«La “pazzia” di un imprenditore: chiedere che le regole valgano anche per chi amministra»

La nota di Aldo Musti

venerdì 24 luglio 2026 15.41
«Un quotidiano ha raccontato come una "pazza idea" la lunga battaglia di un imprenditore per il completamento di via dei Muratori. Ma qual è, davvero, questa pazzia? Chiedere che un'opera pubblica già progettata venga completata? Chiedere che gli indirizzi politici e le sentenze producano finalmente atti concreti? Chiedere che le regole valgano non soltanto per i cittadini, ma anche per chi amministra? Per rendere comprensibile la vicenda anche a chi la conosce poco, conviene partire da un punto preciso: il 2011». Così l'imprenditore Aldo Musti.

«In quell'anno il Consiglio comunale impartì all'Amministrazione l'indirizzo di completare i tratti non realizzati di un'opera pubblica per la quale esisteva già un progetto definitivo ed esecutivo risalente al 2004/2007. In termini semplici: non si chiedeva di inventare una nuova strada, ma di completare ciò che era stato già progettato. Eppure, appena un anno dopo, nel corso di un giudizio davanti al TAR, gli uffici tecnici comunali comunicarono che la previsione di quel tratto viario - compreso un tratto già visibile e già realizzato a servizio di insediamenti produttivi - era stata eliminata per una "scelta consapevole".

È questo il primo paradosso che anche il lettore più distratto può comprendere: nel 2011 il Consiglio comunale chiede di completare una strada pubblica; nel 2012 gli uffici dichiarano al giudice che la previsione di quella stessa strada, anche nelle parti già materialmente realizzate, era stata eliminata. Non si tratta di una questione astratta. Quel tratto era già riconoscibile sul territorio, con opere viarie e urbanizzazioni realizzate con risorse pubbliche, anche regionali e comunali, a servizio di permessi di costruire rilasciati negli anni precedenti. La domanda, allora, è inevitabile: come può una previsione risultare eliminata dopo che una parte dell'opera è stata già realizzata e dopo che il Consiglio comunale ne ha chiesto il completamento?

Il secondo passaggio conduce direttamente alle sentenze più recenti. Dopo gli indirizzi consiliari e dopo le pronunce del TAR, l'Amministrazione avrebbe potuto scegliere di completare il procedimento. Ha invece deciso di appellare il giudizio di ottemperanza. Nella relazione trasmessa all'Avvocatura, il settore competente scrive testualmente: "L'appello deve mirare a trasformare la 'colpa' dell'inerzia in un 'dovere' di correttezza procedimentale". È una frase che non richiede particolari interpretazioni: invece di superare l'inerzia attraverso gli atti necessari, si è tentato di attribuirle una diversa qualificazione processuale.

Il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta cautelare e ha condannato il Comune alle spese. A quel punto la domanda non è più se l'Amministrazione debba agire, ma perché continui a rinviare e quante altre risorse pubbliche debbano essere impegnate prima di dare esecuzione a ciò che è già stato stabilito. Nel corso degli anni la vicenda ha generato decine di procedimenti giudiziari, molti dei quali conclusi con esiti favorevoli. Il dato numerico, però, non è il cuore della questione. Il punto vero è che, per ottenere chiarezza, accesso agli atti e rispetto delle decisioni, è stato necessario ricorrere ripetutamente ai giudici. Non ho mai chiesto favori, scorciatoie o trattamenti particolari. Ho chiesto coerenza tra progetto, indirizzi politici, atti amministrativi e sentenze. Ho chiesto che ogni scelta sia motivata, documentata e riconducibile a un interesse pubblico. Se questa è pazzia, allora è la pazzia di chi continua a credere che la buona amministrazione non debba essere un'eccezione, ma la regola».