Jacopo Musci
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Associazioni

«Sull'omicidio di Jacopo Musci il silenzio assordante della politica e delle associazioni»

La nota dell'Ambulatorio Popolare

«Sulla morte violenta di Jacopo Musci qualcuno ha parlato: il sindaco, il segretario regionale del PD, due esponenti della lista Emiliano. Parole misurate, doverose, senza conseguenze. Poi il nulla. Il silenzio della politica locale, il silenzio tombale
dell'associazionismo barlettano. Un vuoto che non è distrazione: è una scelta». Così il presidente dell'Ambulatorio Popolare, Cosimo Matteucci.

«È una vicenda scomoda perché non consente scorciatoie. Non c'è il capro espiatorio abituale, lo straniero. Qui c'è un uomo ucciso da un altro uomo bianco e barlettano nella sua stessa condizione. Qui c'è la povertà che esplode contro la povertà. E questo, semplicemente, non conviene raccontarlo. La gente e la politica si sono costruite una narrazione autoassolutoria: basta dare qualcosa, un pasto, un letto per la notte, e poi via all'alba, di nuovo in strada, sotto il sole o sotto la pioggia. Basta regalare i panni delle nonne defunte per sentirsi dalla parte giusta. È la carità come anestetico, come lavaggio di coscienza, come gestione ordinata della miseria. Non è soluzione, è manutenzione del problema. Intanto chi vive per strada viene ridotto a una categoria: clochard, alcolista, tossico.

Parole utili a semplificare, a prendere distanza; soprattutto, a non vedere più LA PERSONA. E su quella categoria si esercita il moralismo più facile: lezioni di vita impartite da chi non ha mai conosciuto cosa significhi essere espulsi da tutto, vivere
nella precarietà assoluta, trovare nell'alcool l'unico rifugio possibile. E' facile ma nello stesso tempo folle chiedere agli Jacopi della nostra città di essere puliti, educati, sobri, profumati, invisibili. Viveteci voi per strada, e vediamo quanto sarete gentili con chi vi considera una bestia, o, peggio, un business.

La verità è che a Barletta chi cade viene lasciato cadere. E quando prova a rialzarsi, lo fa senza strumenti, senza percorsi, senza un reale investimento pubblico e collettivo. Si parla di inclusione, ma non si finanzia. Si invoca il decoro, ma lo si pretende espellendo. Si parla di sicurezza, ma si ignora che la sicurezza si costruisce togliendo le persone dalla marginalità, non confinandole dentro. Chi ha ucciso Jacopo sarà giudicato. Ma fermarsi lì è l'alibi perfetto. Una persona lasciata sola, senza presa in carico reale, è una persona più fragile e più pericolosa. E continuare a pensare che tutto si risolva con il carcere significa intervenire quando il danno è già fatto, quando non resta più nulla da prevenire. Il silenzio della politica e dell'associazionismo che oggi avvolge questa vicenda è il riflesso di una città che non vuole mettersi in discussione. Perché farlo significherebbe ammettere che il sistema della carità e dell'assistenza, così come viene praticato, è insufficiente e in parte fallimentare. Significherebbe riconoscere che servono risorse vere per percorsi di inclusione abitativa, sociale, lavorativa. Significherebbe cambiare.

Significherebbe dover interiorizzare e non solo enunciare il più grosso tabù di questi tempi: SIAMO TUTTI E TUTTE UGUALI. Molto più semplice è tacere. Molto più semplice è continuare a gestire i "problemi" tenendoli lontani dallo sguardo, finché non esplodono. E quando esplodono, tacere, archiviare in fretta, ripulire, invocare una discrezione che tale non è, è volontà "politica" di non cambiare nulla».
  • Ambulatorio popolare
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