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I lavoratori dello spettacolo di Barletta: «Siamo chiusi e chiusi restiamo! È drammatico»

La situazione dei lavoratori dello spettacolo a Barletta: parola a Michela Diviccaro, presidente dell'Associazione "Settore cultura e spettacolo Barletta"

Spente le luci, calato il sipario, il buio nel quale i palcoscenici di Barletta sono calati da quasi un anno è molto più fitto di quello che appare. Il 23 Febbraio 2020, in ottemperanza alle prime misure di prevenzione determinate dall'emergenza COVID-19, che di lì a poche settimane avrebbe fatto scattare il primo lockdown nazionale, il mondo dello spettacolo si è fermato.

Nella nostra città troppo spesso ci divertiamo a sottovalutarci e a valutare le potenzialità che ha la nostra terra solo quando le reputiamo ormai "sprecate". Il mondo dello spettacolo, della formazione, della cultura e degli eventi al pubblico è solo uno di quegli ambiti in cui la macchina organizzativa della Città della Disfida ha enormi potenzialità, che con il lockdown sembrano essersi arenate, senza che all'orizzonte si veda la famosa luce infondo al tunnel.

Dal mese di marzo, a Barletta, qualcosa si è mosso, in maniera autonoma e spontanea, grazie all'operato dei singoli lavoratori di tutto il comparto, che hanno portato alla creazione di un'associazione di categoria, che riunisce i lavoratori di cultura, spettacolo e formazione (della danza, della musica e del teatro) col fine di affrontare i problemi con un'azione collettiva.
Ne abbiamo approfittato per intervistare Michela Diviccaro, portavoce dell'associazione, chiamata "Settore, cultura e spettacolo Barletta".

«Il nostro 'lockdown' di fatto è iniziato il 23 Febbraio e, da marzo in poi, sono stati fatte mosse le prime azioni, in maniera spontanea e sfociate, il mese scorso, nella nascita di un'associazione di categoria con la quale siamo riusciti a denunciare all'Amministrazione comunale, tutti i problemi del comparto. In effetti a Barletta, a parte il programma "Si va in scena!" di questa estate - del quale va riconosciuto l'impegno, senza precedenti e pari, all'amministrazione comunale (Settore Cultura tutto), ma anche di tutti i professionisti che vi hanno lavorato senza "questuare" aiuti a "fondo perduto" - ed una piccolissima parentesi, organizzata dal Teatro Pubblico Pugliese col sostegno del Comune di Barletta, col progetto "Indovina chi viene a s-cena" in diretta streaming dal Teatro Curci, non ci sono state date altre risposte.

Avevamo chiesto un piano di sostegno emergenziale, dei luoghi con l'agibilità per il pubblico spettacolo in cui continuare a fare laboratori, un aiuto economico ed un piano di ripresa, ma nonostante continuino a dirci che "gli stiamo a cuore", in realtà, ad ora, siamo paralizzati! La situazione riguarda tanto i freelance, le associazioni e le imprese, quanto chi, oltre ad ogni declinazione del proprio lavoro - e, spesso di quello dei loro dipendenti, soppresso - ha, in più, l'aggravio di spese di fitti o mutui per locali occupati e utilizzati; ad esempio alcune associazioni culturali e, le più tristemente numerose, scuole di danza, che sono ferme, da un anno, come tutto il resto. La nostra forza è sicuramente nell'esserci ritrovati, insieme ed uniti, in questa associazione di categoria e, nonostante tutto, noi siamo ancora in forze. Ma al momento non ci sono piani di ripresa e l'amministrazione, seppur mostri vicinanza al settore, in realtà ci lascia ancora in attesa di un'adeguata soluzione.

Siamo chiusi e chiusi restiamo! È drammatico. Le attività sono tutte sospese, perché anche quelle laboratoriali si possono svolgere solo in luoghi con l'agibilità per il pubblico spettacolo: l'unico luogo a Barletta che ha questa agibilità è il Teatro Curci chiuso, però, per lavori di ristrutturazione. Avevamo chiesto, mesi or sono, che ne adeguassero altri ma, ad oggi, non sono stati individuati».

E su come come si sta svolgendo il lavoro in questo periodo, afferma: «Alcuni di noi hanno ripreso il loro lavoro solo tramite videolezioni, ma non è questo il modo adatto di fare il nostro lavoro. Per nessuno. Nessuno di noi era abituato a questa modalità e, soprattutto, queste soluzioni non garantiscono di andare avanti, economicamente ed artisticamente, come si dovrebbe. Sono un modo, tiepido, per r-esistere. Ma la cosa peggiore è che il nostro dramma è più silenzioso di altri, perché non produciamo beni di facile consumo, siamo i lavoratori dell'immateriale e passiamo inosservati, nel silenzio e nell'indifferenza dei più. Solo pochi hanno la reale percezione di quello che stiamo passando e questo è estremamente drammatico».
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