L'installazione
L'installazione "Mosaico di Aufidus" a cura del Laboratorio di immaginazione urbana
Cara Barletta ti scrivo

Valle di Aufidus, il Parco paesaggistico di Canne tra visione e realtà

Il Laboratorio di immaginazione urbana spiega l'installazione "Mosaico di Aufidus"

«In molti conoscono le vicende legate alla famosa "battaglia di Canne" in cui, nel 216 a. C., Annibale sconfisse l'esercito romano. In merito a ciò, però, sarebbe utile soffermarsi per un momento su alcuni particolari aspetti di tale vicenda. Ciò che ci interessa qui osservare e comprendere è in particolar modo "lo sguardo di Annibale", la visione attraverso cui le fonti storiche ci narrano di come egli abbia progettato la sua strategia.

Innanzitutto, stando a ciò che narrano gli storici, Annibale attaccò i romani in un luogo geografico importante perché, a picco sulla foce dell'Ofanto, permetteva il controllo commerciale dello sbocco tra il fiume e il mare, offrendo dunque ai cartaginesi la possibilità di frapporsi tra i romani e le loro principali fonti di approvvigionamento.

In secondo luogo, sembra che egli convinse i romani a combattere in questa valle pianeggiante e al contempo non molto dilatata poiché delimitata dalle sponde dell'Ofanto. Tale strategia permise ad Annibale di far muovere agilmente la sua forte e numerosa cavalleria, mentre costrinse i romani - che avevano un esercito quattro volte maggiore di numero - a disporsi in una formazione troppo compatta e disagevole. Così, i cartaginesi accerchiarono i romani, riuscendo nella famosa "manovra a tenaglia".

Annibale riconobbe dunque, in una piana immersa nel paesaggio della Valle dell'Ofanto ai piedi della cittadella di Canne, il luogo idoneo per attuare la sua geometria di battaglia.

La domanda, a questo punto è semplice e diretta: siamo noi oggi capaci di elaborare uno sguardo che abbia - ovviamente nel campo socio-culturale ed economico, nell'ambito della battaglia per la rivalorizzazione paesaggistica ed ambientale del nostro territorio - un valore strategico pari a quello che condusse Annibale alla vittoria? Siamo noi oggi capaci di assumere tale visione che studia, analizza e scompone, e poi ricompone e ricostruisce, trasforma e crea? Che comprende le possibilità già in nuce nella condizione di un territorio, di un paesaggio, e prova a svilupparle, producendo, al contempo, plusvalore estetico, culturale, economico, sociale ed ecologico?

Forse, ad oggi, la risposta è negativa; e sarà difficile intraprendere questa sfida senza riconoscere che quello di Canne della Battaglia è un paesaggio ricco di molte e variegate emergenze storico-archeologiche, di segni, tracce, frammenti di epoche antiche che si sono lentamente stratificati, restando tutti simultaneamente visibili sul corpo del territorio.

La Valle dell'Ofanto è un paesaggio che conserva, nei suoi lineamenti antropogeografici, impronte, resti, orme dei nostri passati plurimi e più o meno lontani: è un paesaggio in cui si passa, senza soluzione di continuità, da un Menhir preistorico alle splendide masserie Canne e Antenisi costruite tra il Settecento e l'Ottocento; dalle grotte scavate nella roccia da popoli che abitarono queste terre più di 6.000 anni fa alle Terme di San Mercurio, di periodo romano, e poi alla fontana medievale di San Ruggiero, costruita nel luogo di una sorgente naturale. Anche la stessa cittadella ha avuto più vite e nasconde oggi diverse tracce, custodendo diverse storie. Edificata dagli Apuli fra il VI e il IV secolo a.C., essa diventò un importante emporio fluviale nel periodo romano e, dopo le devastazioni barbariche, ebbe nuova fioritura in epoca medievale.

Eppure si fa fatica a riconoscere nella Valle di Aufidus questi valori potenziali tutt'oggi presenti nel paesaggio in cui si colloca il Parco Archeologico di Canne della Battaglia.

Col tempo, l'antica visione armonica e al contempo strategica del territorio, che ha sempre fondato sia le proprie ragioni ecologiche sia quelle socio-economiche e culturali sulla dialettica tra possibilità e necessità umane e opportunità offerte dai luoghi naturali, sembra essersi offuscata, delineando l'emergere di una profonda "crisi di rappresentazione" di un mondo che sembra essere in pieno sconvolgimento, in radicale trasformazione.

Tant'è che per l'intera Valle dell'Ofanto si ha difficoltà a generare un pensiero, a elaborare una visione capace di tenere insieme tutti questi elementi, per porli in reciproca risonanza, per dare valore al loro ensamble unitario.

Allora "Canne della Battaglia" coincide solo con la più famosa "Battaglia di Canne", e ci si dimentica di tutto il resto: del Menhir, che giace affogato in un terreno agricolo e non è per nulla valorizzato; delle Masserie di Canne e Antenisi, lasciate in stato di crollo e abbandono, così anche della Fontana di San Ruggiero, che presenta gravi lesioni strutturali; ci si dimentica dei saggi di scavo archeologici - Terme di San Mercurio - spesso proficui eppure sempre lasciati a metà, non valorizzati e mai aperti al pubblico. Ci si dimentica addirittura che un territorio non può vivere isolato, ma si deve connettere ad altri luoghi, nella stazione di Canne, completamente sottoutilizzata e semi-abbandonata (e, tra l'altro, mal collegata con la maggior parte dei monumenti qui citati). Ci si dimentica del territorio, con le sue tracce che parlano del nostro passato e potrebbero essere la base per costruire il progetto del nostro futuro.

D'altronde tutto questo si potrebbe dire anche abbandonando questo registro poetico e assumendone uno decisamente più prosaico, ovvero parlando dei tanti esperimenti positivi che si sono fatti e sono tutt'oggi in corso in tante località italiane ed europee. Si potrebbe forse riconoscere che la cura del paesaggio, intesa nel senso della rivalorizzazione degli elementi descritti finora, porterebbe grossi vantaggi non solo ambientali, culturali ed estetici, ma anche economici. Si potrebbe dunque maturare il pensiero che la Valle dell'Ofanto possa smettere di essere solo e soltanto un parco archeologico, per affrontare la sfida della sua ricollocazione in un contesto territoriale e culturale più ampio; provando ad integrare l'interesse archeologico con la produzione agricola, con un entertainment culturale più vasto, legato alla storia, ma anche al paesaggio, alle tradizioni locali. E si potrebbe accennare ai benefici economici ottenuti da quei marchi di prodotti agricoli che acquisiscono standard di eccellenza grazie a consorzi definiti con parchi naturalistici e paesaggistici di pregio; oppure alla possibilità di differenziare la vocazione turistica di questi luoghi implementando i servizi ricettivi, variegando l'offerta turistica, aprendosi a nuove modalità che contemplano, per esempio, gite esperienziali in un paesaggio costellato di tracce storiche oltre che caratterizzato da peculiari qualità ambientali, o esperienze nelle masserie e soggiorni in dimore storiche di pregio.

Il riconoscimento di questo stato di cose ci ha condotto a ideare l'istallazione Mosaico di Aufidus, un opera di land art realizzata presso la stazione di Canne, con l'obiettivo di trasformare il pietrame che sostiene i binari ferroviari in un mosaico colorato in quattro tonalità: il celeste e il blu che rappresentano l'acqua, il fiume in secca e in piena, ovvero in generale le qualità paesaggistiche dei luoghi; il rosso che rappresenta il sangue e l'arancio che rappresenta l'argilla, ovvero in generale la storia dei luoghi nei suoi connotati immateriali e materiali.

Un mosaico che simboleggia la condizione del frammento, e cerca di portare alla luce il valore di ogni singola tessera o tassello, all'interno di un unico insieme che genera una curiosa prospettiva cromatica sul paesaggio circostante.

Venerdì 23 agosto si è deciso di ampliare e completare tale installazione, che ha visto aumentare sia il numero di soggetti partecipanti, sia la quantità delle pietre colorate. Ma soprattutto, vi è l'aggiunta preponderante dell'oro.

L'oro, come nei mosaici bizantini, è lo sfondo, il collante, il mezzo di unione tra i differenti tasselli. Il colore dorato aggiunge inoltre un valore di luminosità all'opera; nella calura estiva, esso risplende sotto il sole cocente. La sua è una luce vibrante, che varia al variare del nostro movimento, cambiando intensità e grado di opacità; è una luce dorata viva, che fa da sfondo e tiene insieme i frammenti, i tasselli, le differenti qualità riconosciute nel paesaggio della Valle dell'Ofanto.

La luce dell'oro è la metafora dell'idea, della strategia, della visione. Rimanda alla necessità di elaborare un pensiero capace di incidere nel reale, a trasformare coscienziosamente il ricco paesaggio della Valle di Aufidus.

Il Mosaico di Aufidus, un progetto nato da una collaborazione indipendente e autofinanziata tra giovani professionisti interessati a questi temi, non è solo una istallazione; è un'esperienza artistica nel senso più profondo del termine perché esprime una idea potente, che speriamo possa rimanere accesa e viva nelle nostre menti e nei nostri cuori e che possa, nel tempo, attecchire sempre più, riverberarsi, farsi largo, prendere forma. Arricchendo il paesaggio con la sua presenza spontanea e sincera, Aufidus vuole rinnovare il nostro sguardo sul territorio, indicandoci una possibile direzione da seguire».

Laboratorio di immaginazione urbana | Massimiliano Cafagna (Architetto), Francesco Delrosso (graphic designer), Marco Lacerenza (graphic designer), Antonio Lionetti (graphic designer), Olga Paparusso (Architetto), Saverio Rociola (graphic designer), Patrizia Silecchia (Architetto), Ornella Spadaro (Architetto), Giuseppe Tupputi (Architetto).

foto_Massimiliano Cafagna
testo_Giuseppe Tupputi
10 fotoL'installazione "Mosaico di Aufidus" a cura del Laboratorio di immaginazione urbana
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