Contributo ABA 2025, escluse 178 famiglie. Tupputi e Corvasce: «Il diritto alla cura non può diventare una roulette»
Nella BAT un numero considerevole di famiglie resta fuori dal contributo regionale
giovedì 13 agosto 2026
11.03
Non è più un episodio isolato né una criticità circoscritta a una singola annualità. Per il secondo anno consecutivo, nella provincia BAT, un numero considerevole di famiglie resta fuori dal contributo regionale destinato alle terapie ABA: dopo le circa 300 famiglie rimaste senza finanziamento nel 2024, nel 2025 sarebbero altre 178 quelle escluse.
Una situazione sulla quale il consigliere comunale di Barletta Vito Tupputi e la giornalista Patrizia Corvasce, madre di un ragazzo autistico, chiedono non soltanto chiarimenti immediati, ma una revisione complessiva di un sistema che, per due annualità consecutive, non è riuscito a garantire risorse sufficienti a tutte le famiglie in possesso dei requisiti.
«Quando per due anni consecutivi centinaia di famiglie restano senza contributo – afferma Tupputi – non possiamo più limitarci a parlare di una contingente insufficienza delle risorse. Occorre interrogarsi sulla tenuta dell'intero meccanismo. Chiediamo alla Regione Puglia e alla ASL BAT di spiegare come sia possibile che famiglie che affrontano l'iter previsto e risultano in possesso dei requisiti possano ritrovarsi, alla fine, senza alcun sostegno».
Un meccanismo che, sottolinea Corvasce, presenta una contraddizione a monte.
«Una famiglia deve innanzitutto sostenere il costo della predisposizione di un progetto terapeutico, che può aggirarsi intorno ai 300 euro, presentarlo alla ASL, attendere la visita e la successiva validazione, che non è peraltro automatica. Superato questo percorso, resta un'ulteriore incognita: sapere se le risorse stanziate saranno sufficienti. È qui che un sistema nato per sostenere le famiglie rischia di trasformarsi in una sorta di roulette: si possiedono i requisiti, si affrontano costi e procedure, ma non si ha comunque la certezza di accedere al contributo».
Per Tupputi, i numeri delle ultime due annualità impongono quindi una profonda riflessione e di superare la logica dell'emergenza.
«Circa 300 famiglie nel 2024 e altre 178 nel 2025 rappresentano un dato che non può essere archiviato come una semplice conseguenza dell'esaurimento dei fondi. Se le risorse non sono sufficienti a coprire le domande ammissibili, allora bisogna riconoscere che esiste un problema strutturale e intervenire a monte, adeguando gli stanziamenti e rivedendo i criteri».
Ma, secondo Corvasce, la questione va ancora oltre e investe direttamente il modello di presa in carico delle persone nello spettro autistico.
«Continuiamo a discutere di contributi quando il vero tema dovrebbe essere quello delle terapie pubbliche. Il contributo ABA non è un rimborso integrale delle spese sostenute dalle famiglie, ma una compartecipazione percentuale. Le terapie, invece, vengono pagate in via esclusiva dalle famiglie. È questa l'anomalia sulla quale la politica deve avere il coraggio di interrogarsi: perché, dopo una diagnosi effettuata dal Servizio sanitario pubblico, una famiglia deve rivolgersi al privato, sostenere personalmente il costo delle terapie e successivamente concorrere per ottenere soltanto una parte di quanto speso, senza avere neppure la certezza di riceverla?».
È proprio sul rapporto tra sostegno economico e diritto alla cura che Tupputi chiede un cambio di prospettiva.
«Il contributo non può diventare il surrogato di una presa in carico sanitaria. La questione centrale è garantire alle persone nello spettro autistico percorsi terapeutici e riabilitativi adeguati e continuativi e gratuiti. Quando il sistema costringe le famiglie a sostenere privatamente questi percorsi e poi non dispone neppure delle risorse sufficienti per finanziare tutte le domande ammissibili, è evidente che occorre ripensarne l'impostazione».
«La condizione autistica accompagna la persona per tutta la vita – aggiunge Corvasce – e il bisogno di supporto può assumere forme e intensità differenti, ma non può dipendere dal reddito della famiglia, dall'ISEE, dall'età o dalla disponibilità residua di un capitolo di spesa. Non possiamo accettare che l'accesso a un percorso riabilitativo finisca per essere condizionato dalla capacità economica dei genitori. La presa in carico deve essere pubblica, continuativa e costruita sui bisogni della persona».
Da qui anche la richiesta di conoscere nel dettaglio la dimensione economica e amministrativa del problema.
«Chiediamo alla Regione Puglia e alla ASL BAT – prosegue Tupputi – di rendere chiari i numeri delle annualità 2024 e 2025: quante domande siano state presentate, quante siano risultate ammissibili, quante effettivamente finanziate, quali risorse siano state stanziate e quale sarebbe stato il fabbisogno necessario per non lasciare fuori nessuna famiglia avente i requisiti. Solo partendo da dati trasparenti sarà possibile individuare una soluzione strutturale».
Una trasparenza che, per Corvasce, deve servire soprattutto a impedire che la stessa situazione si ripeta ancora.
«Non possiamo arrivare a una terza annualità sapendo già che qualcuno potrebbe restare fuori. Se per due anni consecutivi le risorse si sono dimostrate insufficienti rispetto alle domande ammissibili, il problema è ormai noto e può essere affrontato prima. Non dopo la pubblicazione di una graduatoria, quando alle famiglie non resta che scoprire se questa volta sono state fortunate oppure no. Il diritto alla salute non può funzionare per estrazione».
Tupputi torna infine sul principio che, a suo giudizio, dovrebbe orientare ogni scelta futura.
«Le famiglie non chiedono privilegi né corsie preferenziali. Chiedono che una condizione che necessita di supporti e interventi lungo tutto l'arco della vita trovi una risposta stabile nel sistema pubblico. L'articolo 32 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo: è da questo principio che dobbiamo ripartire».
E conclude: «Dopo due annualità che hanno lasciato fuori centinaia di famiglie, non bastano più spiegazioni legate all'esaurimento delle risorse. Servono risposte, risorse adeguate e soprattutto un modello capace di garantire continuità terapeutica. Non può essere la disponibilità di un fondo a decidere chi riceverà un sostegno per curarsi e chi dovrà continuare a farlo interamente a proprie spese. Quando in gioco c'è il diritto alla salute, la risposta delle istituzioni non può essere affidata alla sorte»
Una situazione sulla quale il consigliere comunale di Barletta Vito Tupputi e la giornalista Patrizia Corvasce, madre di un ragazzo autistico, chiedono non soltanto chiarimenti immediati, ma una revisione complessiva di un sistema che, per due annualità consecutive, non è riuscito a garantire risorse sufficienti a tutte le famiglie in possesso dei requisiti.
«Quando per due anni consecutivi centinaia di famiglie restano senza contributo – afferma Tupputi – non possiamo più limitarci a parlare di una contingente insufficienza delle risorse. Occorre interrogarsi sulla tenuta dell'intero meccanismo. Chiediamo alla Regione Puglia e alla ASL BAT di spiegare come sia possibile che famiglie che affrontano l'iter previsto e risultano in possesso dei requisiti possano ritrovarsi, alla fine, senza alcun sostegno».
Un meccanismo che, sottolinea Corvasce, presenta una contraddizione a monte.
«Una famiglia deve innanzitutto sostenere il costo della predisposizione di un progetto terapeutico, che può aggirarsi intorno ai 300 euro, presentarlo alla ASL, attendere la visita e la successiva validazione, che non è peraltro automatica. Superato questo percorso, resta un'ulteriore incognita: sapere se le risorse stanziate saranno sufficienti. È qui che un sistema nato per sostenere le famiglie rischia di trasformarsi in una sorta di roulette: si possiedono i requisiti, si affrontano costi e procedure, ma non si ha comunque la certezza di accedere al contributo».
Per Tupputi, i numeri delle ultime due annualità impongono quindi una profonda riflessione e di superare la logica dell'emergenza.
«Circa 300 famiglie nel 2024 e altre 178 nel 2025 rappresentano un dato che non può essere archiviato come una semplice conseguenza dell'esaurimento dei fondi. Se le risorse non sono sufficienti a coprire le domande ammissibili, allora bisogna riconoscere che esiste un problema strutturale e intervenire a monte, adeguando gli stanziamenti e rivedendo i criteri».
Ma, secondo Corvasce, la questione va ancora oltre e investe direttamente il modello di presa in carico delle persone nello spettro autistico.
«Continuiamo a discutere di contributi quando il vero tema dovrebbe essere quello delle terapie pubbliche. Il contributo ABA non è un rimborso integrale delle spese sostenute dalle famiglie, ma una compartecipazione percentuale. Le terapie, invece, vengono pagate in via esclusiva dalle famiglie. È questa l'anomalia sulla quale la politica deve avere il coraggio di interrogarsi: perché, dopo una diagnosi effettuata dal Servizio sanitario pubblico, una famiglia deve rivolgersi al privato, sostenere personalmente il costo delle terapie e successivamente concorrere per ottenere soltanto una parte di quanto speso, senza avere neppure la certezza di riceverla?».
È proprio sul rapporto tra sostegno economico e diritto alla cura che Tupputi chiede un cambio di prospettiva.
«Il contributo non può diventare il surrogato di una presa in carico sanitaria. La questione centrale è garantire alle persone nello spettro autistico percorsi terapeutici e riabilitativi adeguati e continuativi e gratuiti. Quando il sistema costringe le famiglie a sostenere privatamente questi percorsi e poi non dispone neppure delle risorse sufficienti per finanziare tutte le domande ammissibili, è evidente che occorre ripensarne l'impostazione».
«La condizione autistica accompagna la persona per tutta la vita – aggiunge Corvasce – e il bisogno di supporto può assumere forme e intensità differenti, ma non può dipendere dal reddito della famiglia, dall'ISEE, dall'età o dalla disponibilità residua di un capitolo di spesa. Non possiamo accettare che l'accesso a un percorso riabilitativo finisca per essere condizionato dalla capacità economica dei genitori. La presa in carico deve essere pubblica, continuativa e costruita sui bisogni della persona».
Da qui anche la richiesta di conoscere nel dettaglio la dimensione economica e amministrativa del problema.
«Chiediamo alla Regione Puglia e alla ASL BAT – prosegue Tupputi – di rendere chiari i numeri delle annualità 2024 e 2025: quante domande siano state presentate, quante siano risultate ammissibili, quante effettivamente finanziate, quali risorse siano state stanziate e quale sarebbe stato il fabbisogno necessario per non lasciare fuori nessuna famiglia avente i requisiti. Solo partendo da dati trasparenti sarà possibile individuare una soluzione strutturale».
Una trasparenza che, per Corvasce, deve servire soprattutto a impedire che la stessa situazione si ripeta ancora.
«Non possiamo arrivare a una terza annualità sapendo già che qualcuno potrebbe restare fuori. Se per due anni consecutivi le risorse si sono dimostrate insufficienti rispetto alle domande ammissibili, il problema è ormai noto e può essere affrontato prima. Non dopo la pubblicazione di una graduatoria, quando alle famiglie non resta che scoprire se questa volta sono state fortunate oppure no. Il diritto alla salute non può funzionare per estrazione».
Tupputi torna infine sul principio che, a suo giudizio, dovrebbe orientare ogni scelta futura.
«Le famiglie non chiedono privilegi né corsie preferenziali. Chiedono che una condizione che necessita di supporti e interventi lungo tutto l'arco della vita trovi una risposta stabile nel sistema pubblico. L'articolo 32 della Costituzione tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo: è da questo principio che dobbiamo ripartire».
E conclude: «Dopo due annualità che hanno lasciato fuori centinaia di famiglie, non bastano più spiegazioni legate all'esaurimento delle risorse. Servono risposte, risorse adeguate e soprattutto un modello capace di garantire continuità terapeutica. Non può essere la disponibilità di un fondo a decidere chi riceverà un sostegno per curarsi e chi dovrà continuare a farlo interamente a proprie spese. Quando in gioco c'è il diritto alla salute, la risposta delle istituzioni non può essere affidata alla sorte»