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Cara Barletta ti scrivo

Storia e mistero dei re Magi, narrata a Marco Polo

A cura di Nicola Palmitessa, Centro studi: La Cittadella Innova

"Come in una piccola chiesa domestica, da bambino con fratelli e sorelle, mia madre ci ha educati a crescere nella gioia di una fede vissuta autenticamente cristiana. Di anno in anno, si viveva nell'attesa di costruire un presepe sempre più bello e adornato con piccole preghiere. Il nostro Centro Studi, da alcuni anni sta lavorando sul Milione del veneziano Marco Polo (1254-1324), alla corte di Kubilai Khan (1215-1294) il più grande tra gli imperatori della storia, che intercettò Niccolò e Matteo Polo (padre e fratello di Marco) di Bokhara, per un dialogo di pace con i cristiani e il papato (si diceva fosse un nestoriano.). Intanto, già nella prima metà del Duecento, cristianità e popoli europei erano stati minacciosamente pressati. Non solo dai musulmani, ma soprattutto dall'interno: da Federico II ostinatamente contro il papato, francescani e domenicani. Mentre dall'esterno, le orde di Gengis Khan (1206-1227) e dei suoi successori (Djuci e Ogodei), giungevano minacciose fino alle porte dei popoli europei. La cristianità rispose inviando numerosi missionari per dialogare con quel misterioso popolo.

Insomma, condurci su tale interessante lavoro è stata una lunga e avvincente revisione storica e storiografica sulle Città regie-marinare (come Barletta) e sulle repubbliche marinare italiche. Con la caduta dell'impero Latino in Costantinopoli e l'egida di Genova, la Serenissima fu cacciata da Bisanzio. Con Marco Polo, ambasciatore di Gregorio X, poi dello stesso Kubilai Khan, si cercò una fruttuosa alternativa. Scoprire un nuovo mondo, dal Mediterraneo al Cathai. La lunga pax dell'impero mongolo (1206-1368), ora si rivelerà attenta alla cristianità, da tempo diffusa Asia. Tuttavia, la dissoluzione di questo impero segnerà la ripresa della dinastia cinese; con una completa liquidazione delle libertà religiose, fu vietato l'accesso: ai numerosi missionari; al cristianesimo presente già da alcuni secoli e alle altre religioni.

Qui però offriremo uno stralcio del nostro prossimo volume su Marco Polo, quello inerente all'Arca di Noè e ai tre re Magi. Mentre gli stessi musulmani (benché Gesù Cristo sarebbe un grande profeta non Dio), non hanno nulla contro il presepe, in molti in Europa e nella nostra sparuta Italia, il presepe è stato abbandonato per essere sostituito, al più, da un semplice albero di Natale. E forse neanche da questo. Parafrasando Marco Polo, avrebbe gridato «adorano i loro idoli». Storicamente la narrazione dell'Arca di Noè e dei tre magi, da tempo è stata oggetto di attenzione della letteratura mondiale. Il bello è, come è noto, che il tutto rimane avvolto nel mistero.

L'Arca di Noè. Il capitolo del Milione sulla narrazione dei tre re Magi, è preceduto da quello sulla presunta Arca di Noè, così descritta: «La Grande Ermenia è una grande provincia; e nel cominciamento è una città ch'ha nome Arginga», (cioè l'odierna Erzinjan, nella piana del Kara-su). Arginga avrebbe un «arcivescovo». «Ancora vi dico che in questa Grande Erminia è l'arca di Noè, in su una grande montagna, negli confini di mezzodì inverso lo levante, presso al reame che si chiama Mosul». E qui vi «sono cristiani, che sono jacopini e nestorini». Si tratta di monofisiti sostenitori dell'esistenza di un'unica natura di Cristo; e i nestoriani, o cristiani caldei (da Nestorio, patriarca di Costantinopoli, Concilio di Efeso del 431 d.C.). (cfr. Marco Polo edizioni di M. Ciccuto, cap. XVI; V. P. Pizzorusso cap.21; Baldelli cap. 15; Ramusio Libro I, cap. 5).

Il racconto sui tre re Magi. Della grande Provincia di Persia e de' tre magi si legge: «Persia si è provincia grande e nobile certamente, ma al presente l'hanno guasta i tarteri. In Persia è la città ch'è chiamata Sabba, dalla qual si partirono li tre re [Magi] ch'andarono ad adorare a Cristo quando nacque. In quella città è sono seppelliti gli tre magi in una bella sepoltura, e sonvi ancora tutti interi e co' capegli. L'uno ebbe nome Baldasar, l'altro Melchior, e l'altro Guaspar. Messer Marco domandò più volte in quella città di questi tre re soppelliti anticamente. E andarono tre giornate, trovarono un castello chiamato Galasaca, cioè a dire, in francesco, castello degli adoratori del fuoco. È ben vero che quegli del castello adorano il fuoco, e io vi dirò perché».

Significato di oro, incenso e mirra. «Gli uomini di quello castello dicono che anticamente tre re di quella contrada andarono ad adorare un profeta, lo quale era nato, e portarono tre offerte: oro per sapere s'era signore terreno, incenso per sapere se era Iddio, mirra per sapere se era eternale. Quando furono ove Iddio era nato, lo minore [il più giovane] andò prima a vederlo, e parevagli di sua forma e di suo tempo [coetaneo], e poscia [poi] il mezzano, e poscia il maggiore, e a ciascuno per sé parve di sua forma e di sua etade [età]; e reportando ciascuno quello ch'aveva veduto, molto si maravigliarono e pensarono d'andare tutti insieme. Andando insieme, a tutti parve quello ch'era, cioè un fanciullo di tredici giorni. Allora offersono l'oro e lo incenso e la mirra, e il fanciullo prese tutto; e lo fanciullo donò agli tre un bossolo chiuso, egli re si mossono per tornare in lor contrada […] «in significanza che stessero fermi nella fede, ch'avevano cominciata, come pietra…».

Da quali località giungevano i tre re? «L'uno degli re fu di Saba, l'altro di Iava, l'altro di castello». In particolare, Iava, cioè Ava sarebbe a sud di Sava, città persiana che divenne Sciita. E tutt'ora a Iava sussite quell'antico rito di adorazione del fuoco. (cfr. Marco Polo, Il Milione, di M. Ciccuto, Cap. XXII-XXIII; di V. B. Pizzorusso, capp. 30-31; di Baldelli Boni capp. 20-21).

Una riflessione. Senza voler ulteriormente continuare in particolare sul mistero del fuoco, su quanto venne raccontato dallo stesso Marco Polo, qui si vuole arguire che l'adorazione del fuoco era cosa antica e diffusa sin dai primordi e in tutte le regioni del mondo. Se è vero come è vero che tale adorazione, diremmo 'pagana' nel senso cristiano, che a tutt'oggi sussiste in qualche località come Iava, è segno avvolto in un inestricabile mistero (che gli stessi musulmani di quelle parti, pare che rispettino con un certo timore). La Natività del figlio di Dio, ci spinge però nel fare tesoro, che in quel tempo, «Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: "Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco"». (Lc 3, 15-16; cf. anche Mc 1,4-8).

Ma la tenerezza del bambino Gesù, nato da Donna in una piccola mangiatoia per animali, al freddo e al gelo, il Dio fattosi uomo, vero uomo e vero Dio, cosa Egli direbbe oggi a quel ristretto gruppetto creature umane, tra i più potenti delle finanze mondiali, che si farebbero scherno anche delle stesse sovrane autorità statali mondiali?".

Dott. Nicola Palmitessa
Centro studi: La Cittadella Innova
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