Barletta: inaugurato il festival culturale “Donne, plurale femminile”

L’esposizione, curata da Maria Lanotte nei sotterranei del Castello, ospita anche gli scatti del fotoreporter internazionale franco-iraniano Manoocher Deghati

lunedì 9 marzo 2026 12.42
A cura di Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello di Barletta ha aperto al pubblico sabato 7 marzo il festival culturale multidisciplinare "Donne, plurale femminile", un percorso artistico corale che mette al centro il corpo della donna e le molteplici narrazioni che lo attraversano. L'esposizione, curata da Maria Lanotte - presidente dell'associazione culturale FIDIA Factory - riunisce artiste e artisti con linguaggi diversi, dalla fotografia alla light art fino all'art design, in un dialogo che riflette sulle identità femminili contemporanee.

«Non una semplice esposizione di opere, ma un progetto pensato come un racconto collettivo» sottolinea la stessa Lanotte, che ha spiegato come la mostra nasca dall'idea di creare «un complesso armonico di artisti, uomini e donne, che attraverso sensibilità differenti raccontino la propria visione del corpo femminile».

Il percorso espositivo si sviluppa tra installazioni e immagini che trasformano lo spazio storico del Castello in un ambiente senza tempo in cui immergersi.

Al centro dei sotterranei trova posto OCULUCIS, opera di light art pluripremiata dell'artista Hermes Mangialardo, collocata simbolicamente tra gli scatti di Manoocher Deghati, fotoreporter internazionale di origine franco-iraniana che da oltre quarant'anni documenta conflitti e crisi umanitarie in diverse aree del mondo.

Le fotografie di Deghati rappresentano il nucleo più intenso della mostra. Attraverso il suo obiettivo il fotografo racconta oltre quarant'anni di conflitti internazionali: dalle tensioni legate al regime della guida suprema iraniana Ali Khamenei, al genocidio a Gaza, passando per Afghanistan, Iraq e Nicaragua. Le immagini restituiscono il volto umano della guerra, mostrando gli effetti e le sofferenze che i conflitti producono sulle popolazioni civili. «Da oltre quarantacinque anni cerco di denunciare le conseguenze disastrose che ogni popolo vive durante una guerra. Oggi è più importante che mai mantenere viva la lotta e la resistenza dei popoli per la propria libertà», racconta Deghati, aggiungendo che «il senso del mio lavoro è far vedere al mondo ciò che io ho visto e che gli altri non possono o non vogliono vedere, donne e uomini dimenticati nel silenzio delle loro lotte interiori».

Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella
Nei sotterranei del Castello il festival culturale “Donne, plurale femminile” © Marco Cassatella

Le altre installazioni - tra arte visiva, design e light art - riportano l'attenzione sul corpo della donna come soggetto della narrazione artistica, e non come oggetto. Le opere esposte restituiscono corpi vivi, segnati dall'esperienza e dalla memoria del proprio vissuto: corpi che raccontano cicatrici fisiche e morali, simbolo delle battaglie quotidiane affrontate dalle donne.

Il risultato è un percorso che supera la dimensione estetica per trasformarsi in un atto di presa di posizione. Nei sotterranei del Castello di Barletta, "Donne, plurale femminile" diventa uno spazio in cui l'arte si fa testimonianza e denuncia: i corpi raccontati dalle opere non sono più oggetti di contemplazione, ma soggetti vivi, portatori di memoria, di ferite e di resilienza. In un tempo attraversato da conflitti, violenze e disuguaglianze, la mostra restituisce al corpo della donna la sua dimensione umana, ricordando quanto sia ancora necessario continuare a raccontare, a denunciare e a difendere la libertà e la dignità di ogni singola donna.