Valorizzare la valle dell'Ofanto: il progetto Ecomuseo realizzato da giovani ricercatori

Una dinamica progettuale "dal basso" che sfrutta la partecipazione sia delle istituzioni che delle persone

sabato 16 ottobre 2021
Un gruppo di giovani ricercatori (Barletta, Andria, Bisceglie) ha condotto una ricerca transdisciplinare incrociando l'indagine archeologica, quella urbanistica e quella fotografico-paesaggistica, insieme con la progettazione del paesaggio, alla ricerca di una possibile narrazione della bassa valle dell'Ofanto e delle possibili strategie di trasformazione e di riqualificazione.

Il fiume Ofanto è il più importante corso d'acqua della Puglia carsica e la natura e l'uomo hanno costantemente scritto sul suo palinsesto paesaggistico nel corso dei secoli. La bassa valle e la foce sono altamente rappresentative del paesaggio fluviale, attualmente minacciato dall'abbandono e dal degrado. Potrebbe essere considerato un interessante caso di studio di un'area fuori dai grandi flussi turistici ma con un grande potenziale in termini di valori culturali e di sviluppo locale. Seguendo l'approccio dell'Archeologia del Paesaggio e incrociando analisi multidisciplinari, l'area viene interpretata come un complesso palinsesto. L'articolo indica una strategia di valorizzazione della valle del fiume nel quadro dei più ampi programmi regionali, proponendo un Ecomuseo del territorio. Gli approfondimenti e le linee guida suggerite permettono di "risignificare" l'area, di preservare il patrimonio e di evidenziare la varietà di caratteristiche che la rendono unica nel contesto locale.

A differenza di altri siti archeologici pugliesi, meno attenzione è stata dedicata a quest'area, ricca di storia ma attualmente minacciata dall'abbandono e dal degrado. Inoltre, l'alterazione del regime naturale dei flussi, l'arretramento della costa, l'uso agricolo abusivo del letto del fiume e la costruzione di case di villeggiatura in prossimità della foce stanno rapidamente modificando le caratteristiche dell'area.
Pertanto, la bassa valle e la foce dell'Ofanto appaiono come un interessante caso di studio di un'area archeologica fuori dai grandi flussi turistici ma con un grande potenziale in termini di valori culturali e di sviluppo locale sostenibile.

Il sovrasfruttamento delle risorse idriche e la trasformazione antropica della pianura alluvionale hanno frammentato la flora naturale e la continuità morfologica del paesaggio, portando all'aumento del rischio idraulico e all'erosione della costa. Infatti, lungo l'Ofanto sono stati costruiti diversi serbatoi d'acqua e il suo ultimo tratto è stato irreggimentato da argini per favorire le attività antropiche. Inoltre, il prelievo illecito sia di acqua per scopi agricoli che di inerti dall'alveo ha progressivamente ridotto il regime idraulico e il trasporto solido del fiume, aumentando così l'erosione costiera e uno squilibrio generale della foce, il cui modesto delta cuspidato si evolve sempre più in un estuario.

Lungo le rive del fiume si conservano pochi alberi e arbusti discontinui, segnati da pioppi, salici, qualche olmo e, vicino alla foce, tamerici, carici e cannucce di palude. L'occupazione agricola della pianura alluvionale e la distruzione dei boschetti ripariali hanno contribuito a ridurre la continuità ecologica del paesaggio fluviale, spesso intensamente e illegalmente coltivato. La valle del fiume è anche minacciata dalla diffusione di edifici residenziali e industriali incoerenti con il paesaggio, come nella periferia occidentale di Canosa e alla foce del fiume (complesso La Fiumara).

Inoltre, l'inquinamento delle acque del fiume esiste a causa degli scarichi civili, industriali e agricoli, in particolare la grande quantità di fertilizzanti utilizzati per le colture che ancora non fanno uso di tecniche di agricoltura biologica. Infine, ma non meno importante, una scarsa consapevolezza della comunità locale sul valore del proprio patrimonio costituisce il rischio maggiore per il paesaggio. Infatti, la comunità ha storicamente prodotto il proprio paesaggio, la comunità lo usa, lo trasforma e lo arricchisce ed è a favore della comunità che ogni progetto di paesaggio può e deve trovare la propria ragione.

LA BASSA VALLE DELL'OFANTO: VERSO L'ECOMUSEO

La proposta dell'Ecomuseo mira a conservare la memoria per guardare al futuro, riunendo la comunità e le istituzioni in un'opera di salvaguardia e valorizzazione del patrimonio comune, ricreando relazioni tra i cittadini stessi e tra i cittadini e il territorio. Per essere effettivamente realizzabile e coerente con i programmi in corso, l'Ecomuseo risponde ai requisiti previsti dalla legge regionale.

In primo luogo, l'Ecomuseo della bassa valle dell'Ofanto si basa sul riconoscimento della specificità culturale, geografica e paesaggistica del territorio. In particolare il patrimonio locale di emergenze archeologiche e architettoniche, i sistemi infrastrutturali storici (la via Traiana e la via Litoranea, la via Francigena medievale, i tratturi), il paesaggio unico composto dagli habitat fluviali, le zone umide della costa e delle saline, l'industria del sale e l'agricoltura locale specializzata in vigneti, oliveti e arenili sul mare.

Inoltre, l'ecomuseo dovrebbe ispirarsi ai principi di sussidiarietà, sostenibilità, responsabilità e partecipazione sia delle istituzioni che delle persone, secondo una dinamica progettuale "dal basso". Se il paesaggio è una certa parte del territorio "come viene percepito dalle persone", esse sono i migliori conoscitori del territorio, quindi possono determinare attivamente le scelte progettuali di valorizzazione.

Il progetto ecomuseale intende riconnettere architettura, storia e paesaggio, in particolare quei frammenti di "paesaggio marginale", trascurati e fuori dai circuiti turistici. È quindi possibile ricreare le connessioni invisibili tra manufatti, natura, storia e comunità attraverso itinerari tematici, autonomi ma allo stesso tempo interconnessi, come strumento fondamentale di narrazione, comprensione e interpretazione di queste componenti del paesaggio.

Tra i vari tour che riguardano l'entroterra, il "percorso archeologico" è il più organico e ricco e può essere sviluppato secondo diverse tematiche. Esso collega Barletta (il porto, la cattedrale paleocristiana e medievale, l'Antiquarium) alla foce dell'Ofanto con la torre di avvistamento; poi, risalendo il fiume, il parco archeologico di Canne, la città di Canosa (musei archeologici, ipogei dauni, domus romane, templi e terme, le basiliche paleocristiane, l'Arco Onorario), il ponte romano sull'Ofanto, le città di San Ferdinando e Trinitapoli con i loro ipogei preistorici e l'area delle saline dell'antica Salapia/Salpi, fino al ponte distrutto presso la foce del fiume.

Inoltre, un "itinerario delle ville e delle masserie storiche" potrebbe includere gli esempi più importanti del territorio, suggerendo i diversi usi legati alle attività agricole e pastorali. Un "itinerario della pietra" potrebbe illustrare l'antica industria lapidea locale collegando le piccole grotte di Canosa, con le più grandi cave di Cafiero a San Ferdinando di Puglia. Inoltre, l'"itinerario ambientale-faunistico" comprende tutta la valle dell'Ofanto con la flora e la fauna tipiche delle rive dei fiumi, visibili anche attraverso gli argini, e gli ambienti salmastri delle saline. Il "percorso slow-food" collegherebbe i frantoi e le cantine di Canosa, Trinitapoli e Barletta, che da secoli contribuiscono alla ricchezza del territorio con tecniche di produzione tradizionali.

Sulla costa, l'"itinerario delle torri di guardia" potrebbe comprendere il Castello di Barletta, Torre Ofanto, Torre delle Saline e Torre Pietra. Inoltre, l'"itinerario del sale" collegherebbe Trinitapoli, vicino alle antiche saline di Salapia, Margerita di Savoia con il museo delle saline, le torri costiere di avvistamento e la teleferica per il trasporto del sale al porto di Barletta.


LA BASSA VALLE DELL'OFANTO: RETI, SPAZI E OGGETTI DI VALORIZZAZIONE

Coerentemente con questi programmi strategici su un'area così vasta e complessa, che coinvolge tempi lunghi e attori diversi, il progetto deve essere un processo di pianificazione partecipata. Ogni intenzione trasformativa deve essere inquadrata in un processo di lungo periodo, basato su accordi con le comunità di riferimento e continuamente rinnovato attraverso un dialogo costante.

Come scrive Giancarlo De Carlo, se "la partecipazione collettiva introduce [...] una pluralità di obiettivi e di azioni i cui esiti non possono essere previsti fin dall'inizio", allora "si può solo, fin dall'inizio, prefigurare una linea di tendenze e di comportamenti lungo la quale il processo di trasformazione può avviarsi". Pertanto, seguendo un approccio sperimentale il progetto può essere visto come un "processo che inizia con la rivelazione dei bisogni dell'utente", per poi passare alla "formulazione di ipotesi organizzative e formali" e infine a "una fase di gestione in cui, invece di finire, si riapre in un'alternanza ininterrotta di verifiche e rimodulazioni che retroagiscono sui bisogni e sulle ipotesi, sollecitando la loro continua riproposizione".

Si tratta di un approccio sperimentale e innovativo, paziente e non monolitico, che si basa allo stesso tempo su premesse programmatiche e sviluppi tendenziali. Un metodo che accetta di considerare il palinsesto paesaggistico non come mera tutela, ma come soggetto di una possibile trasformazione controllata e come bene della comunità locale: il patrimonio culturale, storico e paesaggistico diffuso considerato come agente attivo di valorizzazione territoriale.

È possibile trovare l'articolo completo al seguente link: https://drive.google.com/drive/folders/1tpGmm8YA33lkbAFqx0JUDh98KvISuPKL?usp=sharing o consultando la pubblicazione sulla rivista internazionale Joelho_Journal of Architectural Culture no. 11 & 12, "Archaeology, Landscape, Architecture: Crossing of Reciprocal Learnings", pp. 81-100.