Silos di Barletta Ph Silvia Manginelli
Silos di Barletta Ph Silvia Manginelli
Territorio

I silos granari di Barletta come montagne, un approfondimento sul tema

In attesa dell'evento espositivo, gli architetti Cafagna e Rutigliano presentano il saggio del ricercatore Antonio Alberto Clemente

In attesa dell'evento espositivo dal titolo "Nudge: l'architettura delle scelte", gli architetti di Barletta Massimiliano Cafagna e Alessandra Rutigliano desiderano presentare il saggio dal titolo "Paesaggi inumani: i silos granari come monumenti" scritto dall'architetto Antonio Alberto Clemente, ricercatore del dipartimento di architettura (Settore Scientifico Disciplinare: Urbanistica) dell'Università degli Studi "G. D'Annunzio" di Chieti-Pescara. Un'anticipazione, questa, del lavoro che in questi mesi stanno portando avanti con l'obiettivo di approfondire il ruolo dei silos nella storia dell'architettura.

I silos granari sono parte integrante del paesaggio. Nel 1945, Erich Mendelsohn di fronte alla loro enorme mole, paragona i «silos a montagne incredibilmente consapevoli dello spazio che occupano ma generanti a loro volta spazio» . Le foto di queste gigantesche macchine per lo stoccaggio avranno una parte rilevante nel suo libro Amerika , a testimonianza dello stupore che creavano «le facciate chiuse orizzontali contro la stupenda verticalità di cinquanta o cento cilindri». L'architettura dei silos non era meno sorprendente. Le Corbusier la descrive così: «semplicemente guidati dagli etti del calcolo [...] gli ingegneri d'oggi impiegano elementi primari e, ordinandoli in base a regole, producono in noi emozioni architettoniche, e fanno in tal modo entrare in consonanza l'opera umana con l'ordine universale. Ecco dei silos e delle fabbriche americane, magni che primizie del nuovo tempo». Eppure l'emozione al cospetto delle imponenti dimensioni, della purezza formale e della monumentalità non sono le uniche caratteristiche degne di nota.

«Tutti coloro che hanno anche fuggevolmente riflettuto sull'argomento sanno che il carattere precipuo dell'architettura sta nel suo agire con un vocabolario tridimensionale che include l'uomo. […] L'architettura è come una grande scultura scavata nel cui interno l'uomo penetra e cammina». I silos granari fanno eccezione a questa regola. Sono edificati per soddisfare le esigenze dell'uomo eppure sono inabitabili, non prevedono alcuna forma di ospitalità, o anche solo di transito in cui sia coinvolto il corpo umano. Sono indispensabili al funzionamento del territorio benché nessun movimento, nessun gesto, neanche una traccia di vita attraversa (né ha mai attraversato) questi spazi. Sono capisaldi del paesaggio sebbene siano sottratti all'orizzonte degli eventi umani; nessuna forma di accoglienza è prevista al loro interno, se non per l'esigenza della manutenzione che ha l'unico scopo di mantenere integra ed e efficiente la macchina dello stoccaggio. […]

Dal punto di vista territoriale, i silos sono la parte inumana di un più vasto paesaggio infrastrutturale, ieri legato prevalentemente agli scali merci ferroviari e ai porti, oggi anche alle principali arterie di traffico stradale. Una condizione che deriva dalle necessità di favorire, quanto più possibile, il carico e lo scarico della merce. I silos devono trovare un rapporto, immediato e diretto, con le infrastrutture per garantire la massima accessibilità ai mezzi di trasporto. All'interno di tale processo di funzionamento, l'uomo agisce sempre fuori dallo spazio di stoccaggio vero e proprio e ha un ruolo marginale: dirige le manovre, dispone le operazioni di pesa, organizza i percorsi in ingresso e in uscita.
[…] Il silos può essere considerato il simbolo del fuori scala, della grande dimensione, dell'estensione in altezza. Detto altrimenti, il suo aspetto esteriore è l'antitesi della misura umana. Nel 1913, Walter Gropius lo dice esplicitamente: «la prepotente monumentalità dei silos per cereali dell'America meridionale e del Canada» regge «quasi il confronto con l'opera degli antichi Egizi nella loro sovrastante potenza monumentale. La loro singolare individualità è così inconfondibile che il significato della struttura si impone anche al semplice passante». Il silos è realmente così: un monumento che sovrasta l'uomo a beneficio esclusivo dell'accumulazione dei cereali; una grande costruzione che è la traduzione volumetrica di e efficacia ed e efficienza della macchina dello stoccaggio; un presidio verticale orfano di qualsiasi legame con il concetto di abitabilità. Tali considerazioni sui silos non vanno colte come un difetto ma come carattere precipuo della sua architettura. L'estraneità del corpo umano all'area dello stoccaggio non è una contraddizione ma il presupposto necessario per il funzionamento della macchina. La condizione nativa dei silos è, pertanto, quella di un contenitore devitalizzato che introduce una consapevolezza specifica: «non c'è paesaggio se in esso non viene avvertito qualcosa di estraneo, di lontano, di non umano e se insieme non si coglie la misteriosa prossimità di tutto ciò con la nostra essenza».

In Italia «il patrimonio culturale è costituito dai beni culturali e dai beni paesaggistici». I primi sono le cose immobili e mobili che «presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà». I beni paesaggistici sono gli «immobili e le aree [...] costituenti espressione dei valori storici, culturali, naturali, morfologici ed estetici del territorio». Dato che i silos, in molti casi, hanno sia un valore monumentale sia di testimonianza culturale, storica, sociale ed economica, potrebbero far parte del patrimonio culturale. Il condizionale non sottolinea soltanto quello che potrebbe essere e che, normalmente, non è; ma vuole porre l'accento su un aspetto paradossale. A ben vedere, la contraddizione normativa non porta solo all'impasse ma denota una scarsa attenzione nei confronti dei paesaggi inumani e delle peculiarità identitarie, storiche e architettoniche che essi esprimono. Infatti, nel caso dei silos abbandonati, non vi sarebbe nessun ostacolo a dare seguito non solo alla riqualificazione degli immobili ma anche alla «realizzazione di nuovi valori paesaggistici coerenti ed integrati». […] Nei porti italiani, ad esempio, i silos hanno avuto un duplice destino. Il primo (e più di uso) riguarda la demolizione senza neppure immaginare uno scenario alternativo. È accaduto a Genova (silos Ponte Parodi-2002), Ancona (silos ex Bunge-2012), La Spezia (silos Monfer-2014); e, probabilmente, accadrà a Cagliari con i silos del molo Rinascita. Il secondo concerne l'incapacità di agire come nel caso dei Silos Hennebique a Genova. L'ex deposito granario è stato abbandonato oltre 40 anni fa.

Quando prevalgono le ragioni di natura economica, la tutela e la valorizzazione passano in secondo piano. I progetti di riconversione dei silos lo confermano, perché traggono la loro ragion d'essere dal valore immobiliare delle aree dove furono costruiti: una volta marginali ora strategiche. In passato la vicinanza ai grandi nodi infrastrutturali era una necessità funzionale alle operazioni di stoccaggio; oggi rappresenta un vantaggio competitivo. E garantire un buon risultato dal punto di vista finanziario è un imperativo per qualsiasi impresa; purtroppo anche di fronte al patrimonio culturale. Una volta spogliati delle loro caratteristiche identitarie e in assenza di una corretta interpretazione delle condizioni di trasformabilità, i silos granari possono offrire parametri molto interessanti sotto il profilo dell'analisi costi-benefici, sia per le dimensioni, la forma e la versatilità dello spazio interno sia per le aree annesse all'esterno.

I silos granari rappresentano il primo passo verso l'identificazione dei paesaggi inumani. […] I paesaggi inumani richiedono una prospettiva diversa che sappia ampliare gli orizzonti alle ragioni della riqualificazione urbana, dell'idea di città, del progetto di territorio. È indubbio che circoscrivere le opportunità di intervento al bello condiviso consente di trovare immediate convergenze e, non di rado, anche cospicui finanziamenti. Ma non può essere l'unica strada da seguire: il territorio non è fatto solo di grandi eventi architettonici. D'altro canto, cosa diventerebbe tutta quella sconfinata estensione di suolo sul quale non vi sono opere degne di tutela? Residuo, scarto? Ciò che avanza, fatte salve le aree monumentali e i siti di importanza storica e naturale? Evidentemente è necessaria una strategia alternativa, soprattutto in considerazione del fatto che «i paesaggi oggetto dell'attenzione, della cura e degli interventi dei pubblici poteri europei […] non possono dunque essere soltanto quelli «eccezionali», ma anche quelli ordinari e addirittura quelli devastati».
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