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Servizi sociali

Oltre la pandemia: la violenza domestica che prende il nome di “gas lighting”

La psicologa barlettana Rachele Dileo spiega di che si tratta e perché è importante parlarne in questo periodo

Più di un anno fa, precisamente il 4 Maggio 2020, "La Repubblica" riportava i dati di studio della Unfpa, l'Agenzia delle Nazioni Unite che che si occupa anche di fare indagini sulle popolazioni, secondo i quali nei primi mesi di confinamento ci sarebbe stato un incremento del 20% delle violenze domestiche in tutti i 193 stati membri. Tema poi preso e ripreso da tantissime altre fonti, fino ad uno degli ultimi pezzi sulla questione, apparso sul sito di Save The Children in data 1 Aprile 2021. L'isolamento domestico da un lato incrementa gli episodi di violenza domestica e dall'altro scoraggia la vittima a denunciare.

E' dunque importante non solo porre l'attenzione sugli episodi in sé per sé, ma anche sul tipo di violenza che viene attuata; abbiamo parlato con la Dott.ssa Rachele Dileo, psicologa e docente al Liceo Classico "A. Casardi" di Barletta, del "gaslighting", un genere di violenza psicologica spesso sminuita e fatta passare sotto traccia, oltre che poco conosciuta e riconosciuta non solo da chi ne è vittima, ma anche da chi dovrebbe agire per limitarla.

"Il gaslighting è una forma di manipolazione mentale estremamente subdola e sottile, anche perché poco nota seppure molto diffusa" afferma la Dott.ssa Dileo, che spiega anche "la cui denominazione è stata ricavata da una pièce teatrale del drammaturgo britannico Patrick Hamilton, intitolata Gas Light, in cui un uomo riesce a condurre alla pazzia la propria moglie attraverso la manipolazione silenziosa di una serie di elementi del suo ambiente di vita, convincendola di essere lei a non ricordarsi di quei cambiamenti quotidiani".

Come agisce chi pratica del gaslighting?
"Iniziamo col dire che questa tipologia di violenza non è improvvisa, ma si svolge lentamente nel quotidiano, coinvolgendo solo vittima e carnefice e quelle mura domestiche che da perfetti spazi chiusi non consentono spettatori, terze parti che possano in qualche modo aiutare la donna a comprendere cosa stia accadendo prima che sia troppo tardi. Il gaslighting prevede che la vittima attraversi tre fasi: la prima è definita "distorsione della comunicazione" ed in questo primo momento hanno inizio le distorsioni nella sfera quotidiana che mirano a creare nella vittima uno stato di confusione; la seconda è la "difesa", momento in cui la vittima mantiene ancora un ancoraggio con il piano di realtà e prova a confrontarsi direttamente con il gaslighter, alla ricerca di una comprensione di quanto stia accadendo; la terza è la "depressione" ed è il momento in cui il manipolatore "affonda il colpo", ottiene un controllo molto forte sulla vittima, che si affida totalmente a lui rinunciando al controllo sulla propria vita e sulla propria persona".

Che effetto ha sulla vittima questo atteggiamento da parte del manipolatore?
"La vittima con il passare del tempo si sente sempre più confusa finché «inizierà a sopraggiungere un senso di sconfitta unito al pensiero di essere in errore, di non capire le cose o di avere dei problemi di memoria». A questo punto il maltrattante interviene facendole comprendere come egli sia l'unica persona di cui possa fidarsi: solo lui è capace di aiutarla a migliorarsi e a sostenerla nei continui errori che ella compie, alternando le sottili manipolazioni quotidiane a sprazzi di vita normale in cui si mostra un amante attento e innamorato, spingendo la donna ad una sempre maggiore dipendenza dalla sua figura".

Quali possono essere i segnali per accorgersi di essere vittima o di trovarsi davanti ad una vittima?
"I tentativi, da parte del manipolatore, di sviare il discorso, rendendolo sempre più confuso al fine di avere ragione e di far credere alla vittima di essersi sbagliata sono senza dubbio l'evento più frequente; ma anche critiche e continue offese, che mirano a far sentire chi le subisce un inetto o comunque una persona che commette troppi errori; la negazione delle cose che sono state dette, con il tentativo di far credere alla vittima di esserselo solo immaginata e quindi di non poter quindi fare affidamento sulla propria memoria; i giudizi negativi su tutto ciò che riguarda la vittima; infine i silenzi ostinati con il fine di punire i presunti errori compiuti dalla vittima".

Quali sono le frasi tipiche del manipolatore, per indurre sotto scacco la vittima?
"Le frasi tipiche sono: "Non l'ho mai detto, te lo sei immaginato!", "Sei sicura sia davvero successo?", "Non è vero, non me lo hai mai detto, forse hai immaginato di dirmelo ma non l'hai più fatto", "Io non ho nulla che non vada, sei tu che vedi cose che non esistono, sei malata".

Questo tipo di violenza può avere un effetto anche sulla vita quotidiana che non sia direttamente relativa al rapporto domestico o di coppia?
"Certo che sì! In simili casi, oltre alla dipendenza nei confronti del manipolatore, la vittima vivrà in un totale stato di confusione e di stanchezza fisica e morale, tale condizione genera, molto frequentemente, il sopraggiungere di stati depressivi, anche a causa del convincimento di essere perennemente in errore, aspetto che però potrebbe spingere la vittima a comprendere la reale situazione a chiedere aiuto".
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