“Jacques De Nittis. Lettera al padre”
“Giuseppe De Nittis. Romanzo Epistolare”, di Giuseppe Lagrasta
domenica 12 aprile 2026
Parigi, senza data
Con "Jacques De Nittis. Lettera al padre", il "Romanzo Epistolare" di Giuseppe Lagrasta si arricchisce di un altro capitolo dedicato al grande pittore barlettano. Con questa lettera, Jacques tenta di comunicare con il padre e di avvicinarsi a lui, quasi in punta di piedi, confessando, che a causa della sua giovane età, forse, c'erano state delle incomprensioni, e che ora con il passare del tempo, e con l'aiuto dell'esplorazione autobiografica, tentava di rielaborare e di interiorizzare, alcuni eventi significativi che avevano caratterizzato la sua infanzia. La lettera immaginaria inviata al padre da Jacques, pone in rilievo diversificati motivi e problemi che Léontine e suo figlio attraversarono, dopo la scomparsa del pittore. Scrive Jacques: "Caro papà, gli altri, sempre più si ostinarono, a chiedere a me e a mia madre, perché non avessi scelto di fare il pittore come te. E fu allora che mamma Léontine, decise di pensare a Barletta per un destino definitivo, per te e per noi! Tornare alle radici della tua terra!"
Caro papà, ti ho perduto che ero troppo piccolo per reggere il dolore della tua scomparsa. Ma anche per capire che mi sarei ritrovato da solo, senza di te. Ti spedisco questa lettera celeste e che ti raggiunga nei cieli ove ti trovi perché la tristezza che sento per la tua mancanza, mi ferisce. E non saprei a quale colore del tuo cielo rivolgermi per far sì che il mio messaggio ti giunga, ma sono convinto che tu viva in un luogo perennemente a contatto con noi, e in una perenne primavera, tra i profumi dell'amore mentre la tua tavolozza magica si specchia nei tuoi occhi. Ero appena un ragazzo quando mi smarrii in un dolore indicibile che non mi dava tregua. Mia madre, fu lei ad aiutarmi. E il mio dolore cupo si trasformò in assoluto silenzio. Caro papà, ho voluto tanto bene a te e tanto bene alla mamma, ma non sono riuscito a perdonare quel destino maledetto che ti ha portato via così presto dalla mia vita. Un destino che possedeva le stesse sembianze di un fantasma che appariva, di notte, nella mia stanza, vestito tutto di grigio, con la maschera grigia, che mi accarezzava e mi diceva di non piangere, di non aver paura, di non temere la sua presenza, e di avere fiducia in lui. E non era possibile credergli, perché ero convinto che fosse lui il ladro della nostra felicità, quello che ti aveva portato via, era stato lui, il fantasma grigio, che mi aveva procurato delle profonde ferite negli occhi e nella voce, nella mente e nelle mani, nel cuore e sulle mie labbra. E sì, caro papà, la tua perdita improvvisa ci ha lacerati. Io e la mamma ci siamo ritrovati in una situazione dolorosa, cupa e disperata, che mi ha disorientato. Ma la mamma si è accorta della mia disperazione e ha tentato di aiutarmi, di trovare altre occasioni per distrarmi. Ma in quel momento, papà, non era possibile accettare nulla che mi portasse via dai miei pensieri per te.
Per giorni e giorni fui attraversato da una flebile luce d'amore, ma era flebile amore per combattere il destino maledetto che ci aveva ingannati, sedotti e annientati. Solo per la mamma, il mio amore era grande grande e soltanto quando mi allontanavo da lei, sentivo dentro di me uno strazio che non sapevo gestire. Ricordo qualche anno dopo che non c'eri più, che la mamma si era ammalata e che alcuni medici erano stati a casa e che il signor Alexandre Dumas mi aveva fatto compagnia in quei giorni tristi. Ma il pensiero che la mamma potesse morire da un momento all'altro, non mi lasciava requie. E io? E io? Mi chiedevo, perché? Caro papà, non c'erano risposte. E mi persi nel mare delle ombre e dei fantasmi e il mio silenzio si fece più oscuro: non parole, nulla, non emozioni, nulla, non giochi, nulla, non affetti, nulla, ripudiavo me stesso e la mia voglia di vivere. E questo non faceva altro che impensierire ma anche angustiare la mamma che non sapeva più che cosa fare. E di colpo, la nostra casa, fu vuota, e ricordo, allora, il vuoto perenne che abitava le stanze e quelle tele incompiute che facevano da schermo al sole che a tutti i costi, come ogni mattino, veniva a trovarti. Papà, tu non c'eri ma io ero lì, a guardare quella beata luce che mi confondeva, mi ammaliava, mi addolorava, mi addolciva, e testimoniava la tua assenza.
Ma è stato monsieur Alexandre Dumas, ad aiutarmi nei momenti più sofferti e tragici. Ma per i figli l'amore del padre non può essere sostituito come pure quello della madre. Sentivo, un vuoto, una mancanza, un certo disagio di vivere che mi impediva di assaporare appieno le giornate e così, per me la vita quotidiana si presentava come uno specchio magico che, nel momento in cui lo guardavo, invece di esprimere immagini terse e trasparenti, rinviava immagini distorte, che riportavano a derive senza significato. E lo specchio per me, che era stato amico di sembianze e di giochi divertenti, si era trasformato in un primario nemico, che in quei giorni, mi disancorava al silenzio, costringendomi a guardare e riguardare i tuoi quadri; ricordo che quando eri in vita, sì, io osservavo le tue opere, ma ero troppo piccolo per attraversarle con la mia mente, ma adesso, a distanza di anni, li osservo con tenerezza, con furore maturo e adesso cerco le tue radici per dare significato a quei giorni passati insieme nell'atelier, e finalmente, ritrovare una luce nuova, per sopravvivere. Sempre un'ombra, però, mi ha tormentato, l'ostinata presenza del Minotauro, misteriosa ed enigmatica figura dal comportamento autoritario, infedele, e capriccioso che anche tu avesti, come compagno di strada.
E come Pierrot, non ho mai smesso di giocare con le ombre, sfidando il dedalo del labirinto, e riuscendo ad allontanarlo, ho ritrovato l'affetto dei miei compagni. Ma le ombre, passeggiavano e ritornavano nel labirinto con la loro magia colorata, animando le tue tele, di luce seconda, luce sacra. E se la fonte delle ombre, riesco almeno a sognarla, la fonte della tua luce, papà, non sono mai riuscito né a sognarla, né a descriverla ma soltanto a pensarla. Ma spesso, devo dirti, l'ho incontrata mentre zigzagava, sorniona, sulla tua tavolozza, ammiccando e seducendomi. Tu sai papà, che a me piaceva tanto leggere poesie e romanzi, emozioni che mi davano luce interiore. E di quella luce che mi donasti ho fatto testimonianza, ricordando che la libertà di sognare e la libertà di vivere, sono delle libertà che dovranno sempre coniugarsi con la libertà dell'amore perché io di te e della mamma, ho respiro e sangue, occhi e braccia, sentimenti e cuore, levità e dolcezza. Quei mondi d'invenzione e quelle ombre enigmatiche del Minotauro, mi spronavano a viaggiare con la fantasia e così, invece di fare il pittore come te, decisi che un giorno avrei fatto il drammaturgo. E quando qualcuno chiedeva perché non avessi seguito le tue orme, io, stranito, non trovavo le parole per spiegare quali difficoltà ho dovuto affrontare e superare per rielaborare il viaggio d'ombre che avevo intrapreso dopo la tua scomparsa.
E' stato necessario un movimento essenziale e rammemorare la gioia che provai quando mi ritrovai raffigurato nel tuo Pierrot; e fu allora che decisi di osservare l'orizzonte, vivere alla giornata e far trascorrere il tempo del tempo, cominciando, così, a ritrovare, pian piano, nuove energie. Papà, non è stato facile sopravvivere al terremoto causato dalla tua scomparsa, non è stato facile accompagnare, me stesso e la mamma, in un percorso di difesa organizzato contro la memoria, la nostalgia, la malinconia e il senso di mancanza disperata che mi percuoteva il cuore. E non sono riuscito che in parte. Caro papà, sentirsi provvisori ti lascia dentro, strascichi di incompiutezza, di inadeguatezza che non perdonano, in una società immediata, razionale e contrastiva. E così, con il destino provvisorio che mi ha accompagnato mi sono dedicato al teatro, senza far tanto rumore, ma soltanto scrivendo. Caro papà, gli altri, sempre più si ostinarono, a chiedere a me e a mia madre, perché non avessi scelto di fare il pittore come te. E fu allora che mamma Léontine, decise di pensare a Barletta come a un destino definitivo, per te e per noi! Tornare alle radici della tua terra!
L'amore tuo, per sempre con te, Jacques.
Riproduzione Riservata. "Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare", Giuseppe Lagrasta, Copyright, 2026.
Con "Jacques De Nittis. Lettera al padre", il "Romanzo Epistolare" di Giuseppe Lagrasta si arricchisce di un altro capitolo dedicato al grande pittore barlettano. Con questa lettera, Jacques tenta di comunicare con il padre e di avvicinarsi a lui, quasi in punta di piedi, confessando, che a causa della sua giovane età, forse, c'erano state delle incomprensioni, e che ora con il passare del tempo, e con l'aiuto dell'esplorazione autobiografica, tentava di rielaborare e di interiorizzare, alcuni eventi significativi che avevano caratterizzato la sua infanzia. La lettera immaginaria inviata al padre da Jacques, pone in rilievo diversificati motivi e problemi che Léontine e suo figlio attraversarono, dopo la scomparsa del pittore. Scrive Jacques: "Caro papà, gli altri, sempre più si ostinarono, a chiedere a me e a mia madre, perché non avessi scelto di fare il pittore come te. E fu allora che mamma Léontine, decise di pensare a Barletta per un destino definitivo, per te e per noi! Tornare alle radici della tua terra!"
Caro papà, ti ho perduto che ero troppo piccolo per reggere il dolore della tua scomparsa. Ma anche per capire che mi sarei ritrovato da solo, senza di te. Ti spedisco questa lettera celeste e che ti raggiunga nei cieli ove ti trovi perché la tristezza che sento per la tua mancanza, mi ferisce. E non saprei a quale colore del tuo cielo rivolgermi per far sì che il mio messaggio ti giunga, ma sono convinto che tu viva in un luogo perennemente a contatto con noi, e in una perenne primavera, tra i profumi dell'amore mentre la tua tavolozza magica si specchia nei tuoi occhi. Ero appena un ragazzo quando mi smarrii in un dolore indicibile che non mi dava tregua. Mia madre, fu lei ad aiutarmi. E il mio dolore cupo si trasformò in assoluto silenzio. Caro papà, ho voluto tanto bene a te e tanto bene alla mamma, ma non sono riuscito a perdonare quel destino maledetto che ti ha portato via così presto dalla mia vita. Un destino che possedeva le stesse sembianze di un fantasma che appariva, di notte, nella mia stanza, vestito tutto di grigio, con la maschera grigia, che mi accarezzava e mi diceva di non piangere, di non aver paura, di non temere la sua presenza, e di avere fiducia in lui. E non era possibile credergli, perché ero convinto che fosse lui il ladro della nostra felicità, quello che ti aveva portato via, era stato lui, il fantasma grigio, che mi aveva procurato delle profonde ferite negli occhi e nella voce, nella mente e nelle mani, nel cuore e sulle mie labbra. E sì, caro papà, la tua perdita improvvisa ci ha lacerati. Io e la mamma ci siamo ritrovati in una situazione dolorosa, cupa e disperata, che mi ha disorientato. Ma la mamma si è accorta della mia disperazione e ha tentato di aiutarmi, di trovare altre occasioni per distrarmi. Ma in quel momento, papà, non era possibile accettare nulla che mi portasse via dai miei pensieri per te.
Per giorni e giorni fui attraversato da una flebile luce d'amore, ma era flebile amore per combattere il destino maledetto che ci aveva ingannati, sedotti e annientati. Solo per la mamma, il mio amore era grande grande e soltanto quando mi allontanavo da lei, sentivo dentro di me uno strazio che non sapevo gestire. Ricordo qualche anno dopo che non c'eri più, che la mamma si era ammalata e che alcuni medici erano stati a casa e che il signor Alexandre Dumas mi aveva fatto compagnia in quei giorni tristi. Ma il pensiero che la mamma potesse morire da un momento all'altro, non mi lasciava requie. E io? E io? Mi chiedevo, perché? Caro papà, non c'erano risposte. E mi persi nel mare delle ombre e dei fantasmi e il mio silenzio si fece più oscuro: non parole, nulla, non emozioni, nulla, non giochi, nulla, non affetti, nulla, ripudiavo me stesso e la mia voglia di vivere. E questo non faceva altro che impensierire ma anche angustiare la mamma che non sapeva più che cosa fare. E di colpo, la nostra casa, fu vuota, e ricordo, allora, il vuoto perenne che abitava le stanze e quelle tele incompiute che facevano da schermo al sole che a tutti i costi, come ogni mattino, veniva a trovarti. Papà, tu non c'eri ma io ero lì, a guardare quella beata luce che mi confondeva, mi ammaliava, mi addolorava, mi addolciva, e testimoniava la tua assenza.
Ma è stato monsieur Alexandre Dumas, ad aiutarmi nei momenti più sofferti e tragici. Ma per i figli l'amore del padre non può essere sostituito come pure quello della madre. Sentivo, un vuoto, una mancanza, un certo disagio di vivere che mi impediva di assaporare appieno le giornate e così, per me la vita quotidiana si presentava come uno specchio magico che, nel momento in cui lo guardavo, invece di esprimere immagini terse e trasparenti, rinviava immagini distorte, che riportavano a derive senza significato. E lo specchio per me, che era stato amico di sembianze e di giochi divertenti, si era trasformato in un primario nemico, che in quei giorni, mi disancorava al silenzio, costringendomi a guardare e riguardare i tuoi quadri; ricordo che quando eri in vita, sì, io osservavo le tue opere, ma ero troppo piccolo per attraversarle con la mia mente, ma adesso, a distanza di anni, li osservo con tenerezza, con furore maturo e adesso cerco le tue radici per dare significato a quei giorni passati insieme nell'atelier, e finalmente, ritrovare una luce nuova, per sopravvivere. Sempre un'ombra, però, mi ha tormentato, l'ostinata presenza del Minotauro, misteriosa ed enigmatica figura dal comportamento autoritario, infedele, e capriccioso che anche tu avesti, come compagno di strada.
E come Pierrot, non ho mai smesso di giocare con le ombre, sfidando il dedalo del labirinto, e riuscendo ad allontanarlo, ho ritrovato l'affetto dei miei compagni. Ma le ombre, passeggiavano e ritornavano nel labirinto con la loro magia colorata, animando le tue tele, di luce seconda, luce sacra. E se la fonte delle ombre, riesco almeno a sognarla, la fonte della tua luce, papà, non sono mai riuscito né a sognarla, né a descriverla ma soltanto a pensarla. Ma spesso, devo dirti, l'ho incontrata mentre zigzagava, sorniona, sulla tua tavolozza, ammiccando e seducendomi. Tu sai papà, che a me piaceva tanto leggere poesie e romanzi, emozioni che mi davano luce interiore. E di quella luce che mi donasti ho fatto testimonianza, ricordando che la libertà di sognare e la libertà di vivere, sono delle libertà che dovranno sempre coniugarsi con la libertà dell'amore perché io di te e della mamma, ho respiro e sangue, occhi e braccia, sentimenti e cuore, levità e dolcezza. Quei mondi d'invenzione e quelle ombre enigmatiche del Minotauro, mi spronavano a viaggiare con la fantasia e così, invece di fare il pittore come te, decisi che un giorno avrei fatto il drammaturgo. E quando qualcuno chiedeva perché non avessi seguito le tue orme, io, stranito, non trovavo le parole per spiegare quali difficoltà ho dovuto affrontare e superare per rielaborare il viaggio d'ombre che avevo intrapreso dopo la tua scomparsa.
E' stato necessario un movimento essenziale e rammemorare la gioia che provai quando mi ritrovai raffigurato nel tuo Pierrot; e fu allora che decisi di osservare l'orizzonte, vivere alla giornata e far trascorrere il tempo del tempo, cominciando, così, a ritrovare, pian piano, nuove energie. Papà, non è stato facile sopravvivere al terremoto causato dalla tua scomparsa, non è stato facile accompagnare, me stesso e la mamma, in un percorso di difesa organizzato contro la memoria, la nostalgia, la malinconia e il senso di mancanza disperata che mi percuoteva il cuore. E non sono riuscito che in parte. Caro papà, sentirsi provvisori ti lascia dentro, strascichi di incompiutezza, di inadeguatezza che non perdonano, in una società immediata, razionale e contrastiva. E così, con il destino provvisorio che mi ha accompagnato mi sono dedicato al teatro, senza far tanto rumore, ma soltanto scrivendo. Caro papà, gli altri, sempre più si ostinarono, a chiedere a me e a mia madre, perché non avessi scelto di fare il pittore come te. E fu allora che mamma Léontine, decise di pensare a Barletta come a un destino definitivo, per te e per noi! Tornare alle radici della tua terra!
L'amore tuo, per sempre con te, Jacques.
Riproduzione Riservata. "Giuseppe De Nittis. Romanzo epistolare", Giuseppe Lagrasta, Copyright, 2026.