«Antonucci primo nemico del Jova. Attenzione», l'editoriale del direttore Antonio Quinto

Una riflessione sugli ultimi accadimenti

venerdì 14 agosto 2026
A cura di Antonio Quinto
L'editoriale del direttore Antonio Quinto sull'episodio che ha coinvolto il nostro collega Adriano Antonucci.


«Ci sono parole che, più di altre, meritano di essere pesate. Non soltanto per ciò che dicono, ma per il contesto nel quale vengono pronunciate e per le conseguenze che possono generare. «Antonucci primo nemico del Jova. Attenzione».

È una frase comparsa nella chat della conferenza stampa online organizzata dalla Trident per spiegare la propria posizione sull'annullamento del Jova Summer a Barletta. Una frase anonima, perché evidentemente assumersi la responsabilità delle proprie parole non è sempre così semplice. Ma qui non siamo di fronte a una semplice opinione. Siamo davanti a un messaggio che, letto alla luce di quanto accaduto negli ultimi giorni e soprattutto del clima che si è progressivamente creato attorno alla vicenda, non può essere liquidato con una scrollata di spalle. Perché Adriano Antonucci non è il nemico del Jova Summer. Non lo è mai stato. E chi conosce Adriano, chi conosce il suo modo di fare giornalismo e soprattutto il legame profondo che ha con Barletta, sa bene che il suo unico "errore" è stato quello di raccontare ciò che vedeva e di porre domande. È questo, in fondo, il compito di un giornalista. Raccontare. Verificare. Interrogarsi. Porre domande anche quando le domande sono scomode. Mostrare ciò che accade, senza preoccuparsi se quel racconto possa risultare gradito oppure no.

Nei giorni che hanno preceduto l'evento, alcune immagini dell'area dell'ex cartiera hanno sollevato interrogativi sullo stato del sito. Antonucci, insieme ad altri colleghi, in primis il nostro Antonio Gargano, ha raccontato quella situazione e ha posto una domanda legittima: perché, a pochi giorni dall'appuntamento, quell'area appariva ancora in quelle condizioni? Una domanda non è un atto di guerra. Una fotografia non è un sabotaggio. Un articolo non è un attentato al successo di un evento.

Il giornalismo non "rema contro" quando documenta la realtà. E soprattutto non può essere trasformato nel capro espiatorio quando qualcosa va storto. Il punto è proprio questo. Quando si comincia a indicare il giornalista come colui che "rema contro", si compie un passo pericoloso. Perché si sposta l'attenzione dal merito delle questioni alla persona che le racconta. Si delegittima chi pone domande anziché rispondere alle domande.

Ed è una deriva che una comunità civile e democratica non può permettersi. Oggi è Adriano Antonucci. Domani potrebbe essere un altro collega. Dopodomani chiunque abbia semplicemente deciso di fare il proprio mestiere senza adeguarsi alla narrazione dominante. Per questo la vicenda ci riguarda tutti. Ci riguarda come giornalisti, ma anche come cittadini. Adriano, in questi giorni, ha fatto una cosa semplice e difficilissima: ha continuato a raccontare. Lo ha fatto con la passione di chi ama profondamente la propria città e con la responsabilità di chi sa che dietro ogni notizia ci sono persone, attività commerciali, strutture ricettive, lavoratori e famiglie.

E proprio per questo è ancora più doloroso leggere certe parole. Perché arrivano pochi mesi dopo un episodio gravissimo che lo ha visto suo malgrado protagonista: l'incendio della sua automobile. Non serve aggiungere altro. Non servono interpretazioni. Non servono allarmismi. Serve soltanto buon senso.

Serve comprendere che le parole, soprattutto quando vengono pronunciate pubblicamente o diffuse in contesti professionali, hanno un peso. «Attenzione». È forse la parola più inquietante di quella frase. Perché lascia spazio a interpretazioni che non dovrebbero trovare cittadinanza nel confronto civile. Adriano non è il nemico del Jova. Non è il nemico di Jovanotti. Non è il nemico della Trident. Non è il nemico di Barletta. È un giornalista. E un giornalista può sbagliare, certamente. Può essere criticato, contestato, smentito. Può essere chiamato a correggere una notizia se quella notizia si dimostra errata.

Ma non può essere criminalizzato per il solo fatto di aver fatto domande. Se esistono responsabilità per l'annullamento del Jova Summer, saranno gli accertamenti e i fatti a stabilirlo. Non saranno certamente gli articoli di un giornalista a determinare ciò che è accaduto. Nel frattempo, una città intera si trova a fare i conti con una ferita economica, organizzativa ed emotiva. Ci sono operatori che avevano investito, attività che avevano programmato il proprio lavoro, persone che avevano acquistato un biglietto e coltivato un'attesa. E ci sono storie personali, come quella di Simone, che rendono ancora più evidente quanto un evento di questa portata potesse rappresentare qualcosa di importante anche sul piano umano.

Di fronte a tutto questo, sarebbe facile cercare un bersaglio. Ma sarebbe anche profondamente sbagliato. Il giornalismo non deve diventare il bersaglio delle responsabilità.

E Adriano Antonucci non deve essere trasformato nel nemico perché ha avuto il coraggio di raccontare ciò che vedeva. Da collega e, soprattutto, da amico, sento il dovere di dirlo con chiarezza: Adriano non è il nemico. È uno di noi. È una persona che fa il proprio lavoro. E continuerà a farlo con la stessa passione, lo stesso equilibrio e lo stesso amore per la sua città. Perché raccontare la verità, anche quando è scomoda, non significa remare contro qualcuno. Significa fare giornalismo. E il giornalismo, in una comunità democratica, non dovrebbe mai essere motivo di odio. Dovrebbe essere una garanzia per tutti».