Il vero significato del Cammino di Santiago: «Non è trekking, ma ricerca del Cielo»

Le considerazioni di Padre Fabio

venerdì 23 ottobre 2026 13.19
A cura di Marina Laurora
Un richiamo all'essenzialità e alla dimensione autentica del pellegrinaggio, lontana dalle logiche del turismo di massa e dalle mode del momento. Questo è quanto emerso dall'intenso incontro tenutosi il 22 ottobre presso la Chiesa di San Giacomo a Barletta, dove Padre Fabio Pallotta — religioso della Congregazione dei Servi della Carità Guanelliani e storico punto di riferimento per i pellegrini italiani a Santiago de Compostela — ha condiviso la sua profonda esperienza pastorale e spirituale.

L'evento si è aperto con la celebrazione della Santa Eucaristia, presieduta dallo stesso don Fabio, ed è proseguito con una lectio sul senso profondo del mettersi in viaggio verso la tomba dell'Apostolo Giacomo. In un'epoca in cui il Cammino di Santiago rischia di trasformarsi in una mera attrazione turistica o in una sfida atletica, la monito di Padre Fabio è stato netto e provocatorio:

«Il pellegrino non è chi si preoccupa di dove mangerà o dove dormirà: queste sono le domande tipiche dei pagani. Il pellegrinaggio non ha nulla a che vedere con il trekking o con l'escursionismo. Il mondo commerciale si fa forte intorno a Santiago, ed è proprio per questo che dobbiamo stare attenti a non smarrirne l'anima.»

Cammino di Santiago
Cammino di Santiago
Cammino di Santiago
Cammino di Santiago

Per fare chiarezza e guidare chi desidera intraprendere questo percorso con uno spirito profondo, il religioso guanelliano ha tracciato i cinque requisiti fondamentali del "buon pellegrino":

1. La solitudine.

Il cammino va vissuto in solitudine. Non si tratta semplicemente di partire da soli per poi aggregarsi al primo gruppo di passaggio come in una scampagnata: la vera solitudine è lo spazio interiore necessario per ascoltarsi e aprirsi all'inatteso.

2. La sobrietà e il silenzio.

Niente tabacco, niente alcol e un solo pasto frugale al giorno. Il pellegrinaggio è un taglio netto con le nostre dipendenze quotidiane e un esercizio di padronanza della propria "fame", qualunque essa sia. A questo si unisce la disciplina della parola: la tradizione invita a custodire il silenzio dal risveglio fino al tramonto (che a quelle latitudini estive arriva anche alle undici di sera). Un silenzio che non è un'imposizione, ma una scelta consapevole per far spazio alla meditazione.

3. La preparazione spirituale e culturale.

Sfatando un luogo comune, don Fabio ha ricordato che «il camminare fisico non ha nulla a che vedere con la fede: la tradizione ci racconta infatti che i primi pellegrini viaggiavano a cavallo, con un carretto o a dorso d'asino». Ciò che conta è la preparazione interiore, rispondendo alla domanda centrale: «Dove sto andando?».

A questo scopo, il religioso ha suggerito la lettura di testi capaci di orientare l'anima:

4. Il segreto.

Un'esperienza così profonda si fa per se stessi e per la propria crescita spirituale, non per ostentazione o per raccontarla agli altri. Il vero cammino cambia chi lo percorre dall'interno, senza bisogno di clamori.

5. Un rientro organizzato.

È fondamentale progettare con cura il ritorno alla vita di tutti i giorni ponendosi la domanda cruciale: «E adesso?». Il cammino educa la volontà: dopo un'esperienza del genere si impara a dire molti "no" alle cose superflue, proprio perché sul cammino si è scoperto a cosa vale davvero la pena dire "sì".

L'incontro si è concluso con una riflessione universale sul senso del nostro passare sulla Terra. In fondo, ha ricordato Padre Fabio, ciascuno di noi è in cammino ogni giorno e persegue diverse mete terrene. Ma ciò che il vero pellegrino cerca, passo dopo passo e spogliandosi di ogni zavorra, è la meta per eccellenza: il Cielo.