Giorno del Ricordo 2026, una riflessione di Michele Grimaldi

La nota dello storico e archivista

martedì 10 febbraio 2026
Riceviamo e pubblichiamo una riflessione dello storico e archivista Michele Grimaldi sul Giorno del Ricordo 2026.

Da qualche anno cerco di non far cadere nell'oblio un'immane tragedia quale fu quella delle foibe che non solo viene ignorata dalle generazioni più datate, ma è del tutto sconosciuta ai giovani di oggi i quali, oltre ad ignorare le figure basilari della Storia locale, "rifiutano" perché non guidati ed informati, tutto quello che va oltre i libri di storia canonici.

Infatti quale professore ha mai spiegato loro che, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il pieno controllo del territorio dalmata-istriano fu assunto dalle formazioni partigiane slovene e croate legate al Movimento di liberazione jugoslavo, che proclamarono l'annessione dell'Istria alla Jugoslavia e parallelamente, procederono all'eliminazione fisica dei "nemici del popolo", categoria generica e simbolica nella quale furono fatti rientrare gli oppositori di un progetto politico che aveva come fine la jugoslavizzazione dell'area giuliana. Un progetto che, ancora in fase embrionale nell'autunno del 1943, esploderà due anni dopo, nel maggio del '45.

La scelta del 10 febbraio non è casuale. Infatti, questa ricorrenza nazionale si celebra ogni anno nello stesso giorno in cui, nel 1947, furono firmati a Parigi i trattati di pace in base ai quali l'Italia cedeva Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia, provocando l'esodo delle popolazioni istriane, fiumane e dalmate dalle loro terre.

I principali campi dell'Italia meridionale che accolsero gli esuli si trovavano in Puglia, e lì giungevano spesso attraverso una seconda via clandestina che consisteva nell'attraversare l'Adriatico partendo dalla Jugoslavia con piccole imbarcazioni e che fu sfruttata soprattutto dopo il novembre 1945, quando l'inverno troppo freddo rese inaccessibili i valichi alpini. Nelle vicinanze di Bari erano attivi i campi di Barletta, Trani, Palese ed uno nella stessa città di Bari.
Si possono identificare due momenti principali: una prima fase, fino al 1950, in cui è prevalente la presenza di profughi, provenienti da diversi Paesi europei, soprattutto Polonia ed ex Jugoslavia. La gran parte di questi profughi era ebrea. Alla data del 31 marzo 1948, gli Ebrei presenti nei campi profughi italiani erano 19.084: di questi ben 1.968 si trovavano a Barletta.
Una seconda fase, fra il 1951 e il 1954, in cui è prevalente la presenza di profughi di lingua italiana, provenienti dall'Etiopia, dalla Grecia, dalla Turchia, dall'Istria. La gran parte di questi profughi erano Giuliano - Dalmati.
La prima fase è legata ad un sito ben preciso: il DP camp n. 3 bl, ovvero la Caserma "R. Stella" sita in via Andria. La seconda fase è legata al Centro Raccolta Profughi sito in via Manfredi, dove si trovavano le Caserme "Stennio", ancora esistente e "Fieramosca" abbattuta agli inizi degli anni '60.

Appare chiaro a tutti che una ricorrenza, come questa, fortemente voluta dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e codificata dalla legge dello Stato n. 92 del 30 marzo 2004 con il chiaro intento di ricordare, stigmatizzare, creare un monito, un segnale, può essere "celebrata", secondo me, nel modo migliore se c'è il coinvolgimento delle istituzioni che hanno il compito primario di formare donne e uomini non solo alla cultura dell'effimero, alla cultura della gestione del contingente, del quotidiano, ma debbono fare del ricordo, della memoria, della storia, un bagaglio da portarsi dietro perché un fatto è certo: alcune pagine buie della storia dell'umanità sono meno "importanti" di altre.
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione del Giorno del Ricordo, ha espresso concetti inequivocabili: "Le foibe furono un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente. Non si trattò, come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato ad insinuare, di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni".

Ovviamente tutto questo fa parte ormai della storia, quella che gli Esuli, come popolo e non come fazione politica, hanno conosciuto e sulla quale non hanno bisogno di lezioni, perché l'hanno vissuta sulla propria pelle a differenza di chi ne parla, ex cathedra, in modo palesemente e sgraditamente di parte. La storia non è pressappochismo né di sinistra e tanto meno di destra bensì, nel caso della tragedia istriana, riguarda esclusivamente le sofferenze subite dalle sventurate popolazioni italiane.