Flottiglia per Gaza: «Messi in una nave-prigione, trattati come criminali solo perché portavamo cibo e medicinali»

La testimonianza a Barletta a pochi giorni rilascio delle attiviste e degli attivisti Domenico Centrone, Sara Suriano e Simona Losito

mercoledì 1 luglio 2026 10.17
A cura di Marco Cassatella
Lo scorso 29 giugno Amnesty International, l'associazione locale Etica Politica e Un Ponte Per hanno trasformato lo spazio della Chiesa di San Michele in via Cialdini, in un luogo di ascolto politico. A moderare l'incontro è stato l'attivista Luigi Antonucci, il quale ha guidato un intenso dialogo con Simona Losito, Domenico Centrone, Terry Indiveri e Sara Suriano –quest'ultima collegata in videoconferenza. Le loro parole hanno ricostruito una geografia della violenza che attraversa quotidianamente il Mediterraneo, dall'assedio di Gaza alle carceri libiche e israeliane in prima persona vissute, mostrando come la solidarietà internazionale sia oggi una forma di resistenza civile che viaggia su binari paralleli e non opposti alle lotte di disobbedienza e boicottaggio attivo.

Simona Losito, giornalista freelance e attivista della Flottiglia per Gaza, ha raccontato la scelta di mettere il proprio corpo a disposizione della causa palestinese, una decisione che si è tradotta in una detenzione brutale: «credo che sia importante mettere a disposizione della causa il proprio corpo. Essendo anche una giornalista avevo interesse a documentare la missione, a documentare la dinamica di questa organizzazione. Siamo stati messi su una nave israeliana che possiamo definire una nave-prigione, un campo di concentramento a cielo aperto. I soldati ci hanno ascoltati e poi ci hanno portati su questa nave, che è stata costruita appositamente per gli attivisti della Flottiglia. Lì siamo stati visitati, ci è stato tolto quello che avevamo addosso e ci hanno lasciati in uno spazio ristretto, al freddo. Io ho passato una notte, altri attivisti ne hanno passate due» afferma Losito, continuando il racconto della lunga odissea subita «siamo stati poi portati ad Ashdod, città israeliana vicino Gerusalemme, ammanettati mani e piedi, siamo stati trasportati in camionette e siamo stati portati in carcere. Lì sono iniziate le continue torture psicologiche nei nostri confronti. Ci sono state anche delle violenze fisiche già iniziate sulla nave: alcuni attivisti sono stati presi a pugni e a calci, inoltre i militari israeliani si divertivano ad utilizzare il teaser sui corpi bagnati».

Il messaggio lanciato dall'attivista Losito è proteso a cercare di informare quanto più possibile la popolazione italiana e di ragionare sulle immagini che ci sono state restituire grazie al lavoro costante e rischioso dei e delle attiviste per la libertà del popolo palestinese: la nave-prigione israeliana diviene così il simbolo delle violenze istituzionali perpetrate dal medesimo Stato, che non si limita solo a impedire l'ingresso a Gaza di chicchessia, ma punisce chiunque tenti di rompere l'assedio e il blocco navale -azioni illegittime e barbariche tese ad isolare la Striscia di Gaza dai rifornimenti di cibo, acqua e cure mediche.

Essere cittadine e cittadini europei non sia un limite per riconoscere l'esistenza di tutti quei numerosi popoli che ancora oggi sono sottoposti a condizioni estreme da parte degli Stati Occidentali. La mobilitazione collettiva e la presa di coscienza del ruolo che l'Italia gioca nell'assecondare in sordina e sostenere tacitamente le azioni militari israeliane devono puntare all'interruzione massiva dei rapporti con lo Stato di Israele, ormai conclamato violatore del diritto internazionale e dei diritti umani inalienabili –come la stessa Corte Penale Internazionale ha dichiarato, emanando nel 2024 un mandato d'arresto internazionale per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu con le accuse di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e l'utilizzo della fame come metodo di coercizione.

L'attivista Domenico Centrone ha invece ricostruito la vicenda del convoglio umanitario bloccato in Libia, un'iniziativa nata per portare aiuti concreti –case mobili, ambulanze, medicine– direttamente alla popolazione palestinese via terra. Il convoglio, partito dalla Mauritania, è stato fermato dalle milizie del generale Haftar: gli attivisti sono stati sequestrati per un mese, dal 24 maggio al 24 giugno, passando dalle celle di isolamento di due metri per due a un carcere di massima sicurezza. Centrone ha ricordato come ciò che hanno vissuto sia solo un assaggio delle condizioni quotidiane dei prigionieri "di pelle diversa dalla nostra" nelle carceri libiche e come la paura di non tornare sia stata più che una semplice sensazione momentanea: «il nostro obiettivo era cercare di sopperire alle mancanze dei nostri governi, che non riescono a far arrivare gli aiuti che sono doverosi nei confronti del popolo palestinese che sta soffrendo all'interno della Striscia di Gaza. Quindi noi volevamo arrivare lì direttamente, incontrarli, dare i nostri aiuti, dare il nostro sostegno; però non è stato possibile farlo, in primis perché i nostri governi ad oggi non sono stati ancora in grado di mettere fine all'intendo genocida dell'occupante israeliano. Ritrovarsi detenuti per aver trasportato medicine e cibo, senza aver fatto nulla, senza essere neanche entrati in quel territorio, dopo essere stati sequestrati, portati in un centro di smistamento migranti e poi in un carcere di massima sicurezza è stato un incubo, incubo che è soltanto un assaggio di quello che molti prigionieri di colore della pelle diverso dal nostro hanno ogni giorno all'interno delle carceri libiche».

Rompere l'assedio con ogni mezzo non violento a nostra disposizione non è dunque solo una questione politica, ma esistenziale: «nelle attuali condizioni la totalità delle persone a Gaza non avrà futuro, e perché? Perché di fronte a loro un altro popolo vuole appropriarsi delle loro terre, delle loro case, della loro vita al fine di soddisfare interessi economici e militari personalissimi e questa cosa è inaccettabile, è la morte del diritto alla vita» afferma Terry Indiveri, la quale ha lanciato una campagna di crowdfunding a sostegno di una famiglia palestinese al fine di sostentare le loro cure e i loro studi: «la solidarietà internazionale deve essere all'altezza di questa urgenza, altrimenti sono solo flatus vocis, per cui la necessità di un'azione collettiva che non si limiti alla denuncia, ma che provi a incidere materialmente sulle condizioni di vita della popolazione palestinese deve essere al centro di ogni nostra lotta» conclude la giovane attivista.

Durante l'incontro, in videoconferenza, anche l'attivista andriese Sara Suriano ha raccontato la sua esperienza nel Global Sumud Land Convoy, il convoglio internazionale nato per portare aiuti via terra alla Striscia di Gaza e bloccato in Libia dalle forze di Haftar, che hanno sequestrato i e le partecipanti per un mese, trasformando un'azione umanitaria in un caso diplomatico: «il Global Sumud Land Convoy nasce dall'idea di "sumud", la resilienza palestinese, e dalla volontà di costruire un ponte terrestre di solidarietà internazionale; ciò che è accaduto in Libia mostra quanto questa solidarietà sia percepita come una minaccia da attori regionali che operano in un contesto di repressione e instabilità».

Le testimonianze raccolte, dunque, compongono un quadro unitario delle violazioni sistematiche dello stato di diritto internazionale: la violenza israeliana non è un fatto isolato, ma un linguaggio transnazionale che attraversa confini, governi e apparati militari. Gaza, la Libia, il Mediterraneo non sono luoghi separati, ma segmenti di una stessa frontiera politica dove si decide chi può vivere, chi può muoversi, chi può testimoniare dinanzi alla storia gli orrori e gli errori dell'uomo. E in questa frontiera, l'Italia non è proprio una spettatrice innocente.

La questione palestinese è tristemente intrecciata ad un'altra storia, quella del colonialismo italiano in Libia, un passato che non è mai stato davvero elaborato e che continua a produrre conseguenze. I memorandum voluti, sostenuti e firmati dai governi italiani – a partire da quelli di centro-sinistra Gentiloni e Conte II, fino all'ultimo governo Meloni, passando per l'esperienza del Conte I e del governo Draghi– con le autorità costiere libiche, hanno consolidato un sistema di finanziamenti e cooperazione che sostiene uno Stato responsabile di violenze sistematiche, detenzioni arbitrarie e respingimenti illegali su impulso di Israele.

Rompere l'assedio, dunque, non è solo un gesto solidale verso la Palestina: è anche e soprattutto un atto di rottura con le complicità politiche internazionali che abitano le pagine più buie e occulte della storia italiana e che continuano a determinare chi ha diritto a essere salvato e chi può essere abbandonato in mare o al proprio destino senza vie di fuga.
Evento attivisti per Gaza
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