Barletta, dopo l’inaugurazione del polo museale un doppio Amarcord

Nino Vinella ricorda la visita di Franco Zeffirelli

venerdì 7 maggio 2010
A cura di Ida Vinella
A pochi giorni dall'inaugurazione del polo museale, che restituisce alla città di Barletta un luogo di immersione nell'arte e nella pittura, il presidente del Comitato Italiano Pro Canne della Battaglia, Nino Vinella, ricorda con emozione il lontano 1985, quando la nostra Barletta fu indimenticabile set del film "Otello" e il suo regista Franco Zeffirelli, già allora stimatissimo cineasta e eccellente maestro della settima arte, si intrattenne per una visita nella nostra città.

Ecco l'intervento di Nino Vinella:


Sembra quasi una filastrocca, da intonare in un lieto girotondo di bimbi ad occhi sbarrati sul tesoro (d'arte, di storia e di cultura) di Barletta: ma che bel castello, marcondirodirondello...

Dopo l'inaugurazione del Polo museale al Castello chiamato oggi "aragonese", e dopo aver visto proiettato sulle pareti del maniero un documentario che sembrava appunto più un dotto cartoon, ricavato dalle miniature dei codici su pergamena dai Normanni agli Aragonesi sulla grande storia di Barletta, scrivo un doppio amarcord: di quell'altro museo che non c'è più in corso Cavour e del nostro Castello (che all'epoca si chiamava ancora svevo) dove poteva capitare di fare anche il grande cinema.

Protagonista e testimone insieme di questo piccolo viaggio nel tempo un grande personaggio della cultura italiana: Franco Zeffirelli. Vi racconto come…

Correva l'ottobre 1985 quando il Castello di Barletta divenne il set d'eccezione per le riprese nei suoi sotterranei di "Otello", il film in costume basato sull'opera di Giuseppe Verdi, diretto da Franco Zeffirelli con un cast straordinario. Due nomi su tutti gli altri: Placido Domingo nei panni del moro di Venezia, e Katia Ricciarelli ad impersonare la sfortunata Desdemona.

Dopo averlo prescelto per le sue reminiscenze da studente d'architettura, Franco Zeffirelli (che non lesinò critiche al restauro per l'impiego dei materiali, secondo lui uno scandalo) fu dunque ospite del Castello e di Barletta per un mesetto buono, dividendosi fra le segrete della "fortezza bianca" (lui la chiamava così) ed alcune… evasioni nel territorio, quelle puntatine da turista importante per le vie cittadine con la fedele cagnetta.

Come quando lo accompagnammo, io da corrispondente della Gazzetta e l'amico Pietro Doronzo come presidente dell'Archeoclub, a Palazzo San Domenico, in corso Cavour, allora sede del Museo civico e della Pinacoteca De Nittis.

Il regista fiorentino ce lo aveva richiesto più volte, specie per i suoi ricordi dell'arte impressionista, ed alla fine, in una tiepida mattina di quell'ottobre di venticinque anni fa, lo scortammo noi due dall'albergo dove risiedeva con la troupe fino al Museo, percorrendo a passo lento le stradine del centro storico.

Primo incontro all'ingresso di Palazzo San Domenico con il busto di Federico II di Svevia, che allora dava il primo benvenuto ai visitatori. Poi i grandi vasi della collezione greca, e su su fino al primo ed al secondo piano del grande palazzo, dove Zeffirelli esaminò attentamente tutta la collezione di Ferdinando Cafiero, quel signore barlettano di metà ottocento che aveva abitato a Firenze e che da Firenze aveva donato alla città un intero appartamento, oggi esposto con altri reperti di quel buon tempo antico nella galleria del Polo museale.

Ma Franco Zeffirelli voleva incontrare proprio lui, Peppino De Nittis: lo aveva sospinto nella galleria dietro le grandi vetrate oggi scomparse tutto intorno al cortile del fabbricato di corso Cavour (dove oggi ha sede la Con-Sud) il ricordo giovanile di un piccolo quadretto dipinto dall'impressionista barlettano, che aveva visto e rivisto tante volte nella casa di suo nonno, sempre a Firenze.

Colpirono me e Pietro soprattutto i silenzi, quei religiosi silenzi del regista davanti ai quadri di De Nittis, che di certo gli evocavano i suoi allestimenti di più maestosi spettacoli alla Scala o le suggestioni elegantissime di altri film come "Traviata".

Furono quei silenzi a dare la giusta misura dell'immenso affetto che Zeffirelli provava per l'arte denittisiana, che gli era davvero molto familiare, come pure il sommo rispetto che il regista portava verso le collezioni visitate in quel museo che ormai non c'è più, dove (come ho sentito dire) si accumulava la nostra cultura in attesa di tempi migliori...
Zeffirelli visita la citt di Barletta
Zeffirelli visita la citt di Barletta
Zeffirelli visita la citt di Barletta
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