Cantiere Lidl
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La città

Vicenda Lidl, quel terreno potrebbe essere del Comune di Barletta già dagli anni ‘70

Il ricorso inoltrato al Presidente della Repubblica porta alla luce nuove anomalie

E se quel terreno fosse già stato acquisito a patrimonio pubblico negli anni '70? Se fosse già di proprietà del Comune di Barletta? A quel punto, condoni, permessi di costruire e trattative di perequazione non avrebbero senso di esistere.

Il ricorso straordinario presentato da Italia Nostra al Presidente della Repubblica apre nuovi squarci nell'ormai nota vicenda Lidl. Quasi 90 documenti raccolti per circa 1.500 pagine di una storia singolare che, al di là delle responsabilità che dovranno essere accertate, fa riflettere sul pressapochismo delle amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi decenni.

«Comunque vada a finire, il nostro ricorso rappresenta un presidio affinché non si consolidino quei provvedimenti amministrativi» ci spiega Francesco Mazzola, l'avvocato che, insieme al collega Francesco Nanula, ha elaborato il ricorso destinato al Capo dello Stato.

L'effetto domino però non partirebbe dalle falle del condono del 2018, già evidenziate dall'avvocatura comunale, ma dal primo condono. Anzi, dagli abusi edilizi degli anni '70.

Demolizione

Nel 1972 la Soprintendenza segnala al Comune di Barletta che "nella zona verde del castello sono stati eseguiti lavori abusivi". Infatti, in contrasto alla licenza edilizia rilasciata, i fratelli Di Paola non si limitavano a sostituire le coperture dei due capannoni preesistenti, ma ne costruivano un terzo senza autorizzazione. L'anno seguente il Comune ne ordinerà la demolizione, senza ottenere risultati.

Nel 1977, a distanza di quattro anni, «l'allora sindaco Messina – spiega l'avvocato Mazzola – decide con un provvedimento di convertire l'ordine di demolizione in una sanzione pecuniaria amministrativa per 30 milioni e mezzo di vecchie Lire». Il provvedimento in questione è il primo impugnato nel ricorso non solo perché «non è assolutamente motivato», ci dice Mazzola, ma anche perché «dopo quattro anni si è già compiuta l'acquisizione al patrimonio pubblico come conseguenza della mancata demolizione». La legge, infatti, prevede che:

Se il responsabile dell'abuso non provvede alla demolizione e al ripristino dello stato dei luoghi nel termine di novanta giorni dall'ingiunzione, il bene e l'area di sedime, nonché quella necessaria, secondo le vigenti prescrizioni urbanistiche, alla realizzazione di opere analoghe a quelle abusive sono acquisiti di diritto gratuitamente al patrimonio del comune (art. 15 L. 10/1977 sostituito da art. 31 L. articoli 31 e seguenti del d.P.R. n. 380 del 2001)

Questo significherebbe che «il suolo, con tutto quello che ci sta sopra, in realtà è acquisito già al patrimonio pubblico per diritto» e che i Di Paola non sarebbero stati legittimati neanche alla prima richiesta di condono.

Non solo. "Dagli atti esaminati in sede di accesso – si legge nel ricorso – non risulta che detta ammenda sia mai stata pagata, sicché tale inadempienza non può che aver prodotto la reviviscenza dell'ordine di demolizione originario e quindi la dedotta acquisizione al patrimonio pubblico delle aree in oggetto". Basterebbe questo a frantumare tutto quello che sarebbe accaduto di lì in avanti.

Il vincolo del '56

Il Comune di Barletta ha recentemente avviato il procedimento per annullare in autotutela i provvedimenti amministrativi che compongono questa vicenda. La motivazione sarebbe da imputarsi al fatto che gli edifici su cui nel 1986 i fratelli Di Paola richiesero il condono edilizio sarebbero stati costruiti dopo il 1° ottobre 1983 e quindi oltre il termine individuato dalla legge n. 47 del 1985 per la sanatoria.

Ma c'è un altro motivo che avrebbe potuto impedire la prima richiesta di condono. Nessuno si era mai accorto che le aree private circostanti il castello di Barletta fossero sottoposte a vincolo di tutela monumentale dal 1956. Questo sarebbe stato sufficiente a impedire che si arrivasse al punto in cui si è oggi. La prima legge sul condono edilizio, infatti, prevede che:

Non sono suscettibili di sanatoria le opere in contrasto con vincoli imposti da leggi statali e regionali nonché dagli strumenti urbanistici a tutela di interessi storici, artistici, architettonici, archeologici, paesistici, ambientali, idrogeologici e siano stati imposti prima della esecuzione delle opere stesse (art. 33 L. 47/1985)

«Il vincolo – evidenzia Mazzola – viene tirato in ballo per la prima volta nel 2019 dalla Soprintendenza in fase istruttoria del PAU. Questa è una cosa di una gravità assoluta considerato che il castello è il monumento più importante della città».

Macerie

Viene da chiedersi perché liberi cittadini siano riusciti a mettere in fila le falle di una vicenda che resterà nella storia di Barletta, mentre amministratori e dirigenti hanno fatto ricorso alla politica del "non sapevo". E i fatti fin qui riportati non sono tutto.

C'è molto altro che emerge dal ricorso di Italia Nostra. Ad esempio, ci dice l'avvocato Mazzola «non ci si è accorti che circa 2700 m² di quel suolo, nella zona che oggi dovrebbe corrispondere al parcheggio che Lidl voleva realizzare, hanno destinazione agricola». Ma si pongono interrogativi anche sulla procedura amministrativa del P.A.U. (provvedimento autorizzativo unico) che ha autorizzato l'intervento. Non solo perché, secondo il Documento strategico del commercio, nelle zone del centro antico e di interesse storico sono ammesse esclusivamente strutture di vendita M1 e non M2 (come sarebbe stato il punto vendita Lidl), ma anche per la carenza istruttoria del provvedimento che nulla dice sui requisiti di compatibilità della struttura autorizzata.

Quel che resta oggi sono le macerie. Da un lato quelle fisiche, ancora lì dopo la sospensione dei lavori: «Il Comune dovrebbe fare immediatamente un'ordinanza di sgombero», ammonisce Mazzola. Dall'altro quelle politiche che l'avvocato di Italia Nostra definisce una «sequela di contraddizioni». Sono il sintomo di una «mancanza di visione di quella che dovrebbe essere l'attività politica e amministrativa su quell'area – commenta Mazzola – Si continua a lavorare a spot piuttosto che in termini programmatori. Ma così va il mondo e ne prendiamo atto».

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