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La città

Barletta e il Covid: un anno che sembra già un secolo

La convivenza con la pandemia, l'emergenza e le abitudini cambiate per sempre

"Un anno è un secolo, 365 croci, e la tua privazione mi taglia la testa". Così i Litfiba descrivevano in musica il servizio di leva nell'ormai lontano 1993. Dopo quasi trent'anni il servizio di leva non c'è più (e Dio solo sa quanto sarebbe utile e formativo per tanti giovani d'oggi). Il mondo del 1993 non c'è più. Tuttavia le parole di questo celebre brano di Piero Pelù e compagnia si adattano a meraviglia alla situazione di semireclusione con la quale siamo costretti oramai da quasi un anno a fare i conti a causa della pandemia da Coronavirus.

Dodici mesi fa di questi tempi eravamo più o meno intenti a raccontare le solite problematiche che da sempre affliggono la nostra città: instabilità politica cronica, microdelinquenza giovanile, inciviltà e maleducazione assortita di tanti barlettani, il Barletta 1922 che non riusciva - e allo stato attuale non è ancora riuscito – a schiodarsi dal deprimente scenario del campionato di Eccellenza.

Il tutto mentre a Codogno e dintorni un nuovo virus proveniente dalla Cina detto SARS Cov 2 - colpevolmente sottovalutato dalle istituzioni e da molti attuali chiusuristi à la page – iniziava a mietere vittime e a riempire le terapie intensive di tutto il nord Italia. Il degenerare della situazione nella parte settentrionale della penisola spinse, in data 7 marzo 2020, il governo centrale a dichiarare "zona rossa" tutta Italia.

Pur avendo allora una situazione tutto sommato sotto controllo, a Barletta accettammo di buon grado le restrizioni. Troppo forte era il ricordo tramandatoci dai nostri nonni della "febbre spagnola", che nel biennio 1918-1920 fece decine e decine di vittime nella nostra città. A tenere alto il morale contribuirono non poco i tanto vituperati social network, sui quali ci si dilettava in ricette, ci si improvvisava pizzaioli (indimenticabile la corsa al lievito di birra nei supermercati) e ci si sfidava in gare di palleggi con rotoli di carta igienica. Il tutto naturalmente "griffato" dal celeberrimo hashtag "#iorestoacasa".

Ovviamente non tutto era rose e fiori, e al seducente profumo di pizze e focacce facevano da contraltare le pesanti sanzioni da 400 euro per chi veniva "beccato" in giro senza una valida giustificazione e il crescente disagio di artigiani e negozianti costretti alla chiusura con debiti per fitti e utenze che crescevano, mentre i famigerati 600 euro tardavano ad arrivare.

Anche fede e devozione religiosa sono state pesantemente condizionate nei primi mesi della pandemia, e a tal proposito resterà per sempre scolpita nella nostra memoria collettiva la processione serale del Venerdì Santo con sindaco e vescovo che percorrevano quasi in solitaria le strade di una Barletta spettrale.

E come dimenticare le furiose polemiche sugli "assembramenti" durante la processione del primo maggio per l'arrivo in città dell'icona della Madonna dello Sterpeto? Assembramenti che furono persino tema di discussione nel "salotto" della D'Urso.
Quella sulla processione del primo maggio fu la prima di una lunga, lunghissima serie di polemiche sugli "irresponsabili" e sugli assembramenti che trovò il momento di maggiore parossismo nel mese di agosto, quando una famiglia barlettana risultata positiva al Covid fu letteralmente massacrata sui social perché "rea" di aver trascorso le vacanze in Sardegna, terra allora considerata alla stregua di Sodoma e Gomorra non tanto per la presenza del virus quanto per i focolai da discoteca. Il tutto nell'ambito del furioso derby scatenatosi tra "negazionisti" e "ultras del Covid", che è forse l'aspetto più degradante e degradato di questo anno di pandemia.

Il resto è storia recente, con l'arrivo della seconda ondata che stavolta ha colpito anche i nostri territori, con il punto di massima emergenza toccato negli ultimi mesi del 2020 con la zona arancione, l'ospedale da campo allestito dalla Marina Militare, le numerose vittime anche a Barletta.

Oggi , a quasi un anno di distanza dal lockdown di marzo, tra crisi di governo, ritardi sui vaccini, baristi e ristoratori letteralmente imbufaliti, scuole chiuse, insegnanti sul piede di guerra per un possibile prolungamento dell'anno scolastico, telemedici più a loro agio con la tunica da profeti di sventura che con il camice da ambulatorio, la luce in fondo al tunnel stenta ancora a palesarsi.

Ecco perché, come cantava Piero Pelù, quest'anno all'insegna del Covid ci sembra più che mai un secolo.

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