Scena dal film Non ci resta che piangere
Scena dal film Non ci resta che piangere
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“Non ci resta che piangere”: pestilenze medievali a Barletta nella storia

Continua il viaggio di memoria e di memorie fra libri e documenti

Epidemie e pestilenze medievali a Barletta nella Storia: memoria e memorie fra libri e documenti. Prosegue il "viaggio" con il giornalista Nino Vinella (Comitato Italiano Pro Canne della Battaglia, Archeoclub d'Italia Onlus Canne della Battaglia Barletta) per ripercorrere tutte quelle pagine nei secoli spesso dimenticate ma utili al patrimonio identitario collettivo.

Contro il contagio ed in attesa del vaccino prossimo venturo, l'emergenza Covid-19 ci sta martellando con bombardamenti mediatici e tutorial di ogni genere sulla massima pulizia della persona, dell'ambiente, della casa: disinfettando e sanificando dovunque…

Ma è quella divertente sequenza con Benigni e Troisi nel film "Non ci resta che piangere" a spiegare meglio, ridendoci su, quanto l'igiene pubblica fra le mura delle città (mica solo a Frittole, il paesello dove capitano…) fino al XVI secolo fosse un concetto tutto da inventare.

Tutti ricorderete come, nel 1492 ("quasi mille e cinque…") cioè all'epoca in cui le comiche avventure dei due si svolgono poco prima della partenza di Cristoforo Colombo verso la futura America, la scenetta mostra una tipica consuetudine di allora: l'abbandono di escrementi umani ed animali, feci ed urine lasciate o addirittura lanciate dalle abitazioni – rigorosamente senza servizi igienici – dritto dritto nelle strade fatte solo di terra battuta, dove restavano sotto tutti gli agenti atmosferici.

Immaginatevi quella scena ogni santo giorno nella Barletta del '400 dove la mancanza d'igiene, unitamente alla topografia del tempo, ci viene ricordata grazie all'ormai introvabile volume di circa 600 pagine "Barletta: leggere la città" di Ruggiero Mascolo (lo studioso ex direttore di biblioteca e pinacoteca) e di sua moglie Rita Ceci, Edizioni Libreria Liverini per i tipi di Ars Graphica Barletta, settembre 1986.

"Avevamo infatti tutte le strade né selciate, né lastricate – scrivono - se escludi quella della piazza (l'attuale corso Vittorio Emanuele davanti alla statua di Eraclio, ndr) e quella di San Salvatore, oggi Sant'Andrea, dove sin dal 1515 l'Università (il Consiglio comunale del tempo) dava ordine di fare la "inghiata". Secondo gli Statuti del 1466, con aggiunta e correzione del 1514, era proibito gettar acqua sporca solo in queste tre strade, sotto pena di un augustale come multa: In loco Carrotiarium (via Cialdini); In loco Cambii (corso Cavour); et in loco dominorum de Marra (corso Garibaldi) come annota Sabino Loffredo in "Storia della città di Barletta". Invece nelle altre ognuno faceva il proprio comodo. Di esse, alcune erano solcate da canali di acqua, il più delle volte stagnanti, e le altre da vucculi (canali profondi ad altezza d'uomo), fra cui son noti: quello presso San Cataldo, il vucculo di San Leonardo, il vucculo del Palazzo o di San Ruggiero, il celeberrimo di Sant'Agostino e quello della strada dei Mulini, emissioni certamente di infezioni pestifere" come invece annota Monsignor Salvatore Santeramo nel suo libro interamente dedicato raccontando lo stato cittadino prima della più grande peste del 1656-1657.

Il quale osserva: "Già col suo dente rabbioso la peste aveva mietuto vittime nei secoli passati in queste nostre contrade, e Barletta ne conservava ancor freschi i ricordi, fra le gesta gloriose o nefaste delle guerre".
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