
La città
Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare. Lettera da Parigi sulla narrazione dell’infinito
Il testo di Giuseppe Lagrasta
Barletta - domenica 17 maggio 2026
0.11 Comunicato Stampa
"L'infinito è nemico dell'uomo" scrive Joseph Conrad nel romanzo "Lord Jim" mentre per Pietro Citati, la "malattia dell'infinito", è il tema segreto, profondo come un fiume sotterraneo", categoria che il famoso critico letterario ha applicato alle opere, alle esistenze dei romanzieri, dei poeti e degli artisti del Novecento. Il prof. Giuseppe Lagrasta, prendendo spunto dalla categoria sull'infinito di Pietro Citati, e trasfondendola nei messaggi contenuti nella lettera immaginaria che Giuseppe dedica ai suoi concittadini sulla "narrazione dell'infinito", rimarca, quanto la ricerca creativa in De Nittis, sottenda, da un canto, la continua lotta contro "la malattia dell'infinito" e dall'altro, scandisca i riti di passaggio collegati alla "seconda nascita", costrutti scaturiti dalle tracce misteriose dei segreti interiori dell'artista. Giuseppe Lagrasta, attraverso la costruzione del "Romanzo epistolare", indaga gli elementi estetico-narrativo-autobiografici presenti nel "Taccuino 1870/1884", e nelle pagine dell'"Epistolario" determinando, così, un "Album di famiglia" che si connota per l'emergere della cifra simbolica della pittura narrativa dell'infinito. La poesia dell'infinito, la ritroviamo, in opere di Giuseppe De Nittis, quali: "Lungo l'Ofanto" (1870), poesia dell'infinito con ecologie figurative; "Mare Azzurro" (1873), poesia dell'infinito con luci sull'istante poetico; "Colazione in giardino" (1884), poesia dell'infinito con malinconia e incanti misterici.
Parigi, Saint-Germain-en-Laye, senza data
Cari miei concittadini, vi scrivo una lettera sulla mia nascita seconda o rinascita, e sulle mie esperienze vitali e disagevoli, vissute tra Londra e Parigi. Ma vi scrivo, anche per condividere con voi, alcuni fattori che ci possano indurre a riflettere sul tempo legato alla vita dei colori, delle cose e della vita sociale, e per indagare sul rapporto tra i colori e la vita interiore. Tale scandaglio, esperienziale ed esistenziale, mi ha aiutato a coniugare l'essere e il non essere, e il trascorrere la vita tra gli arcobaleni della luce e la poesia dell'infinito. E sì, perché la cifra orfica, linfa della mia nascita seconda, si è intrecciata alla tavolozza magica della mia storia interiore. Interiorità, bellezza, poesia, sogni e infinito sono alcune propulsioni emotive che mi hanno concesso di reggere l'urto dei cambiamenti che ho vissuto, in modo repentino, arrivando a Parigi. E reggere gli urti dovuti ai cambiamenti, di città, di solarità, di inquietudine, di nostalgia e malinconia, vi assicuro, non è stato semplice. Ma tornando all'urto mentale subìto a causa del cambiamento vissuto tra Barletta, Napoli, Parigi e Londra, vi confesso che ho tentato di reggere l'impatto delle forze dispersive, aiutandomi con lo studio, la ricerca, la tenacia nella solitudine, quella potenza generativa solitaria che assiste nell'esplorare le ragioni dei sentimenti e i colori misteriosi degli orizzonti.
E che cosa ho appurato nel corso di tale esplorazione?
Intanto, ho constatato il ruolo che svolge nella vita di un artista, il muro di buio che impedisce di vedere oltre gli orizzonti, in secondo luogo, ho verificato la forza di volontà necessaria per convivere con la follia creativa generata da un mio rapporto inconsueto con i colori, e in terzo luogo, ho fatto conoscenza della dolce malattia dell'infinito che mi ha donato i flussi magici della leggerezza dei pensieri e della mente e dell'anima delle persone e degli oggetti, spesso, custodi oscuri di memoria. E voi vi starete chiedendo in cosa consista la malattia dell'infinito. Ebbene, scrivervi da Parigi, vuol dire provare per voi e per la nostra terra, un amore eroico ma anche dolce e intenso, dalla cui radice esplodono i raggi pulviscolari sia della "luce seconda" ma anche della "malattia dell'infinito". E tale sentimento è nato dal sentirmi incompiuto dinanzi alle forze occulte, e le energie salvifiche generate dalla malattia dell'infinito, si sono mutate in strane alchimie finalizzate alla scoperta della luce dell'istante. E la mia passione per l'infinito, nascosta nelle zone pulviscolari, tra quel pulviscolo che mi offre la possibilità di vivere la "visione seconda" della realtà, ha inciso nel farmi rintracciare le immagini nascoste ed invisibili, quelle diaboliche e indemoniate che accrescono la folle creatività. Una "percezione visiva seconda", una realtà molteplice e complessa, che soltanto un artista mediterraneo accoglie sulla sua tavolozza per detergerla, infine, sulla tela.
E così, tra mille difficoltà, diedi asilo alle mie figurazioni interiori, e salvai dall'esilio perenne il naufrago Helios e la bellissima Aurora, donando la musica di Orfeo alle meraviglie dell'infinito. E l'elogio della bellezza interiore e la scoperta delle emozioni generative tratte dall'anima di Orfeo, favorirono l'esplorazione di altre impressioni, dolci, suadenti, ma anche ansiose e paradossali, e causarono oscillazioni che mi impedirono di viaggiare in equilibrio nell'arcipelago delle mie dissonanze artistiche, modificate in strumenti di conoscenza per stanare i colori segreti del firmamento. La malattia dell'infinito, di cui mi sono fatto carico, mi ha spinto a fondermi con la natura e con le venature della luce e delle ombre, scavando con lo sguardo tra le maschere nude e le nude penombre degli anfratti che noi attraversiamo e in cui sostiamo, pregando affinché il sole non metta sottosopra il mare e la luna, le stelle e i tramonti, il cuore delle nuvole e il gioco speculare degli specchi.
E allora, come non raccogliere i messaggi che provenivano dai colori ottusi delle città industriali, come non tornare sul Bois de Boulogne, e a Place de Pyramides, oppure sulle rive della Senna e sentire i suoi profumi e abbandonarsi nelle sue calde braccia materne? E così, con l'aiuto di Orfeo, mi trasformai in guerriero, in acerrimo nemico delle cose e delle emozioni inutili, e furioso sostenitore della bellezza della natura, mi divincolai dagli abbracci dei demoni che mi seducevano e mi amavano di tenero amore e mi avventurai su un tappeto di nuvole innamorate della luna e dei fiumi, dei paesaggi e di Hèlios, amico di Penelope e Ulisse, come viaggiatore e naufrago e amico silenzioso delle mie lune.
E d'un tratto, mi sentii messaggero di Orfeo, portatore di un nuovo alfabeto, di una nuova dimensione della città, della società e degli esseri umani, stretto nella morsa dei demoni che mi procuravano continui sussulti e cambiamenti d'umore. Ed evasi dal mio carcere mentale per avventurarmi nel mondo, tra gli oggetti, gli sguardi, i volti macerati dalla nostalgia e dall'indifferenza e scoprii, in quel momento, come la mia infanzia mi avesse preparato, tra sofferenza e solitudine, ad attraversare il deserto sorvegliato delle città di Parigi e di Londra.
E non dimenticando di essermi svegliato a un nuovo giorno, sognai di correre tra le strade di Parigi come un mago che possieda la sua pozione magica e attragga a sé le figure di cui si innamora rendendole poetiche, celestiali, misteriche. E con l'enigma della mia luce pittorica, fui soggiogato dalla mia tavolozza che io infinitamente amai e con l'aiuto dell'amore di Léontine, m'inabissai nella bellezza del cielo di Parigi e di Londra. Pensando a Napoli e al mio Vesuvio di fuoco e di lapilli. E sognando Barletta, regina del mio sole e del mio fuoco mediterraneo. Un abbraccio. Per sempre insieme, e sempre con tanto amore, vostro Peppino.
Nota di Letture
P. Citati, La malattia dell'infinito. La letteratura del Novecento, Mondadori, Milano, 2008;
G. De Nittis, Taccuino 1870/1884, Editrice Rotas, Barletta, 2021;
M. Schapiro, L'Impressionismo. Riflessi e percezioni, Einaudi, Torino, 1997.
Riproduzione Riservata. "Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare", di Giuseppe Lagrasta, Tutti i diritti riservati, Copyright, 2026.
Parigi, Saint-Germain-en-Laye, senza data
Cari miei concittadini, vi scrivo una lettera sulla mia nascita seconda o rinascita, e sulle mie esperienze vitali e disagevoli, vissute tra Londra e Parigi. Ma vi scrivo, anche per condividere con voi, alcuni fattori che ci possano indurre a riflettere sul tempo legato alla vita dei colori, delle cose e della vita sociale, e per indagare sul rapporto tra i colori e la vita interiore. Tale scandaglio, esperienziale ed esistenziale, mi ha aiutato a coniugare l'essere e il non essere, e il trascorrere la vita tra gli arcobaleni della luce e la poesia dell'infinito. E sì, perché la cifra orfica, linfa della mia nascita seconda, si è intrecciata alla tavolozza magica della mia storia interiore. Interiorità, bellezza, poesia, sogni e infinito sono alcune propulsioni emotive che mi hanno concesso di reggere l'urto dei cambiamenti che ho vissuto, in modo repentino, arrivando a Parigi. E reggere gli urti dovuti ai cambiamenti, di città, di solarità, di inquietudine, di nostalgia e malinconia, vi assicuro, non è stato semplice. Ma tornando all'urto mentale subìto a causa del cambiamento vissuto tra Barletta, Napoli, Parigi e Londra, vi confesso che ho tentato di reggere l'impatto delle forze dispersive, aiutandomi con lo studio, la ricerca, la tenacia nella solitudine, quella potenza generativa solitaria che assiste nell'esplorare le ragioni dei sentimenti e i colori misteriosi degli orizzonti.
E che cosa ho appurato nel corso di tale esplorazione?
Intanto, ho constatato il ruolo che svolge nella vita di un artista, il muro di buio che impedisce di vedere oltre gli orizzonti, in secondo luogo, ho verificato la forza di volontà necessaria per convivere con la follia creativa generata da un mio rapporto inconsueto con i colori, e in terzo luogo, ho fatto conoscenza della dolce malattia dell'infinito che mi ha donato i flussi magici della leggerezza dei pensieri e della mente e dell'anima delle persone e degli oggetti, spesso, custodi oscuri di memoria. E voi vi starete chiedendo in cosa consista la malattia dell'infinito. Ebbene, scrivervi da Parigi, vuol dire provare per voi e per la nostra terra, un amore eroico ma anche dolce e intenso, dalla cui radice esplodono i raggi pulviscolari sia della "luce seconda" ma anche della "malattia dell'infinito". E tale sentimento è nato dal sentirmi incompiuto dinanzi alle forze occulte, e le energie salvifiche generate dalla malattia dell'infinito, si sono mutate in strane alchimie finalizzate alla scoperta della luce dell'istante. E la mia passione per l'infinito, nascosta nelle zone pulviscolari, tra quel pulviscolo che mi offre la possibilità di vivere la "visione seconda" della realtà, ha inciso nel farmi rintracciare le immagini nascoste ed invisibili, quelle diaboliche e indemoniate che accrescono la folle creatività. Una "percezione visiva seconda", una realtà molteplice e complessa, che soltanto un artista mediterraneo accoglie sulla sua tavolozza per detergerla, infine, sulla tela.
E così, tra mille difficoltà, diedi asilo alle mie figurazioni interiori, e salvai dall'esilio perenne il naufrago Helios e la bellissima Aurora, donando la musica di Orfeo alle meraviglie dell'infinito. E l'elogio della bellezza interiore e la scoperta delle emozioni generative tratte dall'anima di Orfeo, favorirono l'esplorazione di altre impressioni, dolci, suadenti, ma anche ansiose e paradossali, e causarono oscillazioni che mi impedirono di viaggiare in equilibrio nell'arcipelago delle mie dissonanze artistiche, modificate in strumenti di conoscenza per stanare i colori segreti del firmamento. La malattia dell'infinito, di cui mi sono fatto carico, mi ha spinto a fondermi con la natura e con le venature della luce e delle ombre, scavando con lo sguardo tra le maschere nude e le nude penombre degli anfratti che noi attraversiamo e in cui sostiamo, pregando affinché il sole non metta sottosopra il mare e la luna, le stelle e i tramonti, il cuore delle nuvole e il gioco speculare degli specchi.
E allora, come non raccogliere i messaggi che provenivano dai colori ottusi delle città industriali, come non tornare sul Bois de Boulogne, e a Place de Pyramides, oppure sulle rive della Senna e sentire i suoi profumi e abbandonarsi nelle sue calde braccia materne? E così, con l'aiuto di Orfeo, mi trasformai in guerriero, in acerrimo nemico delle cose e delle emozioni inutili, e furioso sostenitore della bellezza della natura, mi divincolai dagli abbracci dei demoni che mi seducevano e mi amavano di tenero amore e mi avventurai su un tappeto di nuvole innamorate della luna e dei fiumi, dei paesaggi e di Hèlios, amico di Penelope e Ulisse, come viaggiatore e naufrago e amico silenzioso delle mie lune.
E d'un tratto, mi sentii messaggero di Orfeo, portatore di un nuovo alfabeto, di una nuova dimensione della città, della società e degli esseri umani, stretto nella morsa dei demoni che mi procuravano continui sussulti e cambiamenti d'umore. Ed evasi dal mio carcere mentale per avventurarmi nel mondo, tra gli oggetti, gli sguardi, i volti macerati dalla nostalgia e dall'indifferenza e scoprii, in quel momento, come la mia infanzia mi avesse preparato, tra sofferenza e solitudine, ad attraversare il deserto sorvegliato delle città di Parigi e di Londra.
E non dimenticando di essermi svegliato a un nuovo giorno, sognai di correre tra le strade di Parigi come un mago che possieda la sua pozione magica e attragga a sé le figure di cui si innamora rendendole poetiche, celestiali, misteriche. E con l'enigma della mia luce pittorica, fui soggiogato dalla mia tavolozza che io infinitamente amai e con l'aiuto dell'amore di Léontine, m'inabissai nella bellezza del cielo di Parigi e di Londra. Pensando a Napoli e al mio Vesuvio di fuoco e di lapilli. E sognando Barletta, regina del mio sole e del mio fuoco mediterraneo. Un abbraccio. Per sempre insieme, e sempre con tanto amore, vostro Peppino.
Nota di Letture
P. Citati, La malattia dell'infinito. La letteratura del Novecento, Mondadori, Milano, 2008;
G. De Nittis, Taccuino 1870/1884, Editrice Rotas, Barletta, 2021;
M. Schapiro, L'Impressionismo. Riflessi e percezioni, Einaudi, Torino, 1997.
Riproduzione Riservata. "Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare", di Giuseppe Lagrasta, Tutti i diritti riservati, Copyright, 2026.
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