Doriana Capacchione, l'opera dedicata al Molo di Levante di Barletta
Doriana Capacchione, l'opera dedicata al Molo di Levante di Barletta
La città

Doriana Capacchione sul podio del Premio ARPAmare 2026 con un'opera dedicata al Molo di Levante di Barletta

L'artista barlettana conquista il terzo posto per il secondo anno consecutivo con 41.323900°N 16.294968

Per il secondo anno consecutivo l'artista barlettana Doriana Capacchione conquista il terzo posto al Premio ARPAmare 2026, il concorso di arti visive promosso da Ciheam Bari e Arpa Puglia in occasione della Giornata mondiale degli oceani. L'iniziativa punta a sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza del mare, sugli effetti dei cambiamenti climatici e sulla necessità di tutelare l'ambiente. L'opera premiata, intitolata 41.323900°N 16.294968°E, prende il nome dalle coordinate geografiche del Molo di Levante di Barletta.

«L'opera nasce come una biopsia del territorio, un'indagine profonda sulle coste basse della Puglia e, nello specifico, sul Molo di Levante di Barletta. Riprendendo il pensiero di Franco Cassano, sociologo e politico italiano (Ancona 1943 - Bari 2021), il molo non va inteso come un muro di roccia eretto per isolarci, ma come una soglia: il confine vitale dove avviene l'incontro tra terra e mare. Questo confine è oggi estremamente fragile. La costa barlettana si sta consumando sotto l'azione silenziosa e aggressiva dell'acidificazione e del riscaldamento del Mediterraneo. In questo scenario, il molo diventa una pelle artificiale, un prolungamento della pelle umana che permette il dialogo tra noi e l'abisso, ma che sta lentamente scomparendo», spiega l'artista.

«Sulla base di queste premesse, ho voluto catturare attraverso l'opera la metamorfosi di una roccia del molo di Barletta, colta in un preciso momento di tempo, spazio e luce. È importante sottolineare che l'opera non è una copia della roccia, ma il suo negativo. Attraverso il gesso ho catturato la forma del vuoto: ciò che nel calco appare come un rilievo solido rappresenta, nella realtà, la materia già perduta. È la documentazione fi sica delle "carie" scavate dal sale e dall'acido. L'opera non mostra ciò che c'è, ma ciò che non c'è più, rendendo tangibile l'assenza», continua.

«Il tempo è il protagonista invisibile di questo lavoro. L'azione del calco ferma un processo di erosione che nella realtà è incessante e inarrestabile. In un preciso secondo, la materia è stata resa infinita e immortale, trasformandosi nel documento d'archivio di uno stato geologico che, un istante dopo il prelievo, era già mutato. Lateralmente al calco sono incisi i dati d'identità dell'istante: le coordinate GPS, il nome matematico dell'opera e la sua posizione nel mondo», conclude.
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