E così, anche la Bat sparirà?

Previsto un dimezzamento delle province nel piano di riserva del governo Monti. La Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi sul ricorso delle province contro il decreto “Salva Italia”

martedì 26 giugno 2012
A cura di Edoardo Centonze
Le province italiane: una soap-opera infinita. Anni di annunci gli ultimi trascorsi, tra aperture, pressioni, illusioni e scambi politici. E così, anche con il nuovo governo guidato da Mario Monti, insediatosi a Novembre scorso a Palazzo Chigi, forse in continuità con l'umiliante refrain, di quei mesi e di oggi, "Ce lo chiede l'Europa" (che poi non dovrebbe essere altro che l'altra faccia di un ipotetico "Ce lo siamo mai chiesti?"), abbiamo assistito a nuove iniziative sulla questione, inserite nel cosiddetto decreto "Salva Italia". Un vastissimo provvedimento, che tra molteplici ambiti di intervento, aveva previsto per le province un sostanziale svuotamento delle loro amministrazioni: il trasferimento delle principali funzioni a regioni e comuni; l'abolizione delle giunte; la riduzione dei consigli ad un massimo di dieci membri; l'eliminazione dell'elezione diretta del presidente e dei consiglieri, con la previsione di un sistema di nomina (pardon, volevo dire elezione indiretta) ad opera dei sindaci e dei consiglieri comunali del territorio provinciale. Le modalità di elezione sono forse il punto più controverso: la questione è stata rimandata ad una legge dello Stato da varare entro la fine del 2012. E così il 6 Aprile il consiglio dei ministri ha presentato un Ddl che prevede "modello elettorale provinciale di tipo proporzionale, fra liste concorrenti, senza la previsione di soglie di sbarramento e di premi di maggioranza", modalità con cui il ministro degli Interni Cancellieri ha scongiurato l'eventualità di eccessiva semplificazione del quadro politico, che avrebbe visto l'esclusione delle numerose minoranze presenti sul territorio. E' arrivato poi il momento della "Spending Review": il rapporto iniziale, illustrato dal ministro Giarda, ha elencato le principali anomalie della spesa pubblica italiana, una delle quali "è nel rapporto centro-periferia, per cui gli enti locali esercitano le stesse funzioni, a prescindere dalle dimensioni e caratteristiche territoriali. Questo porta a una lievitazione dei costi negli enti con un numero inferiore di abitanti".

Intanto proprio nei confronti del decreto "Salva Italia", riguardo i punti come quelli sul trasferimento delle funzioni, le province, riunite nell'Upi, avevano presentato ricorso davanti alla Corte Costituzionale. Ricorso che sarà esaminato dalla Consulta il prossimo 6 Novembre. In attesa di questo esito delicato, che potrebbe mettere a repentaglio il piano di riforma delle province pensato dal governo, ha preso piede un piano di riserva, come ha rivelato sabato scorso Sergio Rizzo sul "Corriere della Sera": un decreto legge del ministro per la Funzione Pubblica Filippo Patroni Griffi. Un piano finalizzato al sostanziale dimezzamento delle province, che a tal fine tiene conto di tre fattori determinanti per la sopravvivenza o meno dell'ente provinciale: una popolazione superiore a 350.000 abitanti; un'estensione territoriale superiore a 3.000 km²; un numero dei comuni superiore a 50. Continuerebbero perciò ad esistere solo le province che siano in grado di soddisfare almeno due di questi tre requisiti. Le altre sparirebbero, o meglio andrebbero verso un accorpamento. Un piano dovrebbe mantenere alcuni punti del "Salva Italia", come l'abolizione delle giunte e delle cariche elettive, ma che manterrebbe per le province la gestione di strade, ambiente e aree vaste, per mettere il provvedimento al riparo da ulteriori ricorsi alla Corte Costituzionale. Qualcosa di intuibile, da parole presenti sul sito del governo nella sezione "Spending Review", come le seguenti: "In Parlamento sta maturando un orientamento largamente condiviso volto a concentrare nelle province poche funzioni operative di area vasta (governo del territorio, trasporti, mobilità) unitariamente a una drastica riduzione delle attuali province". Inoltre potrebbe essere previsto "il divieto alla costituzione di nuovi enti o società per funzioni che può svolgere direttamente l'amministrazione", come scrive Rizzo sul Corriere. Dalle attuali 107 province (sono escluse la Valle d'Aosta e le province autonome di Trento e Bolzano) si scenderebbe a 54, considerato il salvataggio di Ancona, Campobasso, Venezia e Trieste, che sono anche capoluoghi di regione. In questo conteggio sono poi da considerare gli accorpamenti che si verrebbero a creare, oltre che alla sempre annunciata futura nascita delle città metropolitane a Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia. Esaustiva a riguardo la mappa pubblicata dal "Corriere della Sera", che vi riproponiamo.

"Ed ecco dunque Barletta-Andria-Trani, la mitica Bat. Dieci comuni in tutto, tre dei quali capoluoghi di Provincia. Gli altri sette, perché no?": così ieri, sempre Sergio Rizzo sul "Corriere della Sera". Citazione che ci introduce alla fatidica domanda: per la nostra provincia di Barletta-Andria-Trani cosa prevede il piano del governo? La soppressione. Ebbene si. Con una popolazione di 391.127 abitanti, un'estensione territoriale di 1.539 km² e 10 comuni, la Bat soddisfa solo un requisito su tre: il numero di abitanti. In Puglia, stessa situazione per le province di Brindisi e Taranto. Cosa succederà? Un ritorno alle vecchie madrepatria barese e foggiana? Un destino diverso, se mai si arriverà alla nascita dell'area metropolitana di Bari? E in Puglia? E in tutt'Italia? Ma soprattutto, si andrà davvero fino in fondo con questo decreto legge, in caso di esito negativo della consulta, o tutto finirà nuovamente per arenarsi nelle paludi dei campanilismi, degli interessi politici, dei ripensamenti e degli immobilismi "made in Italy"?
Come cambierebbe l'ItaliaProspetto del Corriere della Sera