Iacopo Di Bari
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La città

Il ragazzo delle farfalle, la storia di Iacopo da Barletta

A seguito della morte di suo figlio Iacopo, il signor Giuseppe parla ai giovani di sicurezza stradale

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Una farfalla equatoriale grande quanto una mano è uscita fuori dal suo bozzolo il 23 ottobre del 2016. È stato Iacopo a prendersi cura di quel bruco, quando ancora nessuno riusciva a vedere la sua bellezza. Iacopo trascorreva parte del suo tempo libero in veranda, a fotografare bruchi, formiche e insetti stecco, ma le farfalle erano la sua vera passione. Mamma Anna ricorda quando suo figlio, scherzosamente, le portava vicino al viso i piccoli animaletti; adesso non può fare a meno di ripensare a quei momenti con nostalgia. Subito dopo ecco ritornare nei suoi occhi un alone di tristezza, perché mentre quella farfalla era pronta a liberarsi dal suo guscio, Iacopo ha perso la vita; esattamente un mese prima: era il 23 settembre del 2016.

Iacopo aveva deciso di raggiungere il Festival della Ruralità di Corato con il suo amico Marco. Avevano poco più che vent'anni ed entrambi erano iscritti alla facoltà di Biologia. La signora Anna cercò di trattenere suo figlio a casa, a sé ma Iacopo avrebbe dovuto incontrare alcuni suoi docenti, era elettrizzato. Sarebbe stato un altro giorno all'insegna della natura. Così entrarono in macchina, alla guida una giovane neopatentata e di fianco suo padre, dietro Iacopo e Marco. Papà Giuseppe era a casa, sul divano, guardava le news dal cellulare su Facebook. Lesse la notizia di un brutto incidente stradale verso Corato, poi un aggiornamento: due giovanissimi di Barletta e Andria erano rimasti coinvolti nel sinistro. «Ricordo ancora lo sguardo di mia moglie mentre le leggevo l'articolo – spiega il signor Giuseppe Di Bari. Sentì qualcosa dentro di lei: aveva capito tutto, pur non avendo letto il suo nome. Nostro figlio era sdraiato sull'asfalto». All'incrocio non era stato rispettato lo stop e l'altra auto implicata andava troppo veloce per fermare la sua corsa. Solo Iacopo e Marco hanno perso la vita, per tutti gli altri, fortunatamente, qualche graffio. Per i genitori di Iacopo seguono ore che resteranno loro incrostate addosso senza altra possibilità. «Dopo aver letto la notizia, io e mio marito ci siamo subito recati alla Polizia di Stato di Barletta ma nessuno sapeva darci notizie, così siamo stati derisi perché avevamo letto dai media; ci siamo rivolti ai Vigili urbani di Andria ma non potevano darci informazioni perché quel tratto di strada non era di loro competenza. Infine, siamo arrivati al comando dei Vigili urbani di Corato, dove la guardia alla mia domanda: Dove si trova mio figlio? Ha risposto: vostro figlio è all'obitorio, andate lì per fare il riconoscimento».

«Non abbiamo avuto il tempo di stargli vicino – prosegue la signora Anna. Non potevamo baciarlo, accarezzarlo, sfiorarlo. L'ultima immagine che abbiamo è quel dannato lenzuolo verde che copriva il suo corpo. Un'immagine che ti resta e che rivivi ogni dannato giorno». Iacopo ha vissuto proprio come una farfalla. Uscito dal suo bozzolo ha cambiato l'esistenza di chi lo amava e poi è andato via. Amava la vita! Studente, volontario della Croce Rossa e iscritto al WWF, quando tornava a casa non riusciva nemmeno a salire in camera, così si appisolava sul divano e restava lì fino alla mattina. «La natura insegna che i genitori vanno via prima dei figli e non il contrario – spiegano i genitori. Magari sarebbe diventato un grande scienziato. Adesso resistiamo solo per le nostre due figlie. «Dopo la morte di mio fratello ho sentito tante parole, ma in realtà erano poche quelle che servivano – chiarisce Aurora, la sorella maggiore. In quello che vivevo ero veramente sola. Mi rendo conto che non è facile stare accanto a qualcuno che ha subito un lutto, ma se si parla con il cuore nessuna frase diventa di circostanza. Adesso studio psicologia ma non è stato semplice, avevo infatti maturato questa idea: perché dovrei aiutare le persone se nessuno ha aiutato me, Iacopo e la mia famiglia?»

Sono pensieri che ti percorrono e tu non puoi farci nulla: perché proprio a Iacopo e Marco? Il dolore ti travolge e ti fa soffocare. La rabbia ti accende e tu esplodi come una miccia. La famiglia di Iacopo ha imparato a conviverci e a trasformare quel sentimento in un'azione positiva. «Dopo alcuni mesi dalla morte di nostro figlio, il vice comandante della Polizia locale di Corato Giuseppe Loiodice, che aveva eseguito il ritrovamento, mi chiese di portare la nostra testimonianza a scuola per sensibilizzare i ragazzi degli istituiti scolastici a un'attenta guida». «Attraverso il racconto di un'esperienze simile si può davvero arrivare a segnare le coscienze dei nostri ragazzi – spiega il vice comandante Loiodice. La morte di un figlio stravolge la vita e il futuro di tutta la famiglia ed è questo, insieme ai dati strazianti delle morti in strada, che dobbiamo portare all'attenzione dei giovani guidatori».

«La forza per cominciare questo progetto l'ho ricevuta da Iacopo – conclude suo padre. Spiegare ai nuovi e futuri patentati quanto sia semplice distrarsi alla guida con il proprio smartphone, la perdita di controllo sotto gli effetti di alcool e droga è una strada che ho deciso di percorrere per tutte quelle vite che possono essere salvate, per tutti quei genitori preoccupati per i loro figli, ma ci tengo a precisare che mio figlio e il suo amico erano dei semplici trasportati e non avevano bevuto o fatto uso di droghe, ma hanno pagato comunque un prezzo altissimo: la loro vita». Il sacrificio di un figlio per la salvezza di tanti altri: sono queste le parole che spesso si ripetono Anna e Giuseppe. «Noi siamo stati condannati ogni giorno "all'ergastolo del dolore" senza nessuno sconto di pena, come è avvenuto a chi ha causato la morte di Iacopo e Marco, patteggiando la loro condanna e continuando a vivere come se nulla fosse accaduto e senza mai aver chiesto scusa alle rispettive famiglie». Il racconto della famiglia di Iacopo è la storia di molte altre, troppe. Amputate di una parte che mai si rimarginerà. Si continua a vivere per sé stessi ma soprattutto per tutti coloro che ti sono accanto, nella speranza che quella farfalla ogni tanto possa appoggiarsi sulla spalla per sfiorare l'anima.
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