Pandorogate, non luogo a procedere per Chiara Ferragni e il barlettano Fabio Damato
Ritirata la querela del Codacons dopo il risarcimento ai consumatori: chiusa l’inchiesta sul caso del pandoro solidale
giovedì 15 gennaio 2026
10.43
Si chiude con un non luogo a procedere il procedimento penale noto come Pandorogate, che aveva travolto l'impero mediatico e imprenditoriale di Chiara Ferragni. Il giudice ha dichiarato l'improcedibilità anche nei confronti del suo ex braccio destro, Fabio Damato, e di Francesco Cannillo, presidente del consiglio di amministrazione di Cerealitalia.
La decisione arriva dopo il ritiro della querela da parte del Codacons, avvenuto a seguito del risarcimento complessivo da 3,4 milioni di euro versato dall'influencer ai consumatori che avevano acquistato i prodotti finiti al centro dell'inchiesta. Con il venir meno della parte offesa, il procedimento si è arrestato sul piano penale.
L'indagine era esplosa nel dicembre 2023, segnando l'inizio della fase più complessa nella carriera di Ferragni. Secondo l'accusa, l'influencer, insieme a Damato – allora amministratore delegato della società Fenice – e a Cannillo, avrebbe indotto in errore i consumatori attraverso una comunicazione commerciale ritenuta ingannevole.
Al centro dell'inchiesta la vendita del Pandoro Pink Christmas "Limited Edition Chiara Ferragni" nel Natale 2022 e delle uova di Pasqua brandizzate Ferragni nel 2021 e 2022. I prodotti venivano promossi come legati a iniziative benefiche a favore dell'Ospedale Regina Margherita di Torino e dell'associazione "I Bambini delle Fate. Secondo gli inquirenti, tuttavia, non vi sarebbe stato alcun collegamento diretto tra le vendite e la beneficenza, mentre il prezzo dei prodotti risultava maggiorato proprio in virtù dello scopo solidale dichiarato.
La Guardia di Finanza di Milano aveva quantificato in oltre 2,2 milioni di euro l'ingiusto profitto derivante dalle operazioni contestate, ipotizzando una truffa aggravata dalla minorata difesa. Nella requisitoria dello scorso novembre, i pm avevano chiesto un anno e otto mesi di condanna per Ferragni e Damato e un anno per Cannillo, ritenendo il ruolo dell'influencer "preminente" nella diffusione del messaggio promozionale.
In aula, Ferragni aveva respinto ogni addebito, sostenendo di aver agito "in buona fede" e negando l'esistenza di raggiri o dolo. Le difese avevano parlato di una vicenda priva di rilevanza penale, tesi che non è arrivata a un vaglio dibattimentale proprio per la sopravvenuta improcedibilità.
Per Fabio Damato, manager originario di Barletta e figura chiave nella costruzione del brand Ferragni negli anni di massima espansione, la chiusura del procedimento segna la fine giudiziaria di una vicenda che aveva avuto una forte eco nazionale.
La decisione arriva dopo il ritiro della querela da parte del Codacons, avvenuto a seguito del risarcimento complessivo da 3,4 milioni di euro versato dall'influencer ai consumatori che avevano acquistato i prodotti finiti al centro dell'inchiesta. Con il venir meno della parte offesa, il procedimento si è arrestato sul piano penale.
L'indagine era esplosa nel dicembre 2023, segnando l'inizio della fase più complessa nella carriera di Ferragni. Secondo l'accusa, l'influencer, insieme a Damato – allora amministratore delegato della società Fenice – e a Cannillo, avrebbe indotto in errore i consumatori attraverso una comunicazione commerciale ritenuta ingannevole.
Al centro dell'inchiesta la vendita del Pandoro Pink Christmas "Limited Edition Chiara Ferragni" nel Natale 2022 e delle uova di Pasqua brandizzate Ferragni nel 2021 e 2022. I prodotti venivano promossi come legati a iniziative benefiche a favore dell'Ospedale Regina Margherita di Torino e dell'associazione "I Bambini delle Fate. Secondo gli inquirenti, tuttavia, non vi sarebbe stato alcun collegamento diretto tra le vendite e la beneficenza, mentre il prezzo dei prodotti risultava maggiorato proprio in virtù dello scopo solidale dichiarato.
La Guardia di Finanza di Milano aveva quantificato in oltre 2,2 milioni di euro l'ingiusto profitto derivante dalle operazioni contestate, ipotizzando una truffa aggravata dalla minorata difesa. Nella requisitoria dello scorso novembre, i pm avevano chiesto un anno e otto mesi di condanna per Ferragni e Damato e un anno per Cannillo, ritenendo il ruolo dell'influencer "preminente" nella diffusione del messaggio promozionale.
In aula, Ferragni aveva respinto ogni addebito, sostenendo di aver agito "in buona fede" e negando l'esistenza di raggiri o dolo. Le difese avevano parlato di una vicenda priva di rilevanza penale, tesi che non è arrivata a un vaglio dibattimentale proprio per la sopravvenuta improcedibilità.
Per Fabio Damato, manager originario di Barletta e figura chiave nella costruzione del brand Ferragni negli anni di massima espansione, la chiusura del procedimento segna la fine giudiziaria di una vicenda che aveva avuto una forte eco nazionale.