Targa Evangelici
Targa Evangelici
La città

Eccidio degli Evangelici, il 160mo anniversario nel racconto di Michele Grimaldi

Il contributo dello storico e archivista

Riceviamo e pubblichiamo il contributo dello storico e archivista Michele Grimaldi sull'eccidio degli Evangelici del 1866.


In quegli anni, all'indomani dell'unità d'Italia, erano presenti sul territorio nazionale, comunità evangeliche numericamente rilevanti: la congregazione di Milano, fondata nel 1859 contava all'epoca della strage di Barletta all'incirca 400 fedeli. La comunità di Barletta che nel 1866 annoverava una sessantina di membri, non era quindi una novità anche perché, negli anni precedenti, erano state fondate nuove comunità in tutta la Puglia come a Bari e a Corato. Ed è in questo contesto che alcuni sacerdoti e frati predicatori cattolici, come risulta dalle carte processuali, pianificarono l'azione nei confronti degli evangelisti.
Questa piccola comunità si era formata grazie a Gaetano Giannini, fiorentino, che nel 1865 era giunto a Barletta. Il Giannini si era convertito alla chiesa battista di Firenze nel 1854 durante la persecuzione granducale ed era uno dei diaconi nel 1859.
Giunto a Barletta nel 1865 fondò una chiesa e una scuola evangelica nelle quali predicava " […] l'annuncio della salvezza in Cristo senza indulgere ad accuse contro il papato e contro il clero…" così frequenti nelle prediche protestanti dell'epoca.
Gli evangelici, nelle "predicazioni quaresimali" tenute in prossimità della Pasqua che il quel 1866 sarebbe caduta il 1° aprile, erano additati come la sicura causa di alcune sventure, carestie ed epidemie di colera, abbattutesi sulla regione e su Barletta in particolare.

La situazione era così tesa che il 19 marzo un ufficiale di pubblica sicurezza sentì alcune persone "[…] inveire contro i protestanti" decidendo di portarle in caserma per interrogarle. Fu allora che scoppiò la sollevazione popolare contro gli evangelici.
Gli atti processuali così riportano quanto accadde del disgraziato pomeriggio del 19 marzo 1866 "[…] Erano circa le ore due di giorno (le quattordici) ed un nucleo di fanatici contadini avvinazzatisi nella cantina di Fedele di Troja col grido di "morte ai protestanti" si condusse nella vicina piazza così detta del Palazzo, ove tosto a quei primi si associarono centinaia di popolani avviandosi tutti per la strada principale corso Vittorio Emmanuele, spregiando le intimazioni reiterate degli Agenti della Sicurezza Pubblica che cercavano moderarne e contenerne gli eccessi […] Quella moltitudine colà non incontrò resistenza di sorta e però a sicurtà si introdusse nella strada del Pesce ch'è di rincontro ove fra le prime case trovasi quella di Fusco Filippo, nella quale avea stanza il Ministro Evangelico Gaetano Giannini. La plebe inferocita investì quella casa, ascese nel quarto superiore e non trovando colui che facea segno al massacro, perché ebbe tempo a svignarsela, sfogò l'ira sua distruggendo quanto eravi in quella casa […] Fu ferito Filippo Fusco e sua moglie Cristina Petrucci e, barbaramente percosso, fu ucciso Giuseppe Delcuratolo il cui cadavere inoltre fu arso in parte. La massa di popolo schiamazzante prese la volta della Sotto Prefettura credendo che il protestante (Giannini n.d.r.) si fosse rifugiato colà. Gridò morte al Sotto Prefetto che inseguì lanciandogli dei sassi e lo stesso poté salvarsi dall'ira del popolo solo fuggendo su pei tetti. Ciò non è tutto perché altre nefandezze si commettevano. Ignazio Lanza, giovane quanto buono altrettanto sventurato, percosso spietatamente dapprima innanzi la Chiesa del Sepolcro, fuggì per strade meno frequentate ma raggiunto al largo del Castello ed inseguito fino alla Chiesa di S. Maria fu barbaramente massacrato colà. Ancora un giovine barbiere Francesco Peres venne percosso nella strada del Crocifisso e quindi ucciso innanzi la Chiesa S. Pasquale. La stessa sorte malauguratamente toccò in un altro sito della Città al sellaio Ruggiero D'Agostino seguace della fede evangelica, la cui casa venne pure saccheggiata…e da ultimo venne distrutta la casa di Domenico Crusciulicchio altra vittima designata del fanatismo religioso della plebe superstiziosa e feroce. Perpetrati tanti atroci malefizi la plebe ammutinata non si sciolse, continuò a percorrere le strade principali della Città, ma la truppa di linea del 56° Reggimento Fanteria della Brigata Marche, la sola che operò con energia e valor, cacciatasi in mezzo a quei fanatici cominciò a sbaragliarli, e la fermezza di quel Pretore che fece eseguire l'arresto dei due che andavano alla testa del popolo portando l'uno una croce e l'altro una bandiera nazionale, valse a disperdere diffinitivamente gli assembrati".

A quei primi due seguirono, la stessa sera del tumulto, tantissimi altri arresti e molti ancora, le autorità locali, ne effettuarono durante tutta la notte. La mattina seguente, il 20 marzo, il Giudice Istruttore si recò nella nostra città con il Procuratore del Re e con il Procuratore Generale della Corte d'Appello di Trani e dopo parecchi giorni di indagini e riscontri, formulò l'incriminazione per 232 persone delle quali 166 erano agli arresti e per gli altri 66 era stato emesso mandato di cattura.
Il processo o, come diremmo oggi, il maxi-processo di primo grado, come è facilmente intuibile visto il numero elevatissimo degli imputati, durò quasi un anno e mezzo (non poi così tanto rapportato agli attuali) e il giorno 20 dicembre del 1867 la Corte di assise di Trani composta dal Presidente Signor Teseo de Lectis e dagli assessori (oggi giudici a latere) signori Salvatore Inghingoli e Achille Borghi, visto il verdetto della giuria e "[…] visti gli articoli 21-22-75 del Codice Penale , 568-569 Proc. Pen.", condannava alla pena più pesante, diciotto anni di "[…] lavori forzati e la interdizione dai pubblici uffizi ed a quella patrimoniale durante la pena" Padre Vito Maria da Rutigliano al secolo Angelo Marzovillo, Ruggiero Postiglione, Pasquale Annini, Michele Cantore, Ignazio Papasso, Raffaele Fiorella, Francesco Musti, Luca Ricatti, Francesco Torre e Francesco Ventrella. Tutti gli altri imputati furono condannati da un minimo di un anno ad un massimo di dieci anni di reclusione.
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