Pietro Mennea
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Pietro Mennea: dal 19” 72 all’oro di Mosca – Parte seconda

Dall’inquietudine per il boicottaggio all’inatteso e storico trionfo

Il nostro racconto su Pietro Mennea e sui dieci mesi più gloriosi e controversi della sua carriera, riprende dai giorni del poco onorevole compromesso che il governo Cossiga riesce a trovare in merito alla questione del boicottaggio delle olimpiadi di Mosca '80 da parte dei paesi Nato. Un boicottaggio, ricordiamo, deciso dall'alleanza atlantica in segno di protesta contro l'intervento militare in Afghanistan da parte dell'Unione Sovietica.

Niente esponenti delle forze armate ai giochi, niente sfilate, niente inno nazionale, ma "piena libertà di decidere al CONI e alle varie federazioni" se mandare in Russia o meno gli atleti italiani. Questa la pilatesca decisione dell'esecutivo.

Il commento di Mennea dal suo buen retiro di Formia a questa pantomima è tanto sarcastico quanto amaro: "si, andiamo alle Olimpiadi senza inni e bandiere, magari a torso nudo…". E ancora: "Che cos'è? Un balletto? A questo punto se mi fosse data la libertà di scegliere sarei tentato persino di rinunciare…" E' con questo spirito che il da poco dottor Pietro Paolo Mennea affronta la sua quarta Olimpiade, che prende il via ufficialmente sabato 19 luglio 1980.

Dopo gli angoscianti mesi del boicottaggio, i XXII Giochi dell'era moderna prendono il via in un clima tutto sommato quasi vicino alla normalità, tant'è che in Italia il brano pop "Olimpic Games" di Miguel Bosè scala tutte le classifiche possibili ed immaginabili, mentre l'orsetto Misha, la mascotte dei giochi moscoviti, fa letteralmente impazzire i bambini di tutto il mondo.

E' vero, ai Giochi mancano statunitensi, canadesi, giapponesi e tedeschi occidentali, ma ben presto commentatori e sportivi se ne faranno una ragione, visto il comunque alto livello degli atleti partecipanti, tra i quali spiccano il corridore britannico Sebastian Coe, la piccola ma già grandissima ginnasta rumena Nadia Comaneci, e le fenomenali tedesche dell'Est Barbara Krause e Rica Reinisch, che assieme alle loro compagne cannibalizzano a suon di record tutte le specialità del nuoto femminile, lasciando letteralmente le briciole (il solo oro nei 200 rana alla sovietica Kaciustyte) alla concorrenza.

Già, ma gli italiani? Quelli senza inni e senza tricolore? Il primo oro lo conquista Luciano Giovannetti nel tiro al piattello, mentre Giorgio Cagnotto (papà di Tania) ottiene il bronzo nei tuffi, e un giovane pugile napoletano di nome Patrizio Oliva si sta facendo più che onore nella categoria dei superleggeri.

E Mennea? Dopo giorni di preparazione quasi monastica, in cui solo una audacissima troupe di giornalisti giapponesi riesce a strappargli un paio di monosillabi in inglese, fa il suo debutto ai Giochi giovedì 24 luglio, proprio nelle ore in cui uno strepitoso Maurizio Damilano conquista l'oro nella 20 km di marcia.

L'esordio di "Pierino" però non è dei più incoraggianti, infatti il velocista barlettano riesce solo per un centesimo di secondo a qualificarsi per le semifinali dei 100 metri piani, e anche se i suoi preparatori giurano il contrario, Mennea non sembra affatto nelle condizioni psicofisiche ideali. Un' impressione che purtroppo viene confermata il giorno dopo, quando - nonostante i buoni uffici di Primo Nebiolo, che in semifinale riesce a non fargli inserire il temuto cubano Lara – la "freccia del Sud" manca clamorosamente l'accesso alla finale dei 100 metri. Le reazioni in Italia da parte di organi di stampa e addetti ai lavori sono lapidarie: "è finito", "oramai non ha più l'età", "forse non gareggerà nei duecento". E' lo stesso Mennea a mettere in dubbio la partecipazione in quella che da sempre è la sua specialità. Quella che solo dieci mesi prima a Città del Messico gli aveva permesso di entrare nella storia con quel 19"72. Ma alla fine, un Mennea mentalmente tutt'altro che tranquillo decide di gareggiare nei 200metri piani, in quella che con ogni probabilità è l'ultima occasione della sua carriera per conquistare quell'oro olimpico che ancora manca al suo ricchissimo palmares.

Non è un Mennea esplosivo, quello che riesce a qualificarsi per la finale dei 200 metri piani, ma è un Mennea più calcolatore che stavolta preferisce amministrare le energie in vista dello sprint finale di quella che ormai è diventata nel bene e nel male la gara della sua vita.

Sono le 20.10 (21.10 in Italia) di lunedì 28 luglio 1980. Questa volta ai blocchi di partenza gli avversari ci sono tutti: i cubani Silvio Leonard e Osvaldo Lara e il giamaicano Don Quarrie, medaglia d'oro a Montreal '76. Ma soprattutto c'è lui, Alan Wells, scozzese di Edinburgo, l'assoluto dominatore nei 100 metri. Mennea, in ottava corsia, se lo ritrova accanto in settima.

Giusto il tempo di studiare la giusta traiettoria con cui affrontare la curva dello Stadio Lenin che lo starter da il via. Come in occasione delle batterie e della semifinale, la partenza di Mennea non sembra fulminante, ma al contrario delle disastrose partenze nei 100 questa volta quello di "Pierino" sembra uno start ragionato, nonostante davanti il solito Wells sembra volare vanamente inseguito da Quarrie e Leonard. Poi c'è la curva, quella maledetta curva percorsa la quale apparirà ben chiaro se sarà speranza o sarà fallimento. Mennea la prende benissimo e a 50 metri dal traguardo inizia a spingere, a spingere forte, quasi a voler fuggire definitivamente dalle polemiche degli ultimi mesi e dalle inquietudini degli ultimi giorni. Quarrie e Leonard ormai sono dietro a giocarsi un combattutissimo bronzo, mentre davanti c'è l'"highlander" scozzese, da sfidare, da raggiungere e possibilmente sconfiggere. Due metri, un metro, mezzo metro, di meno, sempre meno. A 25 metri dal traguardo l'irresistibile "Pierino" inizia ad allungare la testa ed i due metri di fine curva a vantaggio di Wells magicamente diventano due palmi di mano, due leggendari centesimi di secondo a favore del nostro "Pierino" che in soli tre giorni passa dal precoce de profundis alla sua carriera (forse recitato in primis da se stesso) all'oro olimpico, all'apoteosi, al coronamento di una carriera che alle 21.15 ora italiana del 28 luglio 1980 non si può che definire leggendaria.

Quasi inutile ricordare ciò che in quelle ore succedeva a Barletta, dove alla proverbiale sobrietà e compostezza della famiglia Mennea facevano da contraltare caroselli di auto, fuochi d'artificio e gente festante per il tanto inaspettato quanto storico trionfo olimpico del nostro più illustre concittadino, che all'oro nei 200 metri piani aggiungerà qualche giorno più tardi anche il bronzo nella staffetta 4 x 400. Il tutto nel quadro di un Olimpiade iniziata tra sconforto e polemiche, (come spesso capita prima di ogni grande successo dello sport italiano) e finita con i trionfi, oltre che di Mennea nei 200, di Sara Simeoni nel salto in alto e di Patrizio Oliva nel pugilato, senza dimenticare il prestigiosissimo argento conquistato dall'Italia del basket, piegata in finale solo dalla fortissima Jugoslavia.

Ce ne sarebbe abbastanza in quella tormentata estate del 1980 per ergere il nostro Pietro Mennea, e gli altri azzurri trionfatori a Mosca, a simbolo della vittoria dello sport nella sua essenza più autentica sulla politica delle armi e dei boicottaggi, ma purtroppo per noi italiani, proprio nel giorno di chiusura dei Giochi di Mosca ci penserà l'inferno scoppiato alla stazione di Bologna a riportarci alla durissima e terribile realtà di quegli anni.
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