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Il pensatoio blu

Cultura urbana: le stratificazioni meticce delle nostre città

A cura di Matteo Losapio

La cultura di una città non è solo data dalla produzione di libri o di guide turistiche ma è una questione molto più profonda, incisiva e complessa. Quando parliamo di una cultura urbana, poi, non ci riferiamo solo al grado di consapevolezza che i cittadini hanno della loro città, ma anche della stratificazione storica delle città stesse.

È palese notare come la città non nasca con noi, ma abbia una storia in cui siamo immersi, una storia che ci segna e insegna. Questa è la cultura urbana di una città, una cultura che nasce dalla fondazione della città stessa e che acquista una sua forma nel corso degli anni, per non dire dei secoli. Ed è questa forma culturale che ci qualifica come residenti in una città, ancor prima di essere cittadini o abitanti.

Infatti, la differenza fra un residente nella città e un cittadino è che il primo viene formato dalla città in cui si trova, anche quando non se ne accorge, mentre il secondo acquista dei diritti e dei doveri giuridici proprio grazie al suo status di residente. Ad esempio sono un cittadino italiano perché risiedo nello Stato Italiano, posso votare alle elezioni amministrative di una città perché sono un cittadino di quella città, dal momento che ho una residenza giuridica nella città stessa.

Ma ciò che differenzia un residente e un cittadino, da un abitante è il grado di consapevolezza del luogo in cui si trova. Consapevolezza che riguarda anche la storia della città stessa e che viene formata dalla storia stessa della città. E quando parliamo di storia, non intendiamo la fossilizzazione entro uno schema convenzionale o una monoidentità culturale da difendere. Ma si tratta di una storia meticcia, di una storia che ha visto epoche differenti e popolazioni differenti.

E le nostre città sono un segno di questo passaggio plurale avvenuto nelle varie epoche storiche: dalla preistoria al medioevo, passando per l'epoca romana e bizantina. Come anche nei recenti sviluppi dell'Ottocento e Novecento, attraversando tragedie ancora visibili della Seconda Guerra Mondiale. Tutti questi non sono fatti o monumenti storici, ma sono elementi in grado di raccontare, di creare una cultura che appartiene alla città e che la rende peculiare, unica nel suo genere.

Ma questo si rivela anche dai dialetti che possiamo ascoltare ancora per le vie della città. Linguaggi che spesso pensiamo siano un imbastardimento dell'italiano, ma che conservano ancora terminologie mediterranee, detti di popoli transitati sulle nostre coste, dai greci agli arabi, passando per i normanni e gli angioini.

Cultura urbana è un impasto di epoche storiche, impossibili da scindere se non all'occhio dello studioso. Impossibili perché quotidiane, così quotidiane da non rendercene conto. Ma è questa cultura plurale, questa storia che ancora narra i secoli, che ci salva dal bigottismo dell'identità nazionalista.

Questa culturale mediterranea che diviene patrimonio da tutelare, soprattutto contro gli scempi della globalizzazione appianante, che ci dà una forma urbana, una forma umana. Una cultura urbana, meticcia, stratificata, unica, che ci mantiene umani.
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