 12 settembre 1943 dal presidente Napolitano

Questa mattina, la delegazione barlettana al Quirinale. I discorsi del presidente Napolitano e del sindaco Cascella

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto questa mattina al Quirinale una delegazione del Comune di Barletta, guidata dal Sindaco, Pasquale Cascella, in occasione del 70° anniversario della ribellione all'occupazione nazista della città. Nel corso dell'udienza, dopo gli interventi del Sindaco Pasquale Cascella e del respondabile dell'Archivio della Resistenza e della Memoria di Barletta, Luigi Di Cuonzo, il Capo dello Stato ha pronunciato un discorso e salutato il Presidente dell'ANPI provinciale, Roberto Tarantino e i familiari delle vittime dell'eccidio nazista del 12 settembre 1943. Erano presenti il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola e il Presidente della Provincia di Barletta Andria Trani, Francesco Ventola, e il Prefetto Carlo Sessa.

Riportiamo di seguito, il discorso pronunciato dal presidente Napolitano, questa mattina:


"Saluto cordialmente il Presidente della Regione, il Presidente della Provincia e naturalmente il Sindaco di Barletta.

Mi ha un po' confortato il fatto che un uomo abbastanza giovane si sia commosso, perché di solito la voce si incrina per l'emozione a persone un po' più anziane come me. Ciò si spiega con la vicinanza con la quale Pasquale Cascella ha operato per sette anni con me alla Presidenza della Repubblica e ancora prima per due anni alla Presidenza della Camera dei Deputati, quindi sette più due fa un bel tratto di strada dal quale infine Pasquale si è distaccato nel modo migliore perché ha ricevuto la straordinaria gratificazione di essere riconosciuto dai cittadini di Barletta come loro Sindaco. D'altronde lui non ha mai dimenticato di essere figlio di Barletta - lo posso testimoniare - e certamente fu tra quelli che mi spinsero a venire a Barletta da Ministro dell'Interno per quella cerimonia molto significativa che ricordo benissimo.

Non so se allora - perché può darsi che non lo feci, ma quella era la mia posizione - spezzai una lancia contro la costituzione di nuove province, e quello certamente era un motivo di dissenso. Ero convinto che non fosse saggio dar vita a nuove province, perché poi sarebbe andata a finire che si sarebbero eliminate tutte. L'essenziale era valorizzare intanto l'istituzione 'Comune', che continuo a ritenere l'istituzione di base e più vitale del nostro sistema democratico costituzionale. E non mi sono mai pentito di aver sostenuto, da Presidente della Camera, la riforma elettorale che diede vita a un sistema di elezione diretta dei sindaci. Su altre elezioni dirette sono stato poi meno d'accordo, ma lì c'era contiguità tra la persona da eleggere e il corpo elettorale, una contiguità che si sarebbe rinnovata giorno per giorno attraverso l'esercizio della funzione di Sindaco. Era anche giusto investire il Sindaco di responsabilità, di poteri di aggregazione e decisione che mancavano nel vecchio sistema. Un sistema che non solo vedeva una terribile complessità e talvolta tortuosità di ricerche d'intesa e infine di intese per il nome del Sindaco dopo che i cittadini avevano già votato. C'erano anche grosse difficoltà nel processo decisionale che è stato, appunto, fortemente supportato dall'elezione diretta del Sindaco, dai poteri a lui conferiti, anche se talvolta insisto sulla necessità che si tenga sempre un forte rapporto con il Consiglio Comunale, che non si dimentichi mai il valore della rappresentanza collettiva e collegiale accanto alla rappresentanza affidata personalmente al Sindaco.

Vorrei rinnovare la mia espressione di fortissima e affettuosa solidarietà ai figli dei caduti e delle vittime di quei giorni di settembre a Barletta. Effettivamente quella fu una storia per troppo tempo ignorata o non valorizzata abbastanza ed è stato essenziale lo sforzo fatto da Barletta, dai barlettani, da voi, dall'Associazione, da chi si è occupato dell'Archivio (Archivio della Resistenza e della Memoria cittadina). Bisogna insistere, credo che occorra rendere permanente la possibilità di accesso dei cittadini e degli studiosi alla documentazione di quel momento che è stato straordinario.

Ho partecipato domenica, qui a Roma, alle celebrazioni del 70° anniversario dell'8 settembre 1943. Ci sarebbe ancora tanto da dire soprattutto discutendone con i giovani i quali peraltro sono molto sensibili. I momenti più belli di quella celebrazione sono stati gli interventi di due ragazzi : una ragazza del Liceo Mamiani che ha parlato benissimo e un ragazzo della scuola germanica di Roma tedesco ed ebreo, adesso italiano. Hanno detto cose veramente molto sensibili entrambi.

Credo che bisogna farlo per tutte le nostre città che hanno vissuto quelle giornate terribili e bisogna farlo in modo sistematico, in maniera che anche tanti episodi diventino parte integrante della storia della Resistenza e quindi della storia nazionale.

Che cosa fu l'8 settembre? Si è presa, in certi momenti e da parte di alcuni, l'abitudine di dire che fu il giorno in cui morì la Patria. Della Patria si può fare retorica in senso positivo e anche in senso negativo. L'espressione 'morte della Patria' secondo me era molto retorica e molto dubbia. Ho visto che proprio in questi giorni un importante storico ha detto : "non morì la Patria, morì lo Stato", crollò lo Stato, e c'è stato un grande intellettuale, tra i primi combattenti e caduti della Resistenza in Italia, Giaime Pintor, che disse : "Si disfece la compagine italiana". Quest'ultimo è un concetto ancora più ampio di Stato, ma non è da confondersi con il sentimento della Nazione, che poi sarebbe la Patria. L'8 settembre è stato, nello stesso tempo, il giorno del crollo dello Stato o della compagine italiana ed è stato il primo giorno della riscossa. Accadde questo.

Io sono stato qualche anno fa a Cefalonia, la cui epopea è rimasta fortemente impressa nella memoria collettiva. Da Ministro dell'Interno andai a Piombino, città in cui ci fu la Resistenza dei militari italiani, e poi ci sono stati altri episodi locali come la Resistenza dei barlettani, civili e militari, eroici caduti e vittime della ferocia nazista, e su quello si è poi costruito a poco a poco il grande edificio della Resistenza.

Mi complimento molto per i vostri progetti volti a consolidare la memoria storica, la documentazione di quelle giornate e di tutto il percorso dell'antifascismo e della Resistenza a Barletta. Se noi non teniamo fermi e consolidiamo questi pilastri della nostra convivenza nazionale tutto è a rischio, tutto può essere a rischio. Perciò vorrei avere la possibilità di successive notizie da parte vostra di iniziative che vadano nel solco che oggi più che mai qui valorizziamo. Ringrazio voi tutti per essere qui, mi complimento con Pasquale, con il Pasquale Sindaco che si commuove".

Riportiamo di seguito, il discorso pronunciato dal sindaco Cascella:

"Debbo innanzitutto esprimere gratitudine per questo incontro, qui dove ho potuto compiere una esperienza indimenticabile. Credo possiate comprendere l'emozione con cui prendo la parola stando da quest'altra parte, indossando la fascia tricolore che ha ai suoi lembi i simboli della Repubblica e del Comune di Barletta, come in una saldatura tra la vecchia e la nuova responsabilità. Non c'è soluzione di continuità nella rappresentanza democratica: dal Comune, l'istituzione più vicina ai cittadini, più immediatamente a contatto con la complessa realtà quotidiana delle nostre comunità, fino a questa Presidenza della Repubblica che la Costituzione pone a garanzia dell'unità nazionale e della tenuta democratica dell'intera comunità.

Ecco perché il ritrovarci qui oggi serve non solo a ricordare quel che è costato riscattare la Patria dall'ignominia della dittatura fascista e dell'occupazione nazista, ma soprattutto a riflettere su come difendere – e sappiamo a quali e quanti rischi sia stato esposto e per tanti aspetti continua ad essere esposto – quel patrimonio di valori duramente conquistato 70 anni fa. Cosa accadde allora ce lo ha ricordato proprio il Presidente quando, 14 anni fa, venne a Barletta da ministro dell'Interno per conferire alla città la prima delle due medaglie d'oro, quella al merito civile: "Nella notte della Patria - ci disse - si cominciò a ritrovare la Patria".

A Barletta, come a Bari, a Spinazzola e tante altre città e paesi del nostro Mezzogiorno, diventato improvvisamente terra di frontiera di un paese allo sbando, mortificato dalla delegittimazione delle sue istituzioni, abbandonato all'oltraggio dello straniero. Eppure lì ci furono uomini e donne, civili e militari, che seppero naturalmente ritrovarsi come popolo, in un moto di dignità umana e di riscatto nazionale. Riconoscere quei primi spontanei episodi di resistenza è servito, richiamarli alla memoria deve ancora servire a riempire il futuro dei valori civili e democratici conquistati a così alto prezzo. Ma se il tempo non è passato invano è anche vero che quarantacinque giorni dopo la caduta del fascismo un'altra notte lugubre ci fu. E quel tempo - come pure è stato detto – non sembra poi così lontano. Non si comprenderà a sufficienza il senso e la forza dei migliori esempi di ieri e di oggi se, per una malintesa ragione di opportunità, non si riconoscesse anche che fu comunque una costola del nostro corpo sociale ad assumersi la nefasta responsabilità di scelte, atti e comportamenti – la fuga, i proclami ambigui, l'indifferenza per la sorte di militari e civili – che portarono al collasso le istituzioni dello Stato nato con il Risorgimento. C'è anche questa parte amara della verità in quell'eredità della storia, di cui essere sempre avvertiti per produrre gli anticorpi che servono a mantenere in equilibrio la nostra società. Ne abbiamo bisogno, presidente.

Abbiamo bisogno, come comunità, di recuperare il primato del bene pubblico. Abbiamo bisogno, come istituzioni, di essere credibili quando contrastiamo la sfiducia assumendoci persino la responsabilità di scelte impopolari. Abbiamo bisogno di uscire da una crisi che colpisce persino la speranza delle nuove generazioni. Abbiamo bisogno di tornare ad essere tutti protagonisti, garantiti e non, della crescita dell'economia, della selezione di risorse tanto più preziose quanto sempre più limitate, della redistribuzione di quei sacrifici di cui la parte più matura del paese pure si sta facendo carico. Abbiamo bisogno di coesione e di giustizia sociale. E abbiamo bisogno di riforme vere: vere perché riconoscibili nel loro segno, nella loro efficacia sul territorio, nella loro equità sociale, nella loro capacità di guardare lontano. Abbiamo bisogno, vorrei dire, di essere partecipi proprio di quello sforzo a cui fummo chiamati già quel giorno del 1998 in quel di Barletta, da lei, presidente.

"Perché – si chiese e ci chiese riflettendo su quei bagliori di luce nella notte del '43 – di fronte alle esigenze di revisione dell'ordinamento della Repubblica non può essere questa la base di un confronto politico nitido, libero, tra gli opposti schieramenti, che non faccia mai perdere di vista i vincoli comuni che come democratici abbiamo verso il paese?". Quindici anni dopo siamo ancora nel mezzo di una transizione incompiuta. Eppure questo è un paese che ha saputo affrontare il travaglio delle coscienze, che tra scontri aspri, cruenti anche perché ideologici, ha portato a compimento una moderna democrazia con una Costituzione di tutti e per tutti. Non è immaginabile che un paese così accantoni la lotta politica solo perché deve far fronte alla contingente necessità – prodotta da una legge elettorale concepita come interessato surrogato della riforma del sistema politico – di garantire comunque un governo al paese. Ma dopo 70 anni deve pur essere immaginabile da che parte sia lo Stato. Anzi, qual è lo Stato – democratico, di diritto – in cui tutti possono e debbono riconoscersi. Quel giorno a Barletta, lei presidente si chiedeva e ci chiedeva: "Abbiamo fatto tutto quello che potevamo e dovevamo? Abbiamo trovato le strade giuste? Non rispondiamo con presunzione e iattanza. Cerchiamole queste strade". Ecco, presidente, noi siamo qui, oggi, con la nostra storia – tutta intera – a cercare quelle strade purtroppo smarrite, per arrivare finalmente al cambiamento che serve al paese. Ancora insieme".

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