Violenza
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Il pensatoio blu

Violenza e indifferenza

A cura di Matteo Losapio

Qualche settimana fa ho vissuto degli incontri con i ragazzi e le ragazze che si stanno preparando alla cresima presso la comunità parrocchiale della Santissima Trinità, qui a Barletta. In un incontro abbiamo visto insieme la celebre scultura L.O.V.E di Maurizio Cattelan. La scultura si trova a Milano e rappresenta una mano, in stile monumentale di epoca fascista, in segno di saluto romano. Tuttavia, alla mano sono state tagliate tutte le dita tranne il medio. La simbolica del dito medio, come sappiamo dalla gestualità comune, riecheggia proprio il me ne frego, di memoria fascista. Maurizio Cattelan ha voluto posizionare quella scultura dinanzi al Palazzo della Borsa di Milano sia per indicare la strafottenza del potere economico sulle scelte politiche e sulla pelle delle persone, dall'altra sembra abbia voluto rimarcare proprio questa nuova forma di fascismo che sta entrando, in maniera pervasiva e strisciante, sempre più nel linguaggio e nella gestualità comune. Infatti, il famigerato segno del dito medio è sembra essere sempre più sdoganato dalle nuove generazioni che lo utilizzano non solo come simbolo fallico ma anche come forma di contropotere e di ribellione violenta ad ogni forma di autorità.



Proprio di queste forme serpeggianti di violenza abbiamo discusso, approfittando proprio dei fatti di violenza avvenuti nella nostra città di Barletta. Episodi di violenza come la rissa nel pieno della movida del centro storico, oppure la tragedia dei tre ragazzi investiti sulla strada provinciale, o ancora quel massacro a calci e pugni di una baby gang nei confronti di tre ragazzi in cui sono coinvolti molti minorenni fra cui ragazze che inveivano e incitavano alla violenza. Insomma, una spirale che sembra non arrestarsi e che fa sentire prepotente la sua voce. Discutendone con i ragazzi e le ragazze abbiamo cercato di dare delle motivazioni a tutto questo: dalla perdita di valori e di punti di riferimento, alla paura nei confronti di una società sempre più ostile e complessa, passando per un conformismo piatto e mediocre in cui ciò che conta è la legge del branco.

Tante preoccupazioni e tante domande che ci hanno spinto a pensare e che hanno portato a vivere un vero e proprio esercizio filosofico ponendoci una domanda: perché pensare alla violenza? Come è possibile pensare alla violenza? Infatti la violenza ha molti volti e molte interpretazioni ma quella a cui abbiamo assistito qui è una violenza che sembra non avere senso, una violenza che serpeggia e che cerca di prendersela con tutto e con tutti. Celebri sono stati anche gli episodi di vandalismo ovvero di una violenza esercitata su degli oggetti e non solo sulle persone. Violenza che si accumula e che si aggiunge a violenza, lasciandoci tutti un po' spaesati e anche con un po' di angoscia perché quando la violenza è dettata dal caso e dal branco, allora tutti possono essere sia vittime che carnefici.

Una delle ultime battute del film Joker di Todd Philips potrebbe darci uno spunto per avviare una riflessione sulla violenza. Invitato ad un programma televisivo, il protagonista, presentato come Joker, confessa in pubblico di aver sparato a tre persone nella metro di Gotham. E mentre il presentatore rimane sconcertato ecco che Joker dice: "Cosa ottieni se metti insieme un malato di mente solitario con una società che lo abbandona e poi lo tratta come immondizia? Te lo dico io cosa ottieni: ottieni quello che ti meriti". E poi spara un colpo a bruciapelo in testa al presentatore, come una vendetta, come una violenza scaturita dalla rabbia e che può colpire tutti. Una violenza che nasce nel momento in cui non riusciamo a trovare la strada della felicità e non sappiamo neanche offrirla agli altri. Una violenza che viene alimentata dall'indifferenza e dalla mancanza di empatia. Una violenza che spinge, come cani rabbiosi, in un branco che si muove qui e lì per la città. Una violenza che è possibile arrestare solo e soltanto con il pensiero, con un movimento di opinione e non semplicemente con la repressione e il controllo. Una violenza che ha bisogno di essere pensata e gestita, perché abita in ciascuno di noi e che distrugge e ci autodistrugge. Una violenza che ha bisogno di essere guardata in faccia e rielaborata attraverso l'unica cosa che ci rende davvero umani: il pensiero.
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